Il 16 dicembre 2014, il mondo del calcio si è fermato per un attimo per rendere tributo a uno dei più grandi: Thierry Henry annunciava il ritiro, comunicava la sua volontà di smettere. A 37 anni, l’attaccante che molti considerano il più forte dello scorso decennio appendeva gli scarpini al chiodo. Non da giocatore dell’Arsenal, come in molti pensavano avrebbe fatto, bensì da capitano dei New York Red Bulls. L’ultima squadra della sua carriera, dopo Monaco, Juventus, Arsenal e Barcellona.
Aveva scelto gli USA a 33 anni, dopo aver vinto la tanto agognata Champions League con il Barcellona un anno prima. Poi, la scelta di volare in MLS per chiudere la carriera. Arrivato nel luglio 2010, ci sarebbe rimasto quattro anni e mezzo. Senza compiere l’impresa e l’obiettivo che si era prefissato all’inizio: portare la squadra alla vittoria di un titolo. L’unica mancanza in un palmarès tra i più ricchi e nobili della storia del calcio.
L’ultima stagione di Henry da calciatore - ancora in pochi credevano che fosse l’ultima, nonostante un contratto in scadenza a fine anno - era iniziata con l’unico obiettivo di portare i Red Bull al primo storico titolo. Missione non compiuta. Nonostante una Regular Season da quarto posto nella propria conference che era valsa l’accesso ai playoff. Henry, nonostante lo smalto e la forma fisica non fossero più quelle di un tempo, aveva trovato il modo di andare in doppia cifra per il quarto anno, aggiungendo ai 10 goal anche 12 assist. Giocava ormai quasi da fermo, solo di tecnica: erano i compagni a correre per lui. Ne avevano ben donde.
Uno in particolare correva più degli altri. Non uno qualunque. Bradley Wright-Phillips, il figlio di Ian Wright. Se dovessimo svolgere un sondaggio tra i tifosi dell’Arsenal, papà Ian probabilmente sarebbe ancora oggi il secondo o terzo attaccante più amato, dietro solo a Titì e forse a Bergkamp. In più, c’era un connazionale di Henry, l’ex Lione e Marsiglia Luyindula , a fine carriera, e il giramondo Tim Cahill, avversario di Henry in tante battaglie con le maglie di Millwall e soprattutto Everton.
Sembrava una linea d’attacco imbattibile, una squadra da titolo. Aveva sempre perso ai quarti di finale. Fino al 2014, quando la semifinale era diventata finalmente realtà. Sembrava tutto apparecchiato, soprattutto nella testa di Henry, per la vittoria del titolo. In finale contro i Galaxy che avevano da poco salutato Beckham, che contavano su Landon Donovan e su Robbie Keane per arrivare al proprio quinto successo. Tra Henry e il suo obiettivo si misero i New England Revolution. Una squadra senza nomi di grido, ma tremendamente solida, guidata a centrocampo dall’ex Schalke Jermaine Jenas .
USA TodayAll’andata proprio quest’ultimo aveva segnato il goal del decisivo 1-2 a cinque minuti dalla fine. C’era però il ritorno al Gillette Stadium di Foxboro , la casa dei Patriots, franchigia NFL tra le più vincenti della storia. 29 novembre 2014. 90 minuti che i Red Bull dovevano affrontare con un problema: l’assenza di Wright-Phillips, il miglior marcatore della squadra con 31 goal (tanti quanti ne avevano segnati tutti gli altri compagni). A causa del forfait dell’inglese a causa di una squalifica, Henry aveva indossato anche la fascia di capitano.
Il timore di tutti, durante quei 90 minuti, era che davvero quella partita potesse essere l’ultima del fuoriclasse francese, in caso di eliminazione. Eppure, anche a 37 anni, aveva dimostrato di essere il migliore in campo - seppur i goal per la squadra newyorkese li avessero firmati Cahill (su un assist fantascientifico di Henry) e Luyindula. Sarebbe andata proprio così. La doppietta di Charlie Davies aveva infranto il sogno da titolo. Pochi giorni dopo, Henry avrebbe annunciato il ritiro dal calcio giocato.
La sua avventura a stelle e strisce era iniziata con un’amichevole contro il Tottenham , l’eterna rivale, per chiudersi a una trentina di chilometri da Boston, il 29 novembre di quattro anni dopo. Con un pareggio, nel quale non erano comunque mancati i suoi meravigliosi lampi di infinita classe, ma fatto soprattutto di rimpianti. Soprattutto per un vincente come lui.
