Alla fine, la vita è spesso una questione di sogni. Alcuni rimangono tali, altri no. L' acchiappasogni, all'anagrafe Julio Cesar Soares de Espindola, aveva un potere: quello di decidere cosa potesse trasformarsi in realtà e cosa dovesse rimanere nel campo delle fantasie. E quel potere ce l'aveva nelle proprie mani, nei propri guanti, nel proprio corpo.
Guarda l'intervista di Julio Cesar a DAZN
Sette stagioni all'Inter, condite da quattro Scudetti (più uno, quello del 2006, assegnato ai nerazzurri dalla Giustizia sportiva) e, soprattutto, dalla memorabile Champions League del 2010. L'anno del Triplete. L'anno in cui tutti i sogni nerazzurri si concretizzano in un sol colpo. Aiutati dalle prodezze e dalle parate di un ragazzone di quasi un metro e 90, strutturato, incredibilmente agile tra i pali.
Julio Cesar è entrato nell'olimpo dei portieri dell'Inter, assieme ai vari Giuliano Sarti, Walter Zenga, Gianluca Pagliuca, Francesco Toldo. E, seguendo le orme di Claudio Taffarel e Nelson Dida, ha ridato lustro a una categoria, quella dei portieri brasiliani, troppo spesso maltrattata nella storia della Seleção.
Delle sue sette stagioni all'Inter, l'apice arriva proprio nel 2009/10, l'anno più glorioso dell'ultracentenaria storia dell'Inter. In campionato subisce 33 reti in 38 giornate, laureandosi portiere meno battuto del torneo. Con tanto di rigore parato a Ronaldinho nel derby della svolta, vinto per 2-0 in inferiorità numerica dagli uomini di José Mourinho.

Ma è in Champions League che Julio Cesar diventa veramente l' acchiappasogni nerazzurro. Dagli ottavi in poi chiude a doppia mandata la propria porta: appena tre le reti incassate in sette partite, rendimento da Superman. Due-tre diapositive? Eccole: un intervento da fenomeno su Messi nella semifinale di ritorno del Camp Nou, un altro paio su Müller e Robben nella finalissima del Bernabeu.
E dire che Julio Cesar, a Milano, nemmeno ci sarebbe dovuto arrivare. Se I'Inter ha aggiunto l'ennesimo idolo alla propria galleria, il merito è di... Adriano. L' Imperatore. Trasformatosi, per un giorno, da stupendo e problematico centravanti a illuminato ds. E a raccontarlo a Diletta Leotta e a DAZN, qualche tempo fa, è stato lo stesso portiere:
Cinque anni dopo, ecco Madrid. Il 2-0 al Bayern, il Triplete. Sotto la guida di José Mourinho, abile psicologo prima ancora che allenatore di successo."Ero a fine contratto col Flamengo nel 2004 e mio padre si trovava in Portogallo per chiudere col Porto. Adriano mi chiama e mi dice: 'Guarda che il mio allenatore, Roberto Mancini, mi ha chiesto di entrare in contatto con te per venire qui da noi. Lui ti vuole, ti ha visto giocare in Copa America'. Io subito ho detto sì, ho chiamato mio papà dicendogli di fermarsi perché c'era l'interesse dell'Inter. Per fortuna è andata bene. Il mio approdo all'Inter è merito di Adriano".
"Sapeva come motivarci: prima del ritorno della semifinale col Barcellona vedemmo uno spot pubblicitario con i loro giocatori che avrebbero venduto cara la pelle pur di passare il turno. Nella riunione tecnica Mourinho ci disse che saremmo andati lì per comprarla: quelle parole mi caricarono a mille, fosse per me sarei sceso in campo già in quel momento".
Getty ImagesJulio Cesar ha lasciato l'Inter nel 2012. Una comparsata al QPR, un po' di Toronto, un paio di stagioni al Benfica, prima di chiudere in patria nel Flamengo, dove tutto era iniziato. Niente di che: i migliori anni della sua vita se n'erano già andati, tra un'uscita a valanga e una parata, una vittoria e un trofeo.
Nell'ottobre del 2018, Julio Cesar è tornato a San Siro per salutare i suoi ex tifosi in una serata emozionante. Ha ricevuto una targa dall'Inter con il suo numero storico (il 12, abbandonato solo nelle ultime due stagioni per l'1) e non ha trattenuto una comprensibile emozione. Un paio di ore dopo, i nerazzurri hanno vinto il derby col Milan al 90', rete di Mauro Icardi. Potere taumaturgico dell' acchiappasogni.


