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Mario FrickGetty/GOAL

Mario Frick, il riflesso del Liechteinstein: Re del Principato

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Senza la barra Google, Alexa, Bixby. Senza aiuti da casa, dal bar sport sotto casa, dai vecchi ingialliti almanacchi e da quel vecchio amico delle superiori che conosceva a menadito vita, miracoli, assist e reti in maniera talmente perfetta e specifica da sembrare un'intelligenza artificiale. Uno, cinque, dieci minuti. Il tempo che volete, per rispondere ad una domanda: conoscete giocatori che sono nati in Liechtenstein. Vabbè dai, facile. Ok, prego. Passa il tempo, nessuna risposta. Forse qualcuna, suggerita.

Forse spuntata in mente, tra il dubbio e il desiderio di non sbagliare. Nessuna paura. Avrete forse pensato all'ex empolese Marcel Büchel? Ci siete andati vicini, ma il suo luogo di nascita è la Svizzera. Ciò nonostante, come altri colleghi, ha scelto la Nazionale del Liechtenstein per la sua carriera internazionale grazie alle origini familiari. Forse Polverino? Nato anche lui in terra elvetica.

Ah giusto, Mario Frick, il più grande giocatore nella storia del piccolo paese europeo. No, neanche lui. Ok, resa. Ovvio.

  • CRESCERE TRA LE SCONFITTE



    Quando si parla di Nazionale del Liechteinstein, nessun giocatore incarna i colori rossoblu meglio di Frick. Nato in Svizzera, ma trasferitosi nel Principato durante i primi anni di vita, Mario è uno di quei giocatori che riflette perfettamente la rappresentativa scelta. Non si può discutere senza citarlo. Lui è il Liechteinstein. Curioso, visto che da incipit del racconto, è nato nella ridente Coira, cittadina che rappresenta la capitale del Cantone dei dei Grigioni, in terra elvetica.

    Non ha mai avuto modo di giocare con le rappresentative giovanili svizzere come alcuni suoi colleghi, preferendo sin da subito accettare la proposta di un Liechteinsten talmente marginale nel mondo delle Nazionali da diventare oggetto di culto tra gli appassionati, come ad esempio accade con San Marino. Le sfide tra le due Nazionali sono guarda caso tra le più accese, lontanissime dall'essere amichevoli. Lasciati alla porta dal grande calcio continentale, non hanno fatto altro che compiere l'ovvio: lottare per evitare di essere la rapprentativa più scarsa dell'intero panorama europeo.

    Frick debutta nella Nazionale maggiore del suo paese quando sta per lasciare il club diventato routine nella sua vita adolescenziale e di passaggio all'età adulta: nel 1993 la militanza con il Fussballclub Balzers è ormai decennale e tre anni prima è riuscito a compiere il salto in prima squadra. Contro l'Estonia, quando ha compiuto 19 anni da un mese, gioca la prima delle sette gare consecutive terminte con una sconfitta. Una striscia che verra interrotta dallo storico pari con l'Irlanda del giugno 1995.

    Il sorriso della Nazionale del Liechtenstein non è mai venuto meno, figlio della consapevolezza di non poter far molto per sfidare i migliori interpreti calcistici delle altre nazioni, scelti tra milioni di giovani calciatori. A Vaduz e dintorni, invece, la scelta è stata sempre limitata dalle minuscole dimensioni del paese: 37.000. Per questo si è sempre guardato alla vicina Svizzera e ai giocatori con una minima parentela nel paese per poter costruire una squadra capace di farsi rispettare. E non solo essere derisa, con pallottoliere da risistemare di volta in volta.

    Frick pareggia la gara contro l'Irlanda, cercando di sognare una svolta. Cercando di essere realistico: un caso. Di nuovo, striscia di sconfitte: stavolta superiore, di dodici. Nel mezzo l'attaccante, che fa di fisicità e sensi sviluppati per rendere improvvisa la giocata, si è trasferito di squadra, giocando sempre nello stesso torneo: quello svizzero, al quale partecipavano anche i suoi Balzers. A nessuno importa da dove venga. Importa che con San Gallo prima e soprattutto con Basilea poi, sia il bomber della squadra. Due volte in doppia cifra, quando viene scelto dallo Zurigo. Per diversi anni la sua ultima esperienza elvetica.

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  • LA VIE C'EST FANTASTIQUE

    Nell'estate 2000, Frick è oramai il giocatore più rappresentativo del Liechteinstein per due motivi: il ruolo di capitano e le tre reti segnate. Una di queste, seppur arrivata in una sconfitta per 8-2, non è stata banale: il bersaglio colpito è stata la Germania. I bastoni hanno solamente scalfito l'astronave avversarie, ma quelle schegge hanno impressionato gli osservatori. Quelli dell'Arezzo in particolare, che decidono di portarlo in Serie C, risolvendo una diatriba tra il giocatore e il suo allenatore: la proposta italiana viene accettata.

    Frick VeronaGetty
    "Fu una storia un po' strana perché io ero molto scontento a Zurigo, volevo andare via perché non andavo d'accordo con l'allenatore" ha raccontato nel 2016 a gianlucadimarzio.com. "Il mercato era chiuso, c'era solo una finestra aperta per la serie C. Quando seppi che mi voleva l'Arezzo non ci pensai due volte, feci di tutto per andarci. C'era Antonio Cabrini come allenatore e mi ricordo che alla prima partita realizzai una doppietta nel derby contro la Lucchese. La piazza cominciò ad adorarmi e io ad adorare loro. Inizio magnifico". 

    Quella di Arezzo sarà la prima stagione della storia di Frick in Italia, durata dieci anni tra alti e bassi. Verona, Siena, ma soprattutto Ternana sono state le tappe registrate in seguito, a ben vedere quasi tutte esaltanti per un motivo o per un altro. Quella di Arezzo, la prima, è stata del resto un immediato successo: i 16 goal messi a segno dimostravano come il classe 1974 non fosse solamente un giocatore adatto al campionato svizzero, ma anche ad uno top come quello italiano. Certo, era la terza serie, ma il salto in seconda e in prima non portò a cadute fragorose.

    Con la Ternana il bottino recita due stagioni di fila in doppia cifra, con il Siena in Serie A e un ruolo lontano da essere quello di centravanti imprescindibile, tredici reti spalmate in una squadra che lotta continuamente per non retrocedere. Non cifre fantastiche, ma abbastanza per essere applaudito. Sudore, anima e culto da parte dei tifosi, che tenevano vivo il ritornello nato nell'unica annata con il Verona, nel 2001/2002:

    "Che ridere. Nacque tutto il giorno che segnai una doppietta contro il Brescia e poi mostrai la maglia con su scritto 'La vie c'est fantastique quando segna Mario Frick' alla curva. Anche lì fu subito amore a prima vista, i tifosi mi amavano era tutto... fantastique! Peccato che quella stagione si sia conclusa con la retrocessione. Avevamo una squadra fortissima, chiudemmo il girone d'andata sesti e poi retrocedemmo per tanti motivi".

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  • TRASFORMAZIONE

    A proposito di retrocessione, il vecchio volpone Frick - la cui dinastia continua con i figli Yanik, ex Perugia, e Noah, attualmente al Gossau - ha capito che per continuare a giocare avrebbe dovuto usare tutti i trucchi del mestiere. Tra cui, cambiare posizione, voltandosi indietro e andando ad agire in quella zona del campo un tempo utilizzata per far male agli avversari.

    Quarantenne, infatti, Frick, la cui importanza nella federazione del Liechteinstein porta a diversi privilegi, tra cui quello di cambiare posizione, diventa difensore per il periodo finale della sua carriera in Nazionale:

    "Ormai avevo una certa età e quando è arrivato l'allenatore nuovo mi ha detto che in attacco non potevo assicurare più il rendimento del passato. Mi ha detto che la velocità e la resistenza non era più la stessa del passato. Il Liechtenstein non può certo avere il possesso palla di altre Nazionali, chi sta davanti deve correre per aiutare la difesa. Quindi ci ho provato e mi sono trovato molto bene. Ho giocato contro la Polonia la prima partita e quando sono uscito la gara era ancora sullo 0 a 0. Quello è poi diventato il mio ruolo. Perché ho tenuto la 10? Perché sotto sotto speravo che l'allenatore cambiasse idea e mi riportasse in attacco".

    Tra il 2013 e il 2015, tra cui nelle gare contro Russia, Austria e Svezia, Frick è stato così utilizzato come difensore centrale. Ovvie sbavature, per chi ha giocato oltre trent'anni tra giovanili e professionisti nella zona più avanzata del campo. Ma anche interventi importanti per spronare i giovani compagni.

    "In Nazionale ci sono tanti bellssimi ricordi, ma anche tante sonore sconfitte. Per me la Nazionale è sempre stato tutto e anche quando giocavo in Serie A non vedevo l'ora di tornare per indossare quella maglia. La partita in assoluto più bella per me è una giocata all'OldTrafford contro l'Inghilterra. Poi ho fatto l'uno a zero contro la Scozia ad Hampen Park e quando mi sono voltato vedere tutti ammutoliti mi ha dato una gioia immensa. Poi purtroppo abbiamo perso 2 a 1 a tempo scaduto, ma non è stata la passeggiata che si aspettavano".

    Non è una passeggiata neanche l'addio alla propria Nazionale nell'ottobre 2015, contro l'Austria. Lacrime, consapevolezza della chiusura di un ciclo portato avanti grazie alle sue trasformazioni, ai suoi goal (primatista all-time con 16 reti in 125 apparizioni, al secondo posto per presenze).

    Per pochi mesi non ha fatto in tempo a condividere il campo con il figlio Yanick, attualmente nella Nazionale maggiore insieme al fratello Noah. Papà Mario li segue da lontano, guidando il Lucerna nel campionato svizzero.

    48 anni, di cui 22, quasi la metà, passati in campo con la sua rappresentativa, di cui è riflesso, iniziatore e per ora fine. In attesa che un giocatore nato in Liechteinstein diventi talmente famoso da evitare la ricerca digitale sul suo luogo d'origine.