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L'esperienza di Lahm allo Stoccarda: dove è nato il mito

08:32 CET 11/11/20
Philipp Lahm VfB Stuttgart Bundesliga
È diventato una leggenda del Bayern Monaco, ma il mito di Lahm è iniziato in un prestito di due anni allo Stoccarda. Dove aveva iniziato da riserva.

Gli anni di Philipp Lahm al Bayern Monaco sono già entrati nella leggenda. Protagonista del treble del 2013, icona del Guardiolismo quando è stato spostato a centrocampo, leader della squadra, uomo di poche parole, ma pesanti. Tanto che qualcuno lo vede presto ai vertici della federazione. Campione del mondo nel 2014, maestro delle due fasi. Bavarese doc, nato a Monaco, dove ancora vive, ovviamente. E dove ha sempre vissuto. Tranne per due anni. I due anni che hanno probabilmente cambiato la sua carriera e di riflesso la sua vita, che lo hanno trasformato da giovane promessa a potenziale fuoriclasse. Ventiquattro mesi in prestito allo Stoccarda, dal 2003 al 2005. Nei quali Lahm ha mosso i primi passi in un ruolo che, sulla carta, non gli apparteneva.

Il Bayern aveva deciso di cedere il proprio classe 1983 dopo averlo fatto esordire in Champions League e in DFB-Pokal insieme al suo coetaneo e amico Bastian Schweinsteiger. Se però il centrocampista si era subito inserito nelle dinamiche della prima squadra, il club vedeva per il terzino destro la necessità di fare un po’ di rodaggio in Bundesliga. Hermann Gerland, la 'tigre' del settore giovanile del Bayern, un'icona del club bavarese che oggi fa il vice di Hansi Flick, sosteneva che un altro anno nella seconda squadra sarebbe stato un disastro. Così nell'estate 2003 iniziò a telefonare a contatti, amici e colleghi per provare a offrire Lahm in prestito. In molti - o meglio: quasi tutti - però non erano convinti della sua mancanza di fisicità: 170 centimetri d'altezza, a malapena 70 chilogrammi di peso. Gerland puntualizzò sulle sue doti.

"Sembra che abbia 15 anni, ma gioca come se ne avesse 30".

Una risposta positiva arrivò dallo Stoccarda, che l’anno prima si era qualificato per la Champions League. In panchina c’era Felix Magath, persona ben conosciuta da Gerland, uno che solitamente sta molto attento all'aspetto fisico dei giocatori, oltre a quello tecnico. E che curiosamente due anni dopo avrebbe ritrovato Lahm proprio al Bayern. In condizioni totalmente diverse. Pronto a diventare leggenda.

Allo Stoccarda, Magath si trovò di fronte un ragazzo di vent’anni con già due anni pieni di esperienza con la seconda squadra, giocando in giro per il campo: terzino destro, occasionalmente terzino sinistro, centrocampista davanti alla difesa. Guardacaso, i tre ruoli che poi Lahm avrebbe ricoperto durante la sua incredibile e straordinaria carriera al Bayern. Si era ritrovato in una squadra molto giovane, con talenti destinati a segnare decine di goal in Bundesliga come Mario Gomez, Cacau e Kuranyi o a carriere importanti come Aleksander Hleb. Una squadra che stava costruendosi, reduce da un grande secondo posto, con giocatori che, nel 2007, sarebbero arrivati alla vittoria del titolo da protagonisti, come Hildebrand o Meira.

E poi c’era lui, Lahm. Che cercava minuti importanti per dimostrare al Bayern di valere. Come Markus Husterer, che ha fatto il suo stesso tragitto con la stessa intenzione, ma è finito per vagare nelle serie inferiori del calcio tedesco senza togliersi grandi soddisfazioni. Lahm, però, aveva un problema: Magath sulle corsie contava su due titolari pienamente affidabili come Andreas Hinkel e Heiko Gerber, che l’anno prima erano stati rispettivamente il primo e il sesto per minuti giocati nella rosa dello Stoccarda. Tanto che Lahm nelle prime uscite si alternò tra la panchina e il centrocampo: la difesa, di fatto, sembrava intoccabile. Anche perché funzionava: zero goal subiti in cinque partite. Fino a quanto la storia cambiò.

Hinkel a destra era un punto fermo, tanto che era ancora nel giro della nazionale e nel 2004 avrebbe fatto parte della spedizione tedesca a Euro 2004, con la cocente delusione dell'eliminazione ai gironi. Gerber, invece, terzino sinistro classe 1972, è stato una colonna dello Stoccarda da giocatore e anche oggi, da dieci anni, allena nelle giovanili del club svevo. Sembrava un insostituibile. Uno che aveva vestito anche la maglia della Mannschaft nella Confederations Cup del 1999. Magath, però, aveva visto qualcosa di speciale nel ventenne arrivato da Monaco, tanto che decise di schierarlo titolare contro il Borussia Dortmund, da terzino sinistro. Mettendo Gerber in panchina.

Nelle partite coi gialloneri, contro il Monaco 1860 e il Colonia, Lahm giocò sempre titolare. Gerber, invece, mise insieme soltanto quattro minuti. Inutile dire che la storia si sarebbe ripetuta per quasi tutta la stagione, tranne che per qualche partita in cui Hinkel si infortunò tra marzo e aprile. Lahm non uscì più. A sinistra, imparò a usare anche il mancino oltre che il destro, con la tendenza a entrare dentro al campo per essere sempre nel vivo del gioco. Una tendenza che gli è rimasta per tutta la carriera. Nel febbraio 2004, arrivò anche l'esordio assoluto in nazionale. Il 3 aprile contro il Wolfsburg segnò il suo primo goal in carriera in Bundesliga. Un evento per uno che di media ha segnato poco più di un goal a stagione.

Il secondo anno a Stoccarda non andò bene come il primo per colpa degli infortuni che lo frenarono. In panchina c'era una leggenda come Matthias Sammer, professione libero. Uno che gli diede probabilmente tanti consigli su come diventare un all-around. Il rendimento, in realtà, fu un po' sottotono: soltanto una trentina di presenze tra campionato e coppe, ma la certezza di poter tornare a Monaco e farlo da protagonista sotto l'allenatore che lo aveva lanciato nella città della Mercedes. Il resto, semplicemente, è storia. Anzi, è mito.