Che poi, a pensarci bene, era scritto nel destino, nel luogo di nascita: Mercedes, capoluogo dell’omonimo partido di Buenos Aires, dalla seconda metà dell’Ottocento è stato un importantissimo snodo ferroviario tra la capitale dell’Argentina, il Pacifico, le Ande e le Pampas. Tutto e tutti, insomma, passavano da lì: ovviamente anche gli avi di Matias Augustin Silvestre, uno dei più curiosi esempi di “snodo calcistico” degli ultimi decenni di Serie A.
“È un’opportunità che inseguivo da tempo, spero di farmi trovare pronto: giocare con Walter Samuel sarà molto bello. Quando ero nelle giovanili del Boca Juniors lo ammiravo, per me è stato un modello e ora è un mio compagno di squadra. Saremo una bella coppia”.
Quello che Silvestre non sa, in quel giorno d’estate del 2012, con i microfoni di Interchannel di fronte, è che con “The Wall”, il suo idolo, all’Inter ci giocherà solo in sei occasioni, alcune per pochissimi minuti: e che no, non sarebbero stati “una bella coppia”, naturalmente rapportata al periodo drammatico, sportivamente, vissuto dai nerazzurri.
Questa, probabilmente, la più grande sfortuna della carriera del difensore argentino nato a Mercedes: essere capitato al posto giusto al momento sbagliato. Perché l’Inter del 2012 era il “posto giusto al momento sbagliato” per chiunque: il nono posto finale in Serie A, alle spalle del Catania, di cui Silvestre è stato capitano, è l’emblema con più significato di quella stagione.
Silvestre, però, non poteva saperlo: quella di Andrea Stramaccioni era una squadra senza certezze e con alcuni giocatori già a ben oltre il ciclo. Cristian Chivu, Esteban Cambiasso, Diego Milito, Wesley Sneijder, ma anche gli stessi Walter Samuel e Javier Zanetti sono stati senza dubbio fuoriclasse che trascendono generazioni intere, ma i fasti del Triplete erano lontani e le prestazioni in campo lo confermavano.
GettyNonostante ciò, comunque, c’era spazio per Matias Silvestre sin dall’inizio della stagione: l’argentino è stato schierato all’esordio ufficiale dell’Inter contro l’Hajduk Spalato, ad esempio, gara vinta ai preliminari di Europa League per 0-3 (prima dello 0-2 di San Siro, da batticuore). Rimane il preferito di Stramaccioni fino a inizio settembre, poi qualcosa cambia: la partita che muta per sempre il percorso di Silvestre in nerazzurro è quella contro la Roma a San Siro. Da lì in poi nulla sarà come prima.
Scende in campo insieme a Ranocchia, Zanetti e Nagatomo completano la linea difensiva davanti a Castellazzi. Al quarto d’ora rimane immobile a guardare Alessandro Florenzi inserirsi, prendere la mira e colpire di testa spedendo la palla in rete su un cross lento di Franceso Totti. Zanetti lo guarda con le mani ai fianchi. Al 67’ esce altissimo facendosi bucare, alle spalle, da Pablo Osvaldo, che supera Castellazzi con un tocco sotto. Poi, dopo aver sostanzialmente servito un assist a centro area a Florenzi (che spara incredibilmente a lato), perde la marcatura di Marquinho, che lo brucia e fissa il punteggio sull’1-3 all’81’. Un disastro.
Da quel momento in poi Stramaccioni lo impiegherà dal primo minuto per altre undici volte, di cui cinque in Europa League, dove sembra trovarsi più a suo agio: alla fine della stagione, dopo venti presenze, il destino è ancora in bilico. All’Inter era arrivato in prestito con diritto di riscatto: i nerazzurri esercitano l’opzione, ma in linea con le richieste del nuovo allenatore, Walter Mazzarri, archiviano praticamente per sempre la sua esperienza. Non deve neanche fare le valigie: rimane a Milano, va al Milan.
“Il primo ricordo che ho del Milan è la finale di Coppa Intercontinentale del 2007: giocavo con il Boca Juniors e dall’altra parte vedevo i campioni rossoneri. Mi sembrava di sognare: volevo diventare come loro e indossare quei colori un giorno, e ci sono riuscire. Entrare a Milanello è stato il coronamento di un sogno”, racconterà nel febbraio del 2022.
Un sogno che, però, non dura moltissimo: è il Milan di Massimiliano Allegri, almeno per metà stagione, del ritorno in rossonero di Kakà e dell’ottavo posto finale. Silvestre, però, non sta bene: si fa male al menisco praticamente subito, poi scende in campo da titolare in coppia con Zapata nell’1-0 dei rossoneri, a San Siro, contr l’Udinese, vittoria firmata da Valter Birsa. Nella partita successiva la sua esperienza vive una sliding door.
Al Tardini il Milan va sotto 2-0 in un tempo subendo le reti di Marco Parolo e Antonio Cassano, poi, in due minuti, la pareggia: al goal di Alessandro Matri segue il colpo di testa del difensore argentino, che in un istante trova la chiave giusta per entrare nei cuori della tifoseria rossonera. Parolo, al 94’, spegne i sogni di gloria.
Non è tanto quella sconfitta rocambolesca, quanto poi la quantità di infortuni a incidere sull’avventura di Silvestre al Milan: dopo quelle due gare scende in campo solo contro il Catania, al Massimino (che lo fischierà per tutta la sfida) e contro il Verona, subentrando a Daniele Bonera, infortunato. Fine: solo panchine e qualche tribuna.
Non giocherà mai in Champions League, questo probabilmente il suo rimpianto più grande insieme al fatto, lampante, di essere stato una meteora nei cieli di Inter e Milan, lasciando una scia di “se” e “ma” che seguono, comunque, delle premesse e delle aspettative sul suo conto non altissime. In quel periodo sia i nerazzurri che i rossoneri avevano ben altri problemi che trovarsi Matias Silvestre in difesa: le contingenze, comunque, non hanno aiutato.
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