“Non sono neanche a metà strada di ciò che voglio raggiungere. La lista è lunga. Giocare per il Real Madrid. Vincere la Champions League. Conquistare il Pallone d’Oro come miglior giocatore del mondo. Avere 100 milioni di euro nel mio conto in banca quando finirà la mia carriera. Essere protagonista nella musica, nel cinema e nella moda. Creare una famiglia. Fare del bene in Ghana e in altri paesi. Conquisterò montagne le cui vette sono ancora sconosciute”.
Ambizioso, sfrontato, arrogante, tremendamente sicuro dei propri mezzi: una to-do list che è un manifesto di vita, una dichiarazione di intenti chiara e precisa. Il cielo è l’unico limite ammissibile per Memphis Depay , come espresso chiaramente nel suo libro ‘Heart of a Lion’.
La strada verso il successo è stata finora ripida, impervia, ricca di ostacoli. Ma dopo ogni caduta, il campione del Lione si è sempre rialzato più forte di prima. L’infortunio al ginocchio, che ha condizionato la sua stagione, è solo l’ultimo problema che Memphis ha saputo superare con grinta e caparbietà. A testa alta, puntando l’avversario e andando via in dribbling, come in campo così nella vita.
Lui, che sulla maglia porta il nome di battesimo perché il cognome gli ricorda il padre, che lo ha abbandonato quando aveva solo tre anni. Un’infanzia tumultuosa, passata prevalentemente per le strade di Moordrecht, che per il piccolo Memphis erano più sicure delle mura domestiche. La sua è una storia di violenze subite (per mano del compagno della madre), di bullismo, ma anche di esperienze precoci con alcol (ha cominciato a bere a 12 anni) e droghe, a contatto con gli spacciatori. E solo attraverso il calcio e la musica (il rap è la sua passione) è riuscito, se non a sfuggire, almeno a convivere coi demoni del suo passato.
A 26 anni Depay è oggi un uomo maturo, un leader, un capitano carismatico. E neanche la deludente esperienza al Manchester United ha minimamente scalfito la sua autostima. Le critiche lo hanno reso ancora più forte e la sua esultanza, con le mani a tappare le orecchie, simboleggia proprio il suo essere impermeabile alle voci esterne.
Getty/GoalAl Lione è lui ‘la chiesa al centro del villaggio’ di Rudi Garcia, il giocatore intorno al quale ruota tutto il sistema di gioco dei Gones. E la crescita è evidente anche dal punto di vista tattico: da ala funambolica, ostinatamente alla ricerca del rientro sul destro, Memphis si è trasformato progressivamente in un ‘all-around player’ , un attaccante tremendamente versatile, in grado di agire da trequartista, da falso nove ma anche da vero e proprio riferimento centrale, come in Nazionale con Koeman.
I numeri descrivono il suo step verso una nuova dimensione: 9 goal in 13 partite in Ligue 1, 5 in altrettante presenze in Champions League, prima della rottura del crociato, una rete ogni 107 minuti giocati, cifre che rappresentano il suo personalissimo ‘career-high’. Ai tunnel, le rabone, i no-look, Memphis ha aggiunto una maggiore cattiveria e precisione sotto porta, portando la sua percentuale realizzativa oltre il 27% (aveva chiuso la stagione 2018/19 al 12.9%).
La strada imboccata sembra poterlo portare verso un futuro ‘alla Mertens’, un’evoluzione completa e compiuta in attaccante . Un futuro che potrebbe essere però lontano da Lione: il contratto in scadenza nel 2021 lo rende uno dei nomi più interessanti della prossima sessione di mercato e la sua fortissima ambizione potrebbe spingere Memphis verso nuove e più prestigiose mete. Progetto d’altronde già preannunciato nel suo libro.
“Voglio andare in un club come Real Madrid, Barcellona, Chelsea, Manchester City, Paris Saint-Germain o Bayern Monaco. Un club adatto a me, una squadra che vuole davvero giocare a calcio”.
Con buona pace di Aulas…


