Kevin De Bruyne, da emarginato a stella del Manchester City

Kevin De Bruyne, Manchester City, Champions League 2020-21
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Il campione belga è stato rifiutato prima dalla sua famiglia ospitante, poi dal Chelsea. Oggi è uno dei migliori giocatori del Mondo.

12 marzo 2015, ore 19, andata dei sedicesimi di finale di Europa League, Wolfsburg contro l'Inter. I nerazzurri passano in vantaggio già al 6', ma poi il Wolfsburg si riprende, perché c'è un uomo che prende il controllo del gioco. È come se tutti i palloni finissero sui piedi del 24enne Kevin De Bruyne. Vince i duelli, allarga il gioco, lo alzando o abbassando i ritmi. Il suo corpo e il suo gioco sono puro controllo ed eleganza.

Al 28', De Bruyne spedisce un angolo sulla testa di Naldo: 1-1. Al 63', sfrutta un errore di Carrizo e segna: 2-1. E poi, al 75', va in rete pure su calcio di punizione. Il coronamento di una prestazione eccezionale. Alza entrambe le braccia e le allunga: guardatemi!

Pochi mesi dopo, De Bruyne si trasferirà al Manchester City per 74 milioni di euro, diventando due volte campione d'Inghilterra. Nel 2018 è arrivato terzo con il Belgio ai Mondiali in Russia. Nel 2020 la FIFA lo sceglierà come regista del Top 11 mondiale. Pep Guardiola, il suo allenatore a Manchester, dice: "Kevin è il miglior giocatore del mondo".

Per capire il fenomeno De Bruyne, però, vale la pena guardarsi alle spalle: come è diventato quello che è oggi? La sua vita e la sua carriera sono storie di qualcuno che è rimasto fedele a se stesso: per questo è stato premiato, ma anche punito. Sono le storie di un ragazzo a cui è stato insegnato come prendere le decisioni giuste al momento giusto.

I vasi di fiori rotti e l'uso del sinistro

Kevin De Bruyne, nato il 28 giugno 1991 a Drongen, nelle Fiandre orientali, inizia a giocare a calcio all'età di sei anni. C'è un aneddoto di questo periodo che dimostra quanto sia talentuoso: Kevin spesso gioca nel giardino di un amico, non di rado rompe i vasi di fiori dei suoi genitori ed è costretto a usare solo il piede sinistro. Imparerà a controllarlo in pochissimo tempo, capacità di cui beneficia ancora oggi.

C'è un video su YouTube di un giovane De Bruyne ai tempi del Gent, nella finale della Belgian Youth Cup. De Bruyne indossa già la maglia numero 17, quella che porta anche oggi al Manchester City. Nella clip, il simpatico ragazzo dalle guance rosse racconta quanto gli piaccia il Liverpool. Il suo giocatore e modello: Michael Owen. Un giorno, dice, voglio giocare in Inghilterra.

Uno che ha accompagnato dall'inizio il viaggio di De Bruyne è Ronny Van Geneugden. Nel 2003, il 52enne ha creato l'accademia giovanile del Genk, club di prima divisione belga. Van Geneugden stima di aver trasformato 150 giovani in calciatori professionisti. La sua accademia ha prodotto numerosi giocatori arrivati in Nazionale: Thibaut Courtois, ad esempio, ma anche Divock Origi. Oltre, appunto, a Kevin De Bruyne.

La giovinezza di De Bruyne: la sua crescita tardiva

Se gli si chiede del suo primo ricordo di De Bruyne, Van Geneugden racconta di un ragazzino magro di 14 anni che si è presentato alla sua accademia nel 2005. Il suo talento era evidente, dice Ronny in un'intervista a DAZN, ma non è stato facile per lui affermarsi contro gli altri ragazzi della sua età.

Molti hanno uno scatto di crescita all'inizio della pubertà: De Bruyne non l'ha avuto. Così, per essere in grado di tenere il passo, Kevin doveva essere tecnicamente migliore dei ragazzi che lo sovrastavano in altezza. Forse è per questo che era più "rumoroso" dei suoi compagni di squadra: se qualcosa in allenamento non gli piaceva, se si andava troppo lentamente, se i compagni di squadra erano troppo cattivi o non abbastanza determinati, lo diceva direttamente all'allenatore e al suo staff.

A questiultimi  piaceva il suo tono esigente, soprattutto perché avevano l'impressione che De Bruyne si lamentasse non tanto per vanità personale, ma perché voleva migliorare l'intera squadra. Van Geneugden dice: "Molti dei nostri giocatori avevano un talento paragonabile al suo. Ma lui, anche a quell'età, aveva la mentalità necessaria per avere davvero successo".

Kevin De Bruyne KRC Genk

Quando la sua famiglia ospitante non lo volle più

Durante il suo periodo a Genk, De Bruyne viene ospitato da una famiglia. Ottiene buoni voti a scuola, con lui non ci sono problemi. Ma gli mancano il tempo e le forze. Quando torna a casa dall'allenamento, spesso la sera tardi, deve fare i compiti e studiare per gli esami, mentre gli altri giovani hanno la possibilità di riposarsi.

Ripensando a quel periodo, De Bruyne ha definito gli anni nell'accademia giovanile "i più solitari della mia vita". Viaggiando attraverso il Belgio per sognare di diventare un calciatore professionista, da Gand a Genk, da Ovest a Est, si è lasciato tutto alle spalle: i suoi genitori, gli amici, la sua vecchia vita. Solo quando era in campo svanivano preoccupazioni e dubbi: lì c'era solo il sogno di diventare un calciatore professionista.

Alla fine del secondo anno di accademia, Kevin fa le valigie per tornare dalla propria famiglia per l'estate. Quando entra in casa, vede sua madre piangere e pensa: forse è morto qualcuno. Ma scopre che la sua famiglia ospitante non vuole più averlo in casa. Chiede perché, vuole saperlo. "Perché sei quello che sei", gli spiega sua madre.

Alla sua famiglia ospitante non piace, lo trova difficile, troppo chiuso, ritirato. De Bruyne prende un pallone e lo calcia contro una recinzione per ore. Solo e pensieroso. "Perché sei come sei". Non riesce a toglierselo dalla testa. "Perché sei come sei". Deve cambiare? Deve cambiare per essere accettato? No, decide in quel momento. Al contrario: deve mostrare al mondo com'è veramente.

Kevin De Bruyne: debutto professionistico e svolta al KRC Genk

De Bruyne torna a Genk e gioca la prima partita della nuova stagione con la sua squadra giovanile. Viene sostituito all'intervallo, ma dopo aver già segnato cinque goal. Quello, dice Van Geneugden, è stato il momento in cui si è reso conto che presto l'avrebbe perso. Nel maggio 2009 arriva il momento: Kevin De Bruyne fa il proprio esordio con la prima squadra del Genk. A 17 anni.

Due anni dopo viene convocato dal Belgio Under 21. E anche qui si impone. In un'intervista a DAZN, Jean-Francois De Sart, l'allenatore di quell'Under, ricorda come De Bruyne si lamentasse delle condizioni dell'erba del campo di allenamento, dove secondo lui la squadra non poteva allenarsi ai massimi livelli. "Sono rimasto sorpreso - dice De Sart - Ma mi ha fatto capire di essere un giocatore con esigenze altissime. Esigenze verso se stesso, i suoi compagni di squadra e il suo ambiente".

De Bruyne rimane con De Sart e l'Under 21 solo per due partite: lo chiama la Nazionale maggiore. Le cose vanno bene anche col Genk, con cui nel 2011 è grande protagonista dell'accoppiata campionato-coppa nazionale

Nel frattempo, a Londra, lo scout olandese Piet de Visser segnala De Bruyne a Roman Abramovich. De Visser aveva già preso Romario e Ronaldo al PSV e successivamente aveva scoperto Neymar, definendolo "una rivelazione". Il diciottenne belga è il successore perfetto di Frank Lampard, che all'epoca ha 34 anni. Abramovich è entusiasta dell'idea. Tuttavia, nessuno sospetta che il primo trasferimento in Inghilterra sarà troppo pesante per il ragazzino dai capelli rossi.

Kevin de Bruyne Chelsea 2013

I problemi con Mourinho al Chelsea

Prima i londinesi lo prestano al Genk per sei mesi, poi al Werder Brema, salvato dalla retrocessione grazie a un contributo decisivo. Nell'estate del 2013 arriva finalmente nel paese dei sogni. Rimane fedele a se stesso, si impegna in allenamento. Però incontra un allenatore che odia le critiche nei suoi confronti: José Mourinho. Il portoghese lascia costantemente De Bruyne in panchina. E la situazione peggiora ulteriormente.

Un giorno Mourinho lo chiama in ufficio assieme agli altri centrocampisti: Juan Mata, Eden Hazard, Willian, Oscar e Andre Schürrle. Ha preparato una presentazione per ogni giocatore, mostrandogli quanti goal abbia segnato e quanti assist abbia sfornato. In fondo alla lista c'è De Bruyne: un assist, nessun goal.

Mourinho non accetta l'obiezione giustificata legata a un minutaggio inferiore rispetto a quello dei compagni. Il suo messaggio è chiaro: qui non abbiamo bisogno di te. In seguito lo chiama pubblicamente "piagnucolone" e "bambino arrabbiato". Dopo essere stato cacciato dalla sua famiglia ospitante, all'età di 23 anni De Bruyne viene punito una seconda volta per essere quello che è.

Il rimpianto: "Sarei andato al Borussia Dortmund"

Pochi anni dopo, De Bruyne scriverà nella propria autobiografia che trasferirsi a Londra è stata l'unica scelta professionale in cui non ha seguito il proprio istinto: "Una decisione che avrei preso diversamente nella mia vita? Sarei andato al Borussia Dortmund".

Nel gennaio 2014 fugge da Mourinho. A Dortmund, dove lo volevano assolutamente sei mesi prima, ora hanno Henrikh Mkhitaryan. Così Kevin si trasferisce al Wolfsburg, che l'anno prima è arrivato undicesimo in Bundesliga. Lì gioca il miglior calcio della sua giovane carriera. Nella sua seconda stagione esplode, con 10 goal e ben 22 assist.

Proprio lui segna il gol decisivo nella finale di Coppa di Germania, e proprio contro il Borussia Dortmund, con un fantastico tiro dalla distanza. Il primo abbraccio dopo il fischio finale è con Schürrle. Un altro che Mourinho ha cacciato da Londra. Alla fine solleva la coppa nel cielo notturno di Berlino. Poco dopo arriva l'offerta da Manchester. La accetta. E questa volta scoprirà che potrà davvero mettersi alla prova nel paese dei suoi sogni. Finalmente.

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