È il 12 gennaio 2020. Nicolò Zaniolo subisce l'ennesima battuta d'arresto della sua carriera. La rottura del legamento crociato. Uno stop di sei mesi, il sogno Europeo che svanisce. Le paure e le preoccupazioni del passato che ritornano. Tutto riassunto in un urlo di dolore per un normale contrasto di gioco. Una progressione come tante altre, contro la Juventus, nell'Olimpico. Acclamato dal pubblico, che trattiene il respiro. Si ferma per pochi secondi. Zaniolo a terra. Tutti hanno capito. Anche Cristiano Ronaldo, che consola il classe 1999 mentre vien trasportato fuori dal campo. Poi a Villa Stuart, in piena notte. La diagnosi è la peggiore, quella temuta.
172 giorni dopo, Nicolò Zaniolo si è rialzato ed è pronto a ripartire. Da ormai una decina di giorni si allena in gruppo con i compagni. Alla ricerca della miglior condizione fisica. In attesa di poter tornare in campo. Di riprendersi la 22 giallorossa. Di ricominciare a correre dopo essere caduto e dopo essersi rialzato. Una costante, ormai, nella carriera di un ragazzo che ha 21 anni, ma sulle spalle pressioni, responsabilità e un vissuto molto più intenso di quanto l'età anagrafica non dica.
GettyLa Fiorentina lo aveva accolto nel proprio vivaio a undici anni. Questioni logistiche: il pullmino da casa a Genova non c'era. Fino a Firenze, invece, sì. Ogni giorno per tre anni, prima di spostarsi al centro a 14 anni. Eppure i Viola non si resero conto di che talento sarebbe diventato il classe 1999. Non era identificato tra quelli che sarebbero 'arrivati'. Come Gori, Cerofolini, Sottil. Giocatori che sono entrati in orbita prima squadra viola. Non Zaniolo. 17 anni, il primo 'no'. Ragioni tecniche. E il passaggio all'Entella, più vicino a casa. In Primavera. Prima di un altro 'no'. Stavolta, trasformato in 'sì'.
"Sono arrivato a preparazione quasi finita, in ritardo. Nelle prime tre partite non avevo giocato. Piangevo al bar di mio papà, ero titubante se continuare o no. Non giocavo, venivo da una non conferma alla Fiorentina".
Poi la settimana fatta 'a mille', spinto anche da papà Igor, anche lui calciatore (ex). La partita con il Palermo, quella decisiva: da lì è iniziata l'escalation di Zaniolo. Non è più uscito. È andato fino alla prima squadra. Le prime panchine. L'esordio in Serie B l'11 marzo 2017, a Benevento, con Roberto Breda in panchina. Le prime partite da titolare. L'Inter, il ritorno in Primavera. Il double campionato-Supercoppa insieme a una delle Under 19 più forti in circolazione: Odgaard, Emmers, Colidio, Adorante, Bettella, Sala. La finale contro la Fiorentina, vinta. Con assist decisivo firmato Zaniolo. E poi la Roma, l'esordio al Bernabéu e la prima stagione da sogno.
Getty ImagesTutto andava per il verso giusto. Anche il 'no' implicito dell'Inter, che vendette il classe 1999 per arrivare a Nainggolan, col senno del poi può essere considerato un segnale. Perché gli ha permesso di vestire il giallorosso. Di impennare la carriera. Fino a giugno 2019, fino a Euro Under 21. Il suo europeo, di fatto, durò 42 minuti. Tempo di prendere una brutta botta in testa contro la Spagna, futura vincitrice. Giocò solo 9 minuti con la Polonia, lontano dal 100%. Tempo di prendersi un giallo che sarebbe valso la squalifica nell'ultimo match contro il Belgio.
Non l'avrebbe comunque giocato: Di Biagio lo sospese insieme a Kean per i ritardi alle riunioni tecniche. Troppa PlayStation in ritiro, l'ammissione. E le scuse. L'Italia venne comunque eliminata. Europeo già finito. Caduto, ancora una volta. Prima di rialzarsi con la nazionale maggiore. 18 novembre, Armenia: doppietta e assist, primi numeri in Nazionale. Pace fatta anche con l'Azzurro. Al centro del progegtto di Mancini, anche verso l'Europeo. Cadere per rialzarsi. Più forte delle critiche che gli piovevano addosso. Qualcuno diceva non facesse una vita giusta fuori dal campo. Ha risposto tappandosi le orecchie dopo il goal al Gladbach. Alla Depay. E poi in campo.
Poi, il 12 gennaio. L'infortunio, l'Europeo che si allontana. Tutto di nuovo come prima. Un'altra caduta. La sorte gli ha dato una mano: Euro 2020 rimandato di un anno. Ci vuole anche quella, a volte. Sei mesi di lavoro a casa, di momenti difficili. Di speranza. Soprattutto, di voglia di riscatto. Di prendersi tutto ancora una volta. Pronto a tornare. Perché a 21 anni Nicolò Zaniolo è già più forte dei 'no', delle critiche e delle difficoltà.


