La rivincita di Tuchel: dall'esonero col PSG al trionfo in Champions

Thomas Tuchel Man City vs Chelsea Champions League final 2020-21Getty Images

Per il quarto anno consecutivo, la finale di Champions League ha ospitato un allenatore la cui scuola tecnica è stata Mainz. La città tedesca della Renania-Palatinato è nota per il proprio ruolo nella storia romana, medievale e rinascimentale, meno per i meriti calcistici di una realtà che - nonostante tutto - da oltre un decennio ha un posto abbastanza fisso al tavolo della Bundesliga. Due volte Jürgen Klopp con il suo Liverpool, due volte Thomas Tuchel con il suo Mainz, con due squadre diverse. Prima con il PSG, poi con il Chelsea, che il tecnico ha portato sul tetto d'Europa prendendosi una bella rivincita.

Il traguardo raggiunto da Klopp non ha particolarmente stupito gli addetti ai lavori, dato che il suo percorso con il Liverpool aveva preso subito una strada ben chiara e a quasi 6 anni dal suo arrivo ad Anfield il tecnico dei Reds è riconosciuto internazionalmente come uno dei primissimi allenatori del mondo. Tuchel, invece, ha sempre avuto qualcosa in più da dimostrare rispetto a colui che è stato per ben due volte il suo predecessore a livello di club. O meglio: a colui che l’attuale allenatore del Chelsea non ha dovuto far rimpiangere. Non sempre con risultati soddisfacenti.

Klopp-Tuchel-Liverpool-ChelseaGetty Images

Sarebbe sbagliato dire che Tuchel è un allievo di Klopp, perché i due non hanno mai lavorato insieme e nemmeno si sono mai incrociati nella stessa società. Che per Klopp è sempre stata il Mainz, dal 1990 al 2008, anno del suo passaggio al Borussia Dortmund. Tuchel invece ha girato di più la Germania. Da calciatore non ha avuto grande successo: cresciuto nell’Augsburg, ha iniziato a Stoccarda con i Kickers e poi si è trasferito all’ SSV Ulm. Giocava da libero. Fino a che nel gennaio 1997 ha conosciuto Ralf Rangnick e ha cambiato la sua visione delle cose.

‘Der Professor’ ha visto del talento in quel libero di 24 anni e ne ha fatto un punto fermo della sua squadra. Dopo l’estate però Tuchel ha iniziato ad essere tormentato dai problemi fisici. Fino alla decisione di smettere. Un paio d’anni dopo, il ritorno a Stoccarda. Nel VfB, il primo club della città, non nei Kickers. E non come giocatore, ma come allenatore delle giovanili. Voluto da Rangnick, che un anno prima si era seduto sulla panchina della prima squadra. Tuchel cita l’ex Direttore Tecnico del Lipsia come il suo Maestro, il secondo esempio più importante dopo suo padre, come ha raccontato al sito ufficiale del Chelsea.

“L’Ulm era in terza divisione, Rangnick ci mostrava i video del Parma e della Dinamo Kiev. Voleva farci giocare come loro. È stato uno degli aspetti che ha influenzato la mia carriera”.

Ulm peraltro portato in Bundesliga pochi anni dopo. Mentre Tuchel lavorava in un bar e studiava economia. Un’altra strada. Fino alla chiamata di Rangnick che lo ha riportato sulla strada del calcio. A 27 anni ad allenare i giovani. Una svolta. Il passo successivo è stato all’Augsburg, vicino alla sua Krumbach. Con un ruolo importante nel settore giovanile, più di un semplice allenatore. Offerta colta al volo.

Proprio ad Augsburg ha incrociato Julian Nagelsmann, nella stagione 2007/08. Il futuro allenatore del Bayern Monaco era un giocatore, da poco arrivato dal 1860. Aveva continui problemi fisici, è stato costretto a smettere a vent’anni per evitare l’artrosi che minacciava di palesarsi. Tuchel allora ebbe un’idea per valorizzare quel talento che in campo non poteva esprimersi: mandarlo a fare l’osservatore.

“Ero il suo allenatore - ha ricordato Tuchel prima della semifinale di Champions del 2020 proprio contro il Lipsia di Nagelsmann - Julian era sempre infortunato. Non abbiamo potuto lavorare molto, così gli abbiamo proposto di fare l’osservatore, studiando gli avversari. Era molto preciso”.

Le loro strade si sono separate nell’estate 2008, quando Tuchel ha accettato di andare ad allenare l’Under 19 del Mainz. La società aveva appena salutato Klopp, volato a Dortmund dopo diciotto anni tra campo e panchina.

Thomas Tuchel Niko Bungert FC Schalke 04 FSV Mainz 05 - Bundesliga 05.07.2011Getty Images

L’allenatore della prima squadra, in 2. Bundesliga, era Jörn Andersen. Al primo anno ha centrato la promozione. Tuchel sembrava destinato ancora ad una stagione di apprendistato. Poi, nell’estate 2009, il ribaltone. Sconfitta in DFB-Pokal contro il Lubecca (quarta serie) al primo turno, dissidi interni tra lo storico dirigente Christian Heidel, licenziamento di Andersen. E promozione di Tuchel, che si è improvvisamente trovato alla guida di una squadra di Bundesliga a 35 anni. Una sorpresa per tutti, seppur l’Under 19 guidata da Tuchel fosse diventata campione di Germania nella primavera precedente. Un rischio, forse. Non per Heidel.

“C’era un periodo in cui lo Schalke corteggiava Tuchel, allora io gli ho detto che costava 60 milioni di euro”, ha raccontato di recente.

In cinque stagioni, Tuchel ha portato il Mainz per tre volte nella parte sinistra della classifica, senza mai davvero rischiare la retrocessione. Ha iniziato con un nono posto. Al suo secondo anno nel 2011 ha centrato un clamoroso quinto posto che ha significato Europa League. La sconfitta allo spareggio ha fermato il sogno, ma il cammino è rimasto indelebile. Due tredicesimi posti, poi settimo nella sua ultima stagione. Si è trovato appiccicato addosso l’etichetta di erede di Klopp. Anche se non gli è mai andata particolarmente a genio. Non ha mai avuto nomi di grido o super talenti, a parte André Schürrle. Ha portato in doppia cifra attaccanti inizialmente modesti come Choupo-Moting, Okazaki, Szalai, Nico Müller, Allagui, Bancé. 1,41 punti di media con una squadra modesta. C’erano i presupposti per parlare di miracolo Mainz. Tra i suoi meriti, aver scovato René Maric, attuale assistente di Marco Rose, attraverso il suo blog ‘Spielverlagerung’ in cui faceva analisi calcistiche.

Il suo addio nel 2014 è stato seguito dall’annuncio del Borussia Dortmund: ancora una volta, si sarebbe trovato a rimpiazzare Klopp. Con tante differenze, forse troppe. A partire da una dirigenza che con Klopp aveva un rapporto che andava oltre lo sport, per stessa ammissione del CEO Watzke. Recentemente ha dichiarato che non pensa riuscirà mai a trovare un altro allenatore con cui andare allo stesso modo d’accordo.

Con Tuchel la favola è stata di alti e bassi. I risultati sono stati discreti, specialmente il primo anno. Tantissimi goal, soprattutto di Aubameyang. Tantissimi talenti lanciati, su tutti Dembelé e Weigl. Allo stesso tempo, la sensazione che l’eredità di Klopp fosse troppo pesante da gestire. Tanto che, dopo l’attentato al pullman del marzo 2017, qualcuno raccontò addirittura di una rottura totale. Il giornalista Pit Gottschalk nel suo libro ‘Kabinengeflüster’, ovvero ‘spifferi di spogliatoio’ ha raccontato di un Tuchel furibondo per i giocatori in lacrime e di una frase che li paragonava a delle “principessine” con cui era impossibile battere il Bayern Monaco. Versione poi smentita dallo stesso allenatore.

Thomas Tuchel Borussia DortmundGetty Images

Dopo due anni, i saluti. Con le parti consapevoli che si sarebbe potuto fare meglio. Tuchel, intanto, ha conosciuto Guardiola. Ha fatto tesoro dei suoi consigli. È cresciuto. Nel 2018, la chiamata del PSG per gestire Neymar, Mbappé, Di Maria e tutti gli altri. Due anni e mezzo eternamente sulla graticola, sul filo dell’esonero, con il Bayern Monaco sempre alla finestra. Esonero che arriva sotto Natale.

"Avevo capito che l'esonero fosse una possibilità, ma dopo un 4-0 non mi sembrava reale. Dopo la partita ho riparlato con Leonardo. La conversazione è durata solo due minuti, non avevo molto da dire. Ho preparato le mie cose e sono tornato a casa per Natale".

La sua filosofia non ha trovato terreno fertile a Parigi. Difficile far accettare il turnover alle star. Tuchel da sempre applica un principio quasi scientifico: i giocatori devono continuamente cambiare nell’undici per avere stimoli. Raramente si vedranno due formazioni uguali consecutive con il tecnico tedesco. Si veda il suo Chelsea. Una macchina che funziona. Ed è solo l’inizio. Nessun allenatore è mai stato capace di raggiungere due finali di Champions League consecutive con due squadre diverse. Fino a Thomas Tuchel. Ora l’ultimo passo è stato compiuto: dimostrare anche di essere un vincente. Battendo il Manchester City a Porto, il condottiero dei Blues ha mandato un messaggio forte in direzione Parigi.