Facile trasformare Lionel Messi in un Messia. Basta aggiungere una lettera al cognome ed il gioco è fatto. Soprattutto, è sufficiente averlo visto in azione almeno una volta negli ultimi due decenni di pallone per innalzarlo al rango di un semidio. Quel che è meno facile, specialmente se non si sono vissuti certi tempi pre-Leo, è ricordarsi che il Barcellona un tempo ne aveva un altro, di Messia. Ovvero Giovanni Silva de Oliveira. Ovvero Giovanni e basta.
Il periodo: fine millennio. Il contesto: un Barcellona che non è il Barcellona di Messi e Pep Guardiola, e neppure quello di Luis Enrique, ma comunque sa il fatto suo. Tanto da strappare per due volte consecutive la Liga – 1997/98 e 1998/99 – a un Real Madrid che sta per inaugurare l'era dei Galácticos. Giovanni fa parte di quella squadra e un discreto marchio lo lascia. È un trequartista elegante, piedi educati e cervello che viaggia più veloce degli altri. Sulle spalle il numero 10. Si fa apprezzare e poi se ne va da vincente. Anche se eguagliare i picchi di popolarità toccati al Santos, quello no, è davvero impossibile.
È lì, alla Vila Belmiro, che Giovanni si è guadagnato il soprannome che si porterà dietro per tutta la carriera: Messias, ovvero Messia (chiaro). Nei suoi confronti, dopo un inizio fatto di timidezza e interviste balbettanti (letteralmente), è nata un'idolatria pura. Specialmente nel 1995, l'anno della svolta. Quello in cui un Peixe in costanti difficoltà economiche ha affidato le proprie speranze su questo ventitreenne del Pará, preso un anno prima da illustre sconosciuto. E lui, tra una magia e l'altra, lo ha portato dritto fino alla finale del Brasileirão.
E poi c'è soprattutto la storia dei capelli rossi. Durante quel campionato, Giovanni ha fatto una promessa solenne: se arriviamo in semifinale, me li tingo. Il Santos c'è arrivato veramente e lui non ha potuto far altro che mettere in pratica il proposito. Ha rivelato qualche tempo fa, sorridendo: “Mi sono pentito quasi subito di averlo detto”. Però è davvero sceso in campo così contro il Fluminense. E dopo aver perso per 4-1 l'andata del Maracanã, ha guidato il Peixe verso un'impresa rimasta nella leggenda: 5-2 al ritorno, con due reti e tre assist del Messias, e finale raggiunta grazie al miglior posizionamento nella stagione regolare. A vincerla è stato il Botafogo di Túlio Maravilha, ma poco cambia: tra i tifosi del Santos è scoppiata definitivamente la Giovanni-mania, tanto che sulle tribune le teste colorate di rosso hanno cominciato a proliferare.
È con credenziali del genere, e con una manciata di convocazioni nella Seleção nel curriculum, che Giovanni si presenta al Barcellona nell'estate del 1996. Di lui, una volta acquistato, il presidente José Luis Núñez dice: “Ho visto 14 video e non ho trovato nessuno meglio di lui agli Europei”. In Catalogna il brasiliano rimarrà tre anni, prima facendo coppia con Ronaldo e poi diventando amico e partner di Rivaldo. Sono i due fuoriclasse a prendersi la scena, però è del Messias il goal al Saragozza che, a cinque giornate dalla fine della Liga 1997/98, regala matematicamente il titolo al Barça.
Getty ImagesIn quell'annata, Giovanni trova il modo di andare a segno ovunque. E non è un'esagerazione. Il brasiliano trionfa in Coppa delle Coppe, battendo in finale il PSG grazie a un rigore di Ronaldo, e lascia il segno almeno una volta in tutte e cinque i tornei che disputa, tra campionato, coppe e supercoppe. Non è record solo perché Pedro, nel 2009, aggiungerà al conto il Mondiale per Club, portando il numero di competizioni – tutte vinte, per la cronaca – a sei. Un rendimento che vale al Messias la chiamata di Mário Zagallo per Francia '98. Solo che è un'estate in salsa agrodolce: Giovanni gioca appena 45 (deludenti) minuti nella gara inaugurale contro la Scozia, poi esce di squadra e non vi fa più rientro, guardandosi dall'inizio alla fine in panchina anche la finale di Saint-Denis.
“Riconosco di non aver giocato bene quella partita contro la Scozia – si sfogherà molti anni più tardi a 'Globoesporte' – ma non meritavo di uscire dall'undici titolare. Sono rimasto sempre in panchina. Solo Denilson veniva inserito. Ho subìto un'ingiustizia. Ma del resto Zagallo aveva detto in un'intervista che Denilson sarebbe stata la prima opzione anche se a farsi male fosse stato il portiere”.
Tornando a quella rete decisiva al Saragozza: è il suo secondo, vero momento di gloria di quella stagione pre-Mondiale. Il primo, se possibile, è entrato ancor più nella storia. Del Barcellona e della Liga. Il 1° novembre del 1997, Real Madrid e Barça si sfidano al Santiago Bernabeu in uno scontro al vertice da far tremare i polsi. I catalani passano due volte in vantaggio, il Real si riporta in partita in entrambe le occasioni. A una decina di minuti circa dal 90', ecco il fattaccio: Giovanni sfrutta un assist di Figo, mette dentro la palla del 2-3 e per tre volte fa le “butifarras”, ovvero il gesto dell'ombrello, verso la gente di casa. Come Bernd Schuster una quindicina d'anni prima. Il brasiliano verrà squalificato per due turni, poi ridotti a uno.
L'allenatore di quel Barcellona è Louis van Gaal. Uno che con i giocatori provenienti dal Brasile non ha mai avuto un gran feeling. Giovanni è uno di questi. E dopo una stagione di sopportazione reciproca, addolcita dalla vittoria del campionato, il rapporto tra i due deflagra: LVG gli chiede di arretrare la propria azione a centrocampo, il giocatore si rifiuta di eseguire gli ordini e il tecnico, per tutta risposta, lo manda in panchina. Una mano a Giovanni la dà l'amico Rivaldo, che il 14 marzo del 1999 segna due volte nel derby contro l'Espanyol, si alza la maglia e sotto mostra quella del connazionale.
“Volevo soltanto incoraggiarlo – spiegherà in seguito il futuro Pallone d'Oro – Giovanni è molto triste perché non sta giocando: l'anno scorso ha segnato il goal decisivo per il campionato, ma ora è in una situazione molto diversa”.
Ecco: per capire davvero cosa pensi Giovanni di Van Gaal, meglio fare un salto in avanti. Nel maggio del 2010, l'olandese è l'allenatore del Bayern che si gioca la finale di Champions League contro l'Inter di José Mourinho. La Folha de São Paulo, quotidiano della Capitale paulista, chiede un'opinione sulla sfida proprio al Messias. Che lascia da parte qualsiasi accenno di diplomazia.
“Van Gaal è l'Hitler dei giocatori brasiliani. È arrogante, ha qualche problema. La mia convivenza con lui è stata pessima. Non ha mai voluto lavorare con i brasiliani, ha mandato via me e litigato con Rivaldo e Sonny Anderson. Sempre con la scusa che ci allenavamo male. Non so, deve aver avuto qualche trauma”.
Col senno di poi – ma anche di prima, volendo – è impossibile che la convivenza tra Giovanni e Van Gaal possa protrarsi per altri 12 mesi. Ed infatti, al termine del 1998/99, le strade si separano. L'olandese resta in sella, forte del bicampeonato infilato in bacheca nonostante altrettante eliminazioni alla fase a gironi della Champions League (tra cui un devastante 0-4 al Camp Nou contro la Dinamo Kiev di Andriy Shevchenko). Il brasiliano, invece, è costretto a fare le valigie. Direzione: Grecia. La patria degli dei. La sua terra ideale.
Inizialmente, in realtà, non è che Giovanni sia così convinto della destinazione. Anzi: altre offerte non gli mancano. Soprattutto dalla Spagna e dal Portogallo. Normale: del resto è uno nel giro della nazionale brasiliana, ha fatto coppia con Ronaldo e Rivaldo, ha giocato nel Barcellona. E così, meglio affidarsi a un interlocutore speciale al momento di sciogliere definitivamente le riserve.
“A mandarmi all'Olympiacos è stato Dio. Ero in ferie in Brasile e, da buon evangelico, ho chiesto di essere orientato: 'Dio, dammi un segnale'. L'ho fatto perché non volevo assolutamente trasferirmi in Grecia. Così ho chiamato il mio procuratore, José Roberto Martins, chiedendogli quali club ci fossero. Lui mi ha risposto che c'erano il Celta Vigo, lo Sporting, il Benfica e l'Olympiacos. Prima di dormire ho pregato, come sempre. Il giorno dopo, ricordo che ero a Fernando de Noronha e con mia moglie siamo andati in barca. Lì un tizio che non avevo mai visto prima mi ha detto: 'Giovanni, ti piace la spiaggia? Allora ti suggerisco di andare a vedere le isole greche'. Mi ha fatto strano, ma non ci ho dato peso. Quella stessa settimana un altro tizio mi ha detto la stessa cosa, così, dal nulla”.
Getty ImagesE dunque, Grecia. Atene, Olympiacos. Dove Giovanni non viene trattato come un semplice calciatore: è una sorta di semidio, il destinatario di un'idolatria che va ben al di là del pallone. Lui ci mette del suo, regalando alla gente magie in serie. Segna da trenta metri o da quaranta, uccellando i portieri con un morbido lob oppure con un tiro secco. Nel 2003/2004 è il capocannoniere del torneo greco. E naturalmente vince trofei su trofei, tra cui cinque campionati in sei stagioni tra il 2000 e il 2005, sbaragliando la concorrenza del Panathinaikos.
L'episodio più curioso, però accade l'11 aprile del 2001, la notte della semifinale di ritorno di Coppa di Grecia tra Olympiacos e Iraklis. All'andata i biancorossi si sono imposti per 1-0 fuori casa, ma ora sono i rivali a condurre per 3-4 a una decina di minuti dalla fine. Giovanni ha già estratto una prodezza dal repertorio, trovando la gemma del momentaneo 3-2 quasi da metà campo. E dopo il 4-4 dell'ex Inter e Roma Lampros Choutos decide di esagerare: prende palla sulla trequarti, supera un avversario, ne supera un altro e piazza la palla in rete. Con la particolarità che l'allenatore ospite, Angelos Anastasiadis, lo chiama a sé e gli dà una stretta di mano per congratularsi.
"Quello che ho fatto è stato spontaneo – dirà il tecnico – Ci ha puniti in questa partita, ma quello che ha fatto ci ha aperto gli occhi. Volevo abbracciarlo per ringraziarlo, perché ha fatto qualcosa di unico. Volevo mostrare la mia gioia e gratitudine. Lo ringrazio per tutto quello che ha offerto al calcio e alla Grecia. Sono stato maledetto da alcuni tifosi della mia squadra per il mio gesto, ma spero che stia bene e che abbia successo in qualunque cosa farà nella sua carriera".
L'influenza di Giovanni è tale che persino l'amico Rivaldo, una volta capito durante la deludente esperienza al Milan di non essere più il fuoriclasse di qualche anno prima, deciderà di intraprendere un'avventura in Grecia. Prima all'Olympiacos, dove per un anno farà coppia proprio con Giovanni, e poi all'AEK. Proprio su consiglio del connazionale.
“L'ho chiamato e gli ho detto di andare in Grecia – ha rivelato a 'Globoesporte' – Gli ho raccontato che qui dopo gli allenamenti si andava tutti in spiaggia a giocare a calcio-tennis. Era un paradiso. Ho detto ai dirigenti di prenderlo e alla fine Rivaldo è rimasto lì per quattro anni. Ho dato una spinta alla trattativa”.
Quando Giovanni nel 2005 se ne va, al Pireo scende più di una lacrima. E a commuoversi è anche lui, che dirà: “Ho vissuto sei anni felici, nel calcio e nella vita. Mi hanno trattato come un re”. Il rientro al Santos è una sorta di chiusura di un cerchio, di gesto di riconoscenza nei confronti del club che gli ha aperto le porte. Il grande idolo gioca con Robinho, poi se ne va di nuovo: in Arabia Saudita. Rispunta in Grecia con l'Ethnikos, torna in patria al Mogi Mirim, rimane 12 giorni allo Sport. Quindi il Santos, di nuovo, dove chiude la carriera e stavolta (2010) fa la conoscenza di Neymar. Il nuovo Messias. Un ideale passaggio di consegne.
