Il Bayern Monaco campione d’Europa è una squadra piena di talenti cresciuti in Germania negli ultimi anni. Acquistati da giovani come Kimmich, oppure un po’ più maturi come Süle, Gnabry e Goretzka, andando a scommettere su talenti esotici come Alphonso Davies. Giocatori che in Baviera sono diventati star mondiali. Tra questi poteva esserci anche Julian Green, uno dei grandi talenti passati dal Bayern. Forse tra i migliori a non essere esplosi. Tanto che oggi il presente lo vede combattere in 2. Bundesliga per evitare la retrocessione col Greuther Fürth.
Di papà statunitense, militare, e mamma tedesca, Green è nato a Tampa, in Florida, e vive in Germania da quando ha due anni. Il Bayern lo ha scoperto a quattordici anni quando giocava nell’Hausham, cittadina del sud della Baviera. I suoi numeri nel settore giovanile del club erano già spettacolari. Il meglio nella stagione 2013/14, la prima al termine del percorso giovanile: 15 goal e 8 assist in quarta divisione con la seconda squadra del Bayern. Numeri che non passano inosservati nemmeno a Pep Guardiola, che lo fa esordire in Champions League a novembre, due minuti contro il CSKA Mosca, e se lo porta anche al Mondiale per Club al posto dell’infortunato Robben, ovviamente vinto. I due minuti in Russia rimangono gli unici della sua stagione, ma valgono la fiducia di Pep Guardiola. Un segnale fondamentale. 19 giorni prima aveva firmato il suo primo contratto da professionista.
GettyLa sensazione comune era che quel talento basso, magrolino e tremendamente veloce ed esplosivo, conteso a livello giovanile tra Germania e Stati Uniti, avesse bisogno di mettere minuti nelle gambe prima di esplodere. Soprattutto dopo un’estate trascorsa in Brasile con Team USA, la sua scelta finale dopo aver rifiutato la prima chiamata dell’allora CT Klinsmann. Buona la seconda. E la terza. Poi, al Mondiale, nell’ottavo contro il Belgio, il goal del 2-1 che accorcia le distanze non porta la qualificazione, ma tanta soddisfazione. Il più giovane a segnare in quell’edizione che curiosamente ha vinto proprio la Germania, l’altra metà del suo cuore. Un destro in allungo tagliando dentro l’area, la conferma che i colpi ci sono, anche da sviluppare meglio. Il Bayern ha scelto l’Amburgo per mandarlo in prestito, sperando di ritrovarlo maturo e pronto per un posto tra i pro. Ecco, non è andata proprio così. Anzi. All’Amburgo gioca cinque partite, fa tanta panchina e ancora più tribuna. Tanto che a marzo viene relegato per alcune partite in seconda squadra, di nuovo in quarta serie. Ben lontano da dove pensava di vederlo il Bayern.
La stagione successiva, vissuta interamente a Monaco, l’avrebbe passata nuovamente a quel livello. Eccezion fatta per 62 minuti contro la Dinamo Zagabria in Champions League, in una partita inutile ai fini della qualificazione, già abbondantemente ottenuta. Rimane l’unica convocazione di quell’intera stagione. Al Bayern si diffonde l’idea che quel talento limpido ammirato nelle giovanili forse non fosse pronto per la prima squadra. Almeno fino all’arrivo di Ancelotti in quella stessa estate, al posto di Guardiola. Carletto lo ha voluto in prima squadra per la pre-stagione. Lui ha ripagato la sua fiducia. Al meglio. Tripletta in amichevole all’Inter in 35 minuti a Charlotte, negli Stati Uniti. Casa sua.
Tap-in su cross di Alaba, sinistro a incrociare, altro tap-in. Tre goal nei primi 35 minuti per mettere dubbi nella testa di Carlo Ancelotti. Tre goal sufficienti per guadagnarsi un posto in prima squadra e avere qualche possibilità. Ancelotti gliele promette e gliene offre due in DFB-Pokal. Da titolare contro l’Augsburg segna il primo goal con la maglia del Bayern. E anche l’unico. In quattro presenze complessive in carriera. Troppo poco, comunque. A gennaio la cessione allo Stoccarda a titolo definitivo. Con un contratto che sarebbe andato in scadenza sei mesi dopo. Rummenigge la spiega con una questione di minutaggio (“Julian vuole andare in un club dove può essere un titolare”), ma dopo tre anni di prima squadra Green ancora non ha convinto.
L’esperienza di Stoccarda è durata mezza stagione, 10 presenze e pochissimi lampi. Poi la cessione al Greuther Fürth, club dove tutt’ora gioca. Al netto di qualche infortunio, in tre anni si è ritagliato un ruolo importante. Anche se il club lotta al massimo per la salvezza. A 25 anni, comunque, ha ritrovato continuità e nel 2018 è tornato anche in Nazionale dopo due anni. Continuità riconosciuta e premiata. A giugno ha firmato un nuovo contratto con il Kleeblatt, il trifoglio di Germania. Ci rimarrà altre due stagioni. Non proprio dove si aspettava di essere a 25 anni.


