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Carlo Parola e l'iconica rovesciata diventata simbolo delle figurine Panini

07:27 CEST 25/04/22
Rovesciata Carlo Parola Fiorentina Juventus Serie A 1949/50
Centromediano di Juventus e Nazionale, Parola era uno specialista delle rovesciate: il suo gesto è diventato il simbolo delle figurine Panini.

"[...] Parte un lancio di Magli verso Pandolfini. Egisto scatta, tra lui ed il portiere c'è solo Carlo Parola; l'attaccante sente di potercela fare ma il difensore non gli dà il tempo di agire. Uno stacco imperioso, un volo in cielo, una respinta in uno stile unico. Un'ovazione accompagna la prodezza di Parola".

Con queste parole, il fotografo e giornalista freelance Corrado Banchi, che seguiva sempre da fondo campo i toscani quando giocavano in casa, il 15 gennaio 1950, descriveva il gesto tecnico più importante vistosi in un noioso Fiorentina-Juventus 0-0, da lui immortalato in uno scatto. Una spettacolare rovesciata volante, ma non eseguita per concludere a rete, come siamo più frequentemente abituati oggi, ma per difendere il risultato in uno dei momenti di maggior pressione della squadra di casa, che aveva fallito sul finire del primo tempo anche un calcio di rigore con Cervato.

A realizzarla, all'80', Carlo Parola, il centromediano del 'sistema' della Juventus, ai tempi allenata dall'inglese Jesse Carver, con compiti a metà fra lo stopper e il libero. Il giocatore torinese, difensore di gran classe, non era di certo nuovo a simili gesti tecnici, che aveva imparato ad eseguire con una naturalezza impressionante e rappresentavano una delle sue caratteristiche di gioco. Né lui, né lo stesso Banchi, quel giorno, potevano pensare che quello splendido gesto a Firenze sarebbe diventato a partire da metà degli anni Sessanta il simbolo delle figurine Panini e dello stesso calcio italiano.

La leggenda narra che la foto sia un misto di intuito e casualità: secondo quanto scrive 'la Repubblica', infatti, Banchi, decisamente annoiato per una gara dalle poche emozioni, sentendo reclamare la sua vescica, si sarebbe infilato in una delle buche dei Tremila siepi, presenti sulla pista di atletica del Comunale di Firenze, proprio dietro la porta bianconera, con l'intento di far pipì. E poggiando per terra la macchina fotografica, da una prospettiva inconsueta, ovvero scattando dal basso vero l'alto, abbia immortalato la prodezza difensiva del giocatore della Juventus. Consegnandola alla storia.

Quella foto, è oggi l'immagine più riprodotta al mondo: è stata pubblicata in trecento milioni di copie e omaggiata con didascalie in greco, cirillico, giapponese e arabo, e ogni anno campeggia sull'Album calciatori dell'azienda modenese Panini e in ogni singolo pacchetto di figurine da essa prodotto, assieme al logo originario del paladino. Ma come è stato possibile? 

Franco Cosimo Panini, fondatore dell'azienda emiliana, era solito acquistare ogni domenica i diritti delle immagini scattate dai fotografi presenti negli stadi, che ritraevano i volti e le gesta degli atleti. Anche quelle di Banchi, che per il servizio di quel Fiorentina-Juventus era stato pagato tremila lire, non poco per l'epoca, ma certamente ignaro che se avesse percepito anche un solo centesimo per ogni riproduzione sarebbe diventato miliardario.

Inizialmente la foto della rovesciata di Parola resta in un cassetto assieme a molte altre rimaste inutilizzate. Per i primi album l'immagine che attira almeno inizialmente l'attenzione è un colpo di testa del centrocampista svedese del Milan, Nils Liedholm, che si era da poco ritirato. Ma dopo qualche anno Franco si innamora del gesto tecnico della rovesciata: nell'album 1963/64 nella copertina dell'Album calciatori compare allora quella eseguita in maglia azzurra da Ardico Magnini.

Non è però pienamente soddisfatto, vorrebbe un'immagine stilisticamente perfetta, e cercando nei cassetti fra le vecchie foto conservate, ecco che la individua nella prodezza di Carlo Parola in quel gennaio del 1950. Franco Panini resta abbagliato dalla purezza di quel gesto e la rovesciata di Parola diventa così l'immagine di copertina dell'Album calciatori 1965/66. Talmente perfetta che 5 anni più tardi, nel 1970, incarica l'artista Wainer Vaccari, che lavora al reparto grafico dell'azienda, di rielaborarla decontestualizzandola.

Il risultato è un capolavoro: al posto della maglia bianconera, il calciatore è ritratto con una maglia rossa e pantaloncini bianchi, con calzettoni neri e strisce gialle, colori che non consentono di accostarlo a nessuna squadra del campionato italiano. La rovesciata di Fiorentina-Juventus diventa il secondo logo della Panini, e da lì in avanti sarà sempre presente sugli album e sui pacchetti di figurine distribuiti in tutto il Mondo. Parola da giocatore della Juventus diventa così calciatore di tutti, acquisendo una fama planetaria. Ma né lui, né il fotografo Banchi avranno più alcun diritto su quell'immagine.

Carlo Parola, l'autore della rovesciata perfetta, era nato a Torino il 20 settembre 1921. Iniziò a praticare il ciclismo da bambino. Rimasto orfano di padre all'età di 7 anni, si trasferì a Cuneo con la madre, dove si avvicinò al calcio.

"In bicicletta andavo veramente forte in salita, - racconterà - peccato che non fossi altrettanto bravo in discesa. Ma a rendermi prudente era stata una brutta caduta, piombando a valle da Pino Torinese, con serie conseguenze, la frattura di un braccio. Fu il calcio che spuntò nei miei orizzonti qualche anno dopo la morte di mio padre. Abitavo a Cuneo, dove non c’era il Velodromo, ma dove esisteva il campo sportivo: e fu là che presi confidenza con la sfera di cuoio e mi convertii al più bel gioco del mondo".

Tornato a Torino, fonda con gli amici una squadretta, chiamata Brianza dal corso sul quale dava il campo in cui si giocava, facendosi conoscere. Passa così al Vanchiglia e poi, entrato in FIAT, studia, lavora e gioca nella squadra del Dopolavoro dell'azienda. 

"Ero centravanti, segnavo moltissimi goal. - ricorderà - Gli osservatori della Juventus mi seguivano con interesse e nel 1936 su indicazione di Zambelli finii nelle file del club che sognavo giorno e notte. Portavo a casa 18 lire al mese: pensate quando andarono da mia madre e le chiesero se mi avrebbe lasciato giocare per 750 lire al mese! Mi guardò e mi chiese: 'Ma è proprio vero?' ".

Era proprio vero, e tre anni dopo, nel 1939, a 18 anni, debuttò in Serie A accanto a campioni come Foni, Rava e Gabetto. Non però da attaccante, ma come centromediano nel Metodo, chiamato a sostituire nientemeno che il campione del Mondo Luís Monti. 

"Alla Juventus ero costato qualcosa come 60.000 lire, una bella cifra indubbiamente. Lo seppi solo successivamente. Mi misi al lavoro con tutto l’entusiasmo possibile, avevo 18 anni e una gran voglia di sfondare. Mi cambiarono subito di ruolo: da centravanti passai dalla parte opposta, cioè nel ruolo di chi controllava i goleador. Forse fu anche per questo che affrontai sempre gli ex colleghi con una certa attenzione. Tremavo al pensiero che un giorno avrei potuto sostituire un certo Monti, io che avevo 18 anni e davo del 'voi' ai miei compagni più esperti. E così accadde: esordii nella Juventus, in serie A". 

"Vincemmo 1-0 col Novara e fu una giornata bellissima, indimenticabile, io, ragazzino, in mezzo a tanti campioni! Come stopper mi difesi abbastanza bene e in seguito presi sempre più confidenza con il mio ruolo fino a impormi come titolare".

I trascorsi da attaccante gli avevano lasciato in dote mezzi tecnici di primo piano. Da centromediano metodista (corrispondente grosso modo al mediano di oggi), ruolo che ricopre nei suoi primi anni, è arretrato sulla linea dei difensori quando 'Farfallino' Borel è allenatore-giocatore dei bianconeri. Parola, che amava impostare l'azione dal basso, meno i contrasti duri, inizialmente soffrì il cambio tattico, salvo poi adattarsi e guadagnarsi la ribalta internazionale nel nuovo ruolo, che interpretava a modo suo. Cercava sempre di anticipare gli attaccanti, anche in acrobazia, in virtù della grande elevazione e delle sue doti di coordinazione. 

Dopo aver debuttato in Nazionale l'11 novembre del 1945, quando il calcio ripartì al termine della Seconda Guerra Mondiale, si esibì per la prima volta nella rovesciata volante nella successiva gara amichevole contro l'Austria, in un duello con l'austriaco Epp. Quel gesto tecnico diventerà per lui un'azione caratterizzante, come lo erano la sforbiciata di Caligaris, il goal a invito di Meazza o il doppio passo di Biavati.  

Lo scrittore e giornalista Giovanni Arpino lo ribattezzò 'Nuccio Gauloises' dalla marca delle sigarette che era solito fumare, e così lo chiamavano spesso anche i suoi compagni. In bianconero Parola vinse una Coppa Italia nel 1941/42 e due Scudetti (1949/50 e 1951/52) e fece da chioccia al giovane Giampiero Boniperti, che per questo gli rimase sempre legato.

"Vincemmo il primo Scudetto subito dopo la scomparsa del Grande Torino. - raccontò Parola quando era un allenatore - Noi continuammo la tradizione che voleva il titolo appannaggio dei club torinesi. Fu una stagione meravigliosa: segnammo la bellezza di 100 goal. Il presidentissimo Agnelli aveva acquistato Martino, Hansen, Præst e altri campioni, avevamo Carver come allenatore. Inventammo il libero anche se pochi se ne accorsero. Senza che lo stesso Carver se ne accorgesse, Karl Hansen fungeva da mediano, Mari si piazzava sul centravanti avversario ed io stavo in ultima battuta alle sue spalle".

Proprio all'anno del suo primo titolo risale lo scatto che lo renderà immortale, la rovesciata perfetta di Fiorentina-Juventus. Giocatore di grande sportività, nel febbraio del 1950, quando il Milan travolse i bianconeri 7-1 a Torino trascinato dal Gre-No-Li, fu protagonista anche di un singolare episodio: dopo un fallo di frustrazione su Nordahl, si 'autoespulse', lasciando il campo prima che l'arbitro potesse sanzionarlo.

Nel 1947 fu anche l'unico italiano convocato nel Resto d'Europa per sfidare il Regno Unito, in occasione dell'adesione delle federazioni britanniche alla FIFA e scese in campo il 10 maggio a Glasgow davanti a 150 mila spettatori. Nonostante la pesante sconfitta della squadra (6-1) e un suo autogoal, il difensore della Juventus piacque molto ai britannici e il Chelsea, che aveva mandato i suoi osservatori a seguire la gara, si fece avanti per portarlo a Londra con una proposta economica sensazionale per l'epoca. 

Potrebbe guadagnare tanti soldi, ma 'Carletto l'Europeo', altro soprannome che gli venne dato dopo quella partita, rifiutò per amore della Juve, e altrettanto fece la Vecchia Signora. Dal 1950 al 1954 Parola indossò anche la fascia di capitano, mentre in Nazionale la sua avventura si concluse con sole 10 presenze (erano gli anni del Grande Torino che la faceva da padrone) e la sfortunata spedizione azzurra in Brasile ai Mondiali del 1950.

L'Italia, orfana dei granata, tragicamente scomparsi a Superga il 4 maggio del 1949, affronta il viaggio in Sudamerica in nave, arriva all'ultimo e paga la dura attraversata dell'Oceano Atlantico con l'eliminazione al Primo turno ad opera della Svezia di 'Mister 100 milioni' Jeppson. 

"Probabilmente s'è sbagliato nave. - dirà Parola - Quella con la quale siamo partiti dall'Italia era una carretta. Diciotto giorni di viaggio con una sosta del tutto inutile alle Canarie per un allenamento incredibile. C'erano giocatori che non riuscivano a mandar giù un boccone per il mal di mare, altri che assolutamente non riuscivano a chiudere occhio. Io ero in cabina con un compagno di squadra della Juventus e ricordo che non dormiva mai. Immaginatevi in quali condizioni arrivammo in Brasile: avevamo già perso prima di cominciare".

L'avventura in bianconero di Parola si concluse dopo 15 anni in Prima squadra con 339 presenze complessive in gare ufficiali e 11 goal segnati. Giocò ancora una stagione, a 33 anni, con la Lazio, in cui totalizzò altre 7 presenze in Serie A, prima di ritirarsi. A Roma da vice di Luigi Ferrero e di Jesse Carver iniziò anche la carriera da allenatore, che lo portò a girare diverse squadre, dall'Anconitana al Livorno, al Napoli, e al Novara, ottenendo buoni risultati senza mai percepire grossi guadagni. Ma è sempre alla Juve, che guidò in due distinti periodi, che si tolse le soddisfazioni più grandi.

Nel primo, dal 1959 al 1962, vinse 2 Scudetti e 2 Coppe Italia, diventando il primo tecnico a realizzare il 'double' nel 1959/60. Lasciata la Vecchia Signora con un deludente 12° posto, frutto dei problemi fisici del gallese Charles e dei dissidi con l'asso argentino Sivori, ci torna chiamato dall'amico Boniperti nel 1974 per sostituire Cestmir Vycpaleck, lo zio di Zeman e vince subito lo Scudetto, il terzo con i bianconeri da tecnico.

"A cinquant'anni - ricorderà anni dopo Fabio Capello - ancora toccava la traversa con i piedi in rovesciata". La eseguì infatti davanti ai suoi calciatori per dimostrare loro che l'uomo sui pacchetti di figurine era proprio lui, il loro allenatore.

Gli è fatale il 2° posto nella stagione successiva alle spalle dei rivali del Torino di Radice, che segnerà il suo addio definitivo al club della sua vita. Ma 'Nuccio gauloise', l'uomo della rovesciata perfetta, non porterà mai rancore verso i colori che ha amato. Dimenticato dal calcio italiano e dalla stessa Juventus, morì il 22 marzo del 2000, al termine di una lunga malattia di cui soffriva dal 1991, e in ristrettezze economiche, con al fianco la moglie Clelia Marca e suo figlio. 

L'unico a stargli sempre vicino è l'amico fraterno Boniperti, che presa la sua cravatta della divisa bianconera, non esitò ad annodargliela al collo.

"L’ho fatto io, - dirà a 'Virgilio Sport' nel luglio 2020 - anche se nella Juventus non avevo più un ruolo operativo. Ma il vecchio Parola alla Juventus ha portato eleganza, signorilità e gloria: non poteva andarsene nudo".

"Per me con Valentino Mazzola è stato il più grande campione italiano del Dopoguerra. - scrisse su 'La Stampa' il giorno dopo la morte - [...] Aveva la classe di Scirea e la cattiveria agonistica di Baresi. Ma Scirea e Baresi avevano attorno giocatori di peso, mentre 'Nuccio', nel sistema, combatteva sovente solo contro tutti".

A renderne eterno il ricordo sarà quel suo gesto di purezza stilistica, la rovesciata, immortalata da Banchi e successivamente rielaborata graficamente, che oggi campeggia anche come statua bronzea accanto al Duomo di Modena, nel luogo in cui un tempo sorgeva l'edicola dei fratelli Panini. Perché i ragazzi, mentre aprono un pacchetto di figurine con l'immagine riprodotta, o vedono quell'opera d'arte nel cuore della città emiliana, chiederanno sempre ai loro genitori:

"Papà, mamma, ma chi è il giocatore della rovesciata?".