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Sinisa Mihajlovic BolognaGetty

Un anno senza Sinisa Mihajlovic, la moglie Arianna: “Non gli ho detto che stava morendo”

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Un anno esatto senza Sinisa Mihajlovic. Si è spento a Roma, il 16 dicembre 2022, un personaggio che, per forza di cose, si è ritagliato un posto nel cuore di tutti gli appassionati italiani.

Approdato giovanissimo nel nostro Paese nel 1992 quando aveva solo ventitré anni per vestire la maglia della Roma, da allora in poi si è consacrato come uno dei migliori calciatori della sua generazione giocando con Sampdoria, Lazio ed Inter.

All’Italia ha legato anche la sua carriera da allenatore, visto che ha guidato Catania, Fiorentina, Sampdoria, Milan, Torino e Bologna, senza mai abbandonare la panchina, nemmeno quando si è ritrovato a combattere la sua battaglia più importante: quella con la malattia.

A portarselo via, a soli 53 anni, è stata la leucemia e sua moglie, Arianna Mihajlovic, in un’intervista rilasciata al ‘Corriere della Sera’, ha raccontato quanto duramente Sinisa Mihajlovic abbia lottato.

  • Sinisa Mihajlovic Bologna 2022Getty Images

    “HA SPERATO FINO ALL’ULTIMO DI GUARIRE”

    Arianna Mihajlovic ha raccontato come in casa si sia cercato di non mettere in conto il fatto che suo marito potesse morire.

    “No. Poi, certo, non sono stupida e la sua era una malattia importante, ma anche lui negava l’evidenza. Se qualcuno gli chiedeva cos’aveva, diceva: amo’ che malattia ho? Mi chiamava così: amore. E io: hai la leucemia mieloide acuta. Sinisa non leggeva i referti, non guardava su Internet, voleva solo sapere quali cure fare. Ha sperato fino all’ultimo di guarire. Ha lottato come un leone, ha fatto cure allucinanti, due trapianti, una cura sperimentale tostissima… Gli sono stata accanto negli ospedali per quattro anni. Credo che il mio stato shock dipenda anche dalla sofferenza vissuta insieme. Ricordo ancora i suoi occhi terrorizzati quando ci hanno detto che aveva una recidiva. Ricordo gli esami che andavano male. Ricordo il rito, tutte le mattine – per un periodo – di fare le analisi e aspettare i referti e, ogni volta, i globuli bianchi che risultavano anomali”.

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  • “VEDERLO SPEGNERSI E’ STATO TRAUMATIZZANTE”

    Sinisa Mihajlovic, nonostante la malattia ed i lunghi ricoveri, ha continuato a lavorare e ad andare in panchina quando gli è stata data la possibilità di farlo.

    “Era un uomo fortissimo, possente, alto, bello. Aveva perso trenta chili e aveva tante infezioni. Vederlo spegnersi piano piano è stato traumatizzante anche per i nostri figli”.

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  • Mihajlovic BolognaGetty Images

    “MI HANNO DETTO CHE SAREBBE MORTO”

    I medici avevano avvertito Arianna Mihajlovic che suo marito non ce l’avrebbe fatta, ma insieme ai suoi figli ha deciso di non dirgli nulla per negargli anche le ultime speranze.

    “Nell’ultimo mese, i medici mi hanno detto che sarebbe morto. Non sapevo se dirglielo. Mi sono confrontata con tutti e cinque i figli. Solo con loro, non l’ho detto a nessun altro, neanche a mia madre. Insieme, abbiamo deciso di non dirglielo, per non togliergli quel lumicino di speranza. D’altra parte, lui non ci ha mai chiesto se ce l’avrebbe fatta, ha sempre lottato perché era un uomo che non poteva accettare di morire. Infatti, una settimana prima di andarsene, ha detto: sono felice perché ho tutti voi e voglio invecchiare con tutti i figli e tanti nipoti. Mi sono sentita sprofondare. Gli ho detto: abbiamo già una nipotina, non sei felice? E lui: ne voglio tanti, ne voglio una tavolata piena. Quello è stato un momento durissimo”.

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  • “AI RAGAZZI CI PENSO IO”

    Sinisa Mihajlovic è venuto a mancare il 16 dicembre 2022 mentre al suo fianco c’era tutta la famiglia.

    “Qualche giorno prima, si è svegliato con un principio di emorragia. Gli ho prestato le prime cure come mi era stato insegnato, ho chiamato l’ambulanza, ma lui non voleva salirci, voleva andare in ospedale con le sue gambe. Per giorni, io e i figli gli siamo rimasti accanto a turno e la cosa struggente è che l’ultimo giorno, invece, eravamo tutti lì. I figli erano nella stanza accanto, c’ero io, sua madre, suo fratello con la moglie, il suo miglior amico, mia madre. Quando mi sono resa conto che il suo respiro è cambiato e che mancava poco, ho chiamato i ragazzi. Eravamo tutti in silenzio attorno a lui. Gli ho tenuto la mano, l’ho visto lottare col respiro sempre più pesante. Mi è venuto da dirgli: vai, non ti preoccupare, ai ragazzi ci penso io. Solo a quel punto è spirato. Fino ad allora, nessuno di noi aveva pianto. Lo stile di famiglia è tenersi le cose dentro, ma lì ci siamo abbracciati tutti. È stato un momento molto forte. Nella stanza, si è percepita come una botta di energia. È stato brutto, ma in qualche modo bello”.

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