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MudingayiGetty/Goal

Gabi Mudingayi, il mediano che voleva boxare: Lazio, Inter e il caso Cannavaro

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Tornerò in Belgio una volta finita la tua carriera? Per niente. Resterò in Italia. Questo è il paese che mi ha dato tutto".

Sono passati dieci anni da quando Gabi Mudingayi, una vita da mediano (realmente, nessuna triste citazione a cantautori pop rock) in Italia, pronunciava tali parole a 'La Dernière Heure'. Desiderava rimanere nel paese in cui è potuto diventare qualcuno, senza entrare nel bidone delle meteore e dei flop. Ci è riuscito, perché dal 2004, anno della sua prima esperienza in Serie A, l'unico periodo prolungato passato all'estero è stato quello durante l'esperienza all'Elche. Pochi mesi senza mai giocare, perché la calamita italiana era talmente attirante da non permettere di farlo brillare all'estero.

Mudingayi è rimasto in Italia nonostante il suo decennio, e poco più, da calciatore, gli abbia riservato anche tristi parabole. Non derivanti dalla Bibbia, ma dalla vita, che lo ha spezzato quando cominciava seriamente a farsi un nome. Che lo hanno messo alla prova fisicamente e psicologicamente. E' normale essere giù, ma la consapevolezza di essere fuggito ad una vita senza sbocchi. E' ovvio, dunque, guardare di nuovo in alto, grato, felice di godersi la vita, il calcio. I ricordi.

Non sono pochi i giocatori (ma non sono comunque tali da riempire uno stadio) che hanno cominciato a tirare calci ad un pallone per caso. Mudingayi è uno di quelli che si possono contare sulle dita di due, forse tre mani. Non è cresciuto in una scuola calcio, costruita di fortuna o d'elite. Non sognava, a fine anni '90, di ripercorrere le orme di Milla, Kanu o Abedì Pelè. Si divertiva con i suoi parenti, passando il tempo con i più svariati giochi di chi ha poco e niente. Di chi cerca di dimenticare la povertà - quella vera da un pasto sì oggi, ma un nuovo pasto due giorni dopo -, provando a nascondersi da essa in maniera silenziosa, giocando a nascondino, a chi è più veloce. Magari anche calciando un pallone, che fino ai 16 anni Mudingayi è consapevole esista, senza però averlo mai colpito.

NIENTE PUGNI, SOLO CALCI: DALL'IDEA BOXE AL CALCIO

Mudingayi nasce nel 1981, nello Zaire. Cresce a Kinshasa, la terza città più popolosa dell'Africa. Vive, a distanza, il periodo più duro per il paese, che nel 1997 diventerà Repubblica Democratica del Congo. La prima e la seconda guerra del Congo colpiscono duramente il paese, al centro della migrazione dell'etnia Hutu, in cerca di rifugio dopo il genocidio del Rwanda. Gabi, di base, comincerà a capire di avere un talento per il calcio al pallone proprio in questo periodo, riuscendo a fuggire ad un destino per nulla roseo del post conflitto:

"Fino ai sedici anni non avevo mai toccato un pallone da calcio. Andavo in giro giorno e notte e mio padre voleva tirarmi fuori di lì iscrivendomi a una società sportiva. Ero tentato dalla boxe, ma la violenza dei combattimenti lo ha spinto a dirmi di no. Ho scelto il calcio perché era l'ultima soluzione".

Il popolo dello Zaire-Repubblica democratica del Congo è stanco del conflitto. Applicarlo anche allo sport, in teoria simbolo di unione e pace (spesso, non sempre. Non prendiamoci in giro), spinge papà Mudingayi a puntare per il calcio. Gabi, come molti bambini congolesi, è probabilmente cresciuto con i racconti del The Rumble in the Jungle, il più famoso evento sportivo nella storia del paese e in generale della boxe. Non c'è incontro di pugilato più famoso di quello organizzato da Don King nella capitale il 30 ottobre 1974. Tutti lo conoscono in città. Mundigayi sarà ricordato per altro.

Non è in Congo che Mudingayi comincia a giocare a calcio, ma bensì in Belgio, dove si è trasferito all'età di otto anni. In quel di Etterbeek, Bruxelles, insieme lui ci sono tanti connazionali, tra cui alcuni parenti, in virtù del collegamento tra le due nazioni: nel '900, fino all'indipendenza, lo stato di Kinshasa è stata una colonia di Bruxelles. Messa da parte la boxe, Gabi viene spinto dagli amici, verso cui il padre guarda con preoccupazione, a puntare sul pallone. Un mondo che come primo livello, genera la possibilità di passare il tempo in maniera positiva, senza dover incappare in pericoli di una vita diversa, complicata, senza sbocchi:

"Mi è piaciuta l'idea e anche mio padre l'ha apprezzata" ha confessato Mudingayi a 'Il Posticipo'. "Mi piaceva il calcio perché avevo scoperto che correre mi rendeva felice. La gente mi apprezzava. Dopo due mesi il presidente della squadra ci ha detto che non poteva tenerci tutti e sei perché anziché giocare a calcio facevamo casino. Però voleva che io rimanessi e mi ha detto che, se fossi rimasto, mi avrebbe pagato da mangiare dopo ogni allenamento e ogni partita. Allora ho accettato. Avevo 14 anni e giocavo in una squadra che era in Promozione".

Che siano 14 o 16 gli anni in cui Mudingayi scopre il modo di avere una base per costruirsi una vita migliore, senza minimamente pensare possa essere agiata nel lungo periodo, poco importa. Serve invece evidenziare come il ragazzo da allora non si sia più fermato. Ci vorranno cinque anni prima che Gabi cominci a pensare al professionismo ed uscire dalla bolla dei dubbi, del vivere il presente. L'Union Saint-Gilloise in C è un primo passo del proprio valore, il Gent, nella massima serie, la consapevolezza di essere in grado di sfondare.

Corre Mudi. Non ha piedi educati, ma strappa gli applausi dei più tosti tifosi sulle tribune. Vorrei avere la sua foga, dicono. Guadagna persino la chiamata nel Belgio Under 21, la Nazionale scelta perchè ormai la sua patria, diversamente da un Congo ormai lontano più di un decennio. Ottiene anche l'interesse dei club esteri, che cercano fortuna a poco prezzo nei territori fiamminghi. Persino quello del Torino, che nella primavera del 2003 si reca per due volte ad osservarlo da vicino. La prima volta per caso, considerando che gli scout hanno preso l'aereo per valutare un suo avversario. La seconda, per conferma, quando si gioca Belgio-Polonia a Bruxelles. Nazionale maggiore, mica giovanile. I granata battono la concorrenza del Modena e mettono sotto contratto il ragazzo fino al 2007, atterrato in Italia a gennaio 2004 con la fidanzata italiana:

"Sono molto onorato di essere qui perché credo sia il posto giusto per imparare".

Il Torino era alla ricerca di un giocatore di temperamento per risalire la china della Serie B, in cui si trova. Ok la classe, ma la rabbia è necessaria. E Mudingayi, in campo, ne ha tanta. L'idea è quella di renderlo una colonna del futuro senza mettergli fretta, come evidenzieranno a più riprese i dirigenti. Non fatica a mettersi in mostra, ottenendo sempre più discorsi con il suo nome nel bel mezzo degli stessi. Quando i granata ottengono la promozione in A un anno e mezzo dopo, vedendola sfumare per il dissesto economico-finanziario in cui naviga, Gabi sale comunque nella massima serie. Acquistato dalla Lazio.

Mudingayi PSGoal

IL CASO MUDINGAYI-CANNAVARO: "VERGOGNOSO"

Nella Capitale, Mudingayi gioca tre anni. In Serie A è il mediano di rottura di Delio Rossi, il braccio armato delle bacchette magiche Pandev-Rocchi in avanti. Gioca persino in Champions League, incrociando i tacchetti con gli attaccanti del Real Madrid. Segna al debutto una delle sue sue quattro reti italiane (la prima risale ai tempi granata). Si fa voler bene dai tifosi biancocelesti per la corsa a ventotto polmoni, senza la minima possibilità di fermarsi a ricaricare le batterie. L'episodio più famoso è relativo però ad un infortunio, a ciò che causò. Alle polemiche divampate a fine 2005, nella sua prima annata capitolina.

E' il 22 aprile 2006 e la Juventus di Capello, Campione in carica e con il tasca il secondo titolo consecutivo (a pochi mesi dalla cancellazione del primo e assegnazione interista di quello in arrivo), ospita la Lazio sotto la Mole. Ad andare in rete sono i soliti noti, Rocchi da una parte e Trezeguet dall'altra. Ma prima che l'Italia calcistica venga sommersa dalle polemiche di Calciopoli, la foga dei salotti tv e delle interviste post gara saranno quelle relative al caso Mudingayi-Cannavaro.

Nono minuto, sullo 0-0. Cannavaro si lascia andare ad un intervento killer su Mudingayi, a centrocampo. Urlo a squarciare il cielo, tibia e perone sono andati. Gianluca Paparesta, arbitro della sfida, si becca un sonoro vaffa da parte di Dabo, per cui beccherà tre giornate di qualifica. Per il futuro Pallone d'Oro, invece, neanche un giallo. In stampelle, deluso e allo stesso tempo furibondo, Gabi non le manderà a dire nei giorni seguenti a 'Le Soir':

"Il peggio di questa storia è che Cannavaro non è stato neppure ammonito, mentre qualche minuto dopo Dabo è stato espulso per aver brontolato per un gol annullato. In Italia i grandi club, e particolarmente la Juventus, sono sistematicamente protetti in modo scandaloso. E' disgustoso. Mi trovavo tra Vieira e Nedved. Cannavaro è arrivato su di me come un pazzo senza preoccuparsi del pallone. Aveva ricevuto delle consegne? Non lo so, però mi arrabbio anche perché oltretutto in questa stagione ero stato già frenato da diversi piccoli infortuni".

Un caso in Italia e in Belgio per diverse settimane, che sarà parte integrante delle accuse dei tifosi contro la Juventus. Prima che siano i tribunali a formularne altre. Accusato per non aver chiesto scusa a Mudingayi al momento dell'impatto, il centrale bianconero rimedierà telefonicamente.

L'INTER E LA NUOVA VITA DA IMPRENDITORE

Arrivato per vestire la maglia del Torino, maturato con quella della Lazio, Mudingayi giocherà da imprescindibile a Bologna. Il quadriennio rossoblù è quello in cui Gabi, libero da infortuni e turnover, vedrà di più il campo. Non ci saranno le polemiche ad avvolgerlo, né i k.o da affrontare. La salvezza è ottenuta solamente in primavera una, due, tre, quattro volte. Può correre e divertirsi, ciò che conta. La sua fame in mezzo viene scelta da chi, nell'ultimo biennio, non sembra averne più. L'Inter ha vinto tutto ed ha concluso il ciclo vincente di Mancini prima e Mourinho poi, alla ricerca di volti nuovi per combattere con la rinascita di Milan e Juventus.

No, Mudingayi non arriva in una big. L'Inter è una squadra che annaspa tra il sesto e il decimo posto in campionato, copia di sé stessa. Ma Gabi non avrebbe mai pensato di poter arrivare in un team che solo due anni prima ha conquistato il Triplete. Trova una storia epica, un tifo secolare e un patron, Moratti, che ha trenta figli in maglia nerazzurra. Ma anche la sfortuna di un nuovo infortunio, al tine di Achille:

"Avevo lavorato tanto per arrivare in una squadra di prima fascia" dirà a 'Il posticipo'. "All'inizio giocavo e le cose stavano andando bene: eravamo secondi dopo la Juve. Poi ti fai male ed è difficile. Quando hai vent'anni la società ti aspetta e ti coccola perché comunque hanno investito su di te. Se ti succede invece a una certa età, diventa difficile anche per il club. Ho fatto di tutto per tornare in tempo, ma l'Inter aveva fatto altre scelte. Purtroppo ci sono rimasto poco, ma è stata colpa dell'infortunio. Ho giocato pochissimo".

Rimane svincolato, Mudingayi. Ascolta le più svariate proposte, ma quella più interessante proviene dall'estero, da Elche. Ha trascorso le vacanze in Marocco, è spesso tornato in Belgio per recuperare dagli infortuni, ha seguito Inter e Lazio in giro per l'Europa. Ma trasferirsi definitivamente è un altro mondo. In cui Gabi si immerge. Peccato che la società spagnola abbia grossi debiti e dopo la promessa di ingaggio, il suo contatto non venga mai depositato. Da giugno 2014 al febbraio 2015 si allena senza giocare. Non trova una squadra che vuole fare affidamento su di lui, vuoi per gli infortuni subiti, vuoi per essere reduce dal flop Inter, una squadra a cui tutti guardano con attenzione. Quasi fosse nuovamente maledetta, come nel decennio, e oltre, di mancati scudetti.

Ed è proprio di maledizione che Mudingayi parla, quando si chiude anche la breve esperienza al Cesena di inizio 2015. Da lì, per un anno, il telefono non squillerà. Nel mezzo, risponderà ad una delle poche per fare il punto sulla sua vita nell'intervista a 'La Capitale'. I dubbi, le spalle alzate:

"Tutti si chiedono come sto fisicamente. Ho avuto qualche problema quando ero all'Inter, ma ora sto bene. Posso giocare a buon livello per altri due anni. Per me è un mistero, come mai non gioco, dopo essere stato titolare in nerazzurro. Parecchi giocatori che hanno fatto una carriera meno importante della mia si sono riaccasati. Io no. La gente mi ferma per la strada e dice: è impossibile che non giochi. E' come se qualcuno mi avesse fatto un sortilegio. Io non voglio già andare in pensione. Amo giocare a calcio, voglio decidere io quando smettere. Non ho ricevuto una telefonata nemmeno dai club belgi. Come se non avessi fatto niente. I soldi? Sono un falso problema. Non ne prendo da due mesi. Io vorrei rimettermi in gioco per dimostrare qualcosa. Durante l'estate  ho lavorato col mio preparatore personale che è venuto da Milano. Ora sto continuando da solo. Sborso l'affitto per allenarmi. Ora mi tocca pagare per giocare..."

L'unica squadra che lo contatta per un nuovo progetto è il Pisa nell'ottobre del 2016, più di un anno dopo l'ultima gara giocata col Cesena. Cambierà poco: due presenze e la consapevolezza acquisita di dover andare oltre. Rimanendo in Italia, guardando ai ricordi del passato come un tempo ormai andato. Tempi cui ha ascoltato la musichetta della Champions League, ha diviso lo spogliatoio con i grandi del Belgio (Hazard, De Bruyne e la generazione d'oro), e dimostrato che anche iniziare a giocare a calcio da adolescente, e non da bambino, può portare al professionismo.

Mudingayi non si è mai aspettato niente dal calcio, ma ha sfruttato appieno in passato, e nel presente l'esserci entrato, l'aver scoperto che non solo era bravo. Ma aveva anche talento. Nato nello Zaire, cresciuto in Belgio, divenuto grande in Italia, ha anche messo su famiglia nel Bel Paese. Nella Capitale ha lasciato il cuore e così, nella stessa regione, ha deciso di investire: ha aperto un B&B e un pub.

A Gaeta, in quel di Formia, è diventato imprenditore. Un divertimento, un modo per permettere ai giovani di incontrarsi a due passi dal mare. Un modo per i figli di crescere con il padre, che nel frattempo, quarantenne, studia per diventare agente. Magari per scoprire il nuovo Mudingayi. Tanti ragazzi non sanno di essere fatti per il calcio, ma il calcio sa di essere fatto per loro. Quando si incontrano, la storia scaturita è più interessante di tante altre.

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