Riyad Mahrez, l'eroe "troppo magro" del Leicester e dell'Algeria

Riyad Mahrez Manchester City 2020-21
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Dal nulla al tutto. La crescita di Mahrez, fuoriclasse del City, protagonista di un percorso fatto di scelte impopolari e critiche.

Quando il quindicenne Riyad Mahrez aveva visto suo padre morire, colpito da un infarto a 54 anni, aveva promesso a sé stesso che ce l’avrebbe fatta. Che avrebbe realizzato il suo sogno di diventare un professionista, di arrivare. Proprio come aveva fatto papà. Una famiglia con il calcio nel destino. Nessuno però immaginava che quel ragazzo, considerato eccessivamente smilzo, sarebbe arrivato a trent’anni con un palmares da sogno, da eroe del proprio paese d’origine e da eterna leggenda per aver contribuito al compimento di una delle imprese sportive più leggendarie di sempre. Evidentemente, Mahrez ce l’aveva nel sangue.

“Papà era sempre con me - ha dichiarato al Guardian - voleva che giocassi a calcio. La sua scomparsa mi ha fatto scattare la scintilla. Nella mia testa lo volevo di più”.

Cresciuto nella periferia di Parigi, in mezzo al nulla. Passava l’inverno in Francia e l’estate in Algeria. La maggior parte del tempo con il pallone tra i piedi. Il legame con il suo paese d’origine del padre è sempre stato estremamente forte, indissolubile. Nonostante la Francia lo avesse cresciuto calcisticamente. Tanto che non ha dubitato quando si è trattato di scegliere la nazionale algerina. Ma ci arriveremo. Perché già pensare che l’adolescente Mahrez potesse ambire a una selezione sembrava arduo. Aveva fatto qualche provino in giro per l’Europa, sentendosi sempre dare la stessa risposta: smilzo. Troppo.

“Tutti dicevano che fossi troppo magro, che mi avrebbero spinto via lontano dalla palla. Avevo una buona tecnica, ma fisicamente non ero forte ed ero poco veloce. Quando sei così magro non vai a duello, un allenatore mi ha detto che dovevo giocare senza contatto, dovevo giocare in maniera intelligente”.

Mahrez PS

Quando ha dovuto lasciare il suo quartiere, Sarcelles, ha scelto il Quimper, club di dilettanti in Bretagna che militava in quarta serie e dove ha giocato con Mathias Pogba, fratello di Paul, di cui è stato anche compagno di stanza. Scelta a dir poco impopolare. Col senno del poi, azzeccata.

“Mangiava e poi lasciava lì il suo piatto, dovevo educarlo. Poi dopo due-tre mesi si è sistemato. Mangiavamo male, molto male. Bistecche e patatine. Eravamo due studenti. Non sapevamo cucinare, prendevamo il cibo da fuori, eravamo sempre in giro. È stato il mio fratello minore”.

Impopolare. Un po’ come quando nel 2010 preferì il Le Havre al PSG e all’Olympique Marsiglia, che in quel diciannovenne avevano visto qualcosa. Eppure Mahrez si sentiva più pronto per la seconda divisione. Ottenne un ruolo da comprimario, inizialmente. Prima di iniziare a ritagliarsi il proprio spazio. Si sentiva solo in parte a suo agio. Per un estroso come lui, il tatticismo quasi estremo, spinto al limite della Ligue 2 era un freno. Aveva accusato le squadre di essere troppo conservatrici e giocare sempre per lo 0-0, criticato la lega per il poco calcio offensivo.

Amici e parenti per lui ipotizzavano un futuro in Spagna, una lega più su misura per le sue caratteristiche. A sorpresa, invece, la telefonata giusta arrivò dall’Inghilterra, per la precisione dalla Championship. Midlands, Leicester City. La miglior squadra di quel campionato, stravinto con 102 punti all’attivo. Grazie anche al suo apporto. Gli scout cercavano giocatori low cost nelle seconde divisioni europee, affari a basso rischio, talenti su cui puntare. In realtà, l’obiettivo era un altro: Ryan Mendes, ex Lille. Gli scout, però, erano stati convinti dall’algerino. Dopo un corteggiamento di un paio d’anni, il trasferimento decisivo. Anche stavolta: scelta impopolare, ma indovinata. Al sito del club, Steve Walsh ha raccontato quell’aneddoto.

“L’ho tenuto d’occhio, ho informato il club che sarei tornato a vederlo. Ho parlato con lui. Poi ha deciso che gli sarebbe piaciuto venir al Leicester, anche se non credo avesse idea di chi o cosa fosse il Leicester”.

Riyad Mahrez Leicester City

Il 2014 è stato l’anno della svolta. Riyad Mahrez si fece un nome nel calcio, anche in Algeria iniziò ad essere seguito con attenzione dai media. A fine 2013 aveva scelto di rappresentare il suo paese d’origine. E voleva andare al Mondiale. Il CT Halilodzic lo convocò. Putiferio: qualcuno accusò il tecnico bosniaco di essere stato pagato dallo stesso Mahrez per poter far parte della spedizione.

“Ho sentito nominare per la prima volta il suo nome quando l’ex allenatore Delmotte mi ha detto che al Le Havre c’era un algerino molto interessante - ha raccontato proprio Halilodzic a Goal - Non giocava molto ma ha attirato la mia attenzione, aveva una tecnica pazzesca, un controllo di palla brillante. È andato al Leicester, mostrava superiorità tecnica, anche senza potenza. Ho visto il suo potenziale. L’ho chiamato al Mondiale. Non so descrivere cosa ho vissuto sui media algerini. Non c’era buonsenso nella loro critica, qualcuno ha anche detto che mi aveva pagato per poter andare al Mondiale".

Rapporto iniziato male. Un po’ come quel Mondiale: 72 minuti alla prima col Belgio, poi panchina fino alla fine del torneo. Peraltro, torneo terminato algerino soltanto ai supplementari contro la Germania, soprattutto grazie alle parate di un Manuel Neuer che giocò da libero sventando una serie impressionante di contropiedi.

Che comunque Mahrez potesse avere un futuro in quella selezione era chiaro a tutti sin dalla sua prima annata in Premier League. Un po’ troppo discontinuo, ma sempre al centro delle idee di Nigel Pearson, che con lui aveva lavorato particolarmente anche sulla fase difensiva. Frutti raccolti da Claudio Ranieri nella stagione successiva, quando Mahrez è stato assolutamente incontenibile. 17 goal, 10 assist. Il Leicester vola con le sue giocate e i goal di Vardy. Se il ‘working class hero’ manda in visibilio gli inglesi, nei dintorni di Parigi si impazzisce per l’algerino. Il suo barbiere aveva la coda. Arrivavano clienti da ogni parte della Francia, pure dal Belgio, per poter avere un taglio come quello del numero 26 delle Foxes.

2016, il suo anno. Trionfo del Leicester. Riyad Mahrez diventa il primo algerino a vincere la Premier League. Lo fa da MVP della stagione. A fine anno viene anche nominato settimo nella classifica del Pallone d’Oro, riceve il premio di giocatore africano dell’anno. Sembra il punto più alto. In molti sono scettici: raggiunto il picco, ora mantenerlo a quel livello sembrava quantomeno complicato. È rimasto un anno a Leicester per giocarsi la Champions League, poi la decisione di andare via. Ci hanno provato Roma e Arsenal, respinti con Perdite. Nel gennaio 2018 l’ultimo giorno lo ha passato alla ricerca di una squadra, ma non l’ha trovata. Solo che mentre cercava aveva smesso di allenarsi per un periodo, finendo al centro delle critiche.

Il salto di qualità era solo questione di tempo. Lo ha acquistato il Manchester City per una sessantina di milioni di sterline, rendendolo il giocatore africano più caro di sempre. Un altro picco. E se fosse più di un ‘one season wonder’?

C’era però ancora una missione da compiere, portare l’Algeria sul tetto d’Africa. Fuori ai quarti nel 2015, fuori ai gironi nel 2017, mancata la qualificazione al Mondiale 2018 - con annesso allontanamento nei mesi precedenti. Per l’edizione 2019 il nuovo CT Belmadi ripristina le gerarchie. Riyad Mahrez, leader tecnico e capitano. Scelta per certi versi impopolare. Sì, di nuovo. Scelta indovinata. Sì, di nuovo.

Riyad Mahrez - Algeria

Mahrez vive il mese perfetto. Girone dominato. Segna alla Guinea negli ottavi. Battuta anche la Costa d’Avorio nei quarti. In semifinale, l’apoteosi: goal su punizione in pieno recupero per battere la Nigeria. Una nazione in festa. E poi finale col Senegal, vittoria. La Coppa d’Africa alzata al cielo a 29 anni dal primo e unico successo nella storia dell’Algeria. L’eroe di una nazione, arrivato dal nulla. Con dedica al papà. E a chi lo definiva troppo magro.

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