La stagione 2020/2021 sarà sempre ricordata come quella del ritorno alla vittoria dell'Inter, undici anni dopo la conquista di uno storico Triplete: giusto così, giusto dare precedenza ai trionfi, ma guai a dimenticare ciò che non ha funzionato a dovere e che dovrà essere gioco forza limato per ripartire più forte nella prossima annata. Il riferimento, ovviamente, è al cammino europeo dei nerazzurri, tanto deficitario quanto disseminato di trappole ovunque, in cui Handanovic e compagni hanno avuto la sfortuna di finire: il risultato è stato un'altra eliminazione (la terza consecutiva) alla fase a gironi di Champions League, stavolta tramite l'ultimo posto nel raggruppamento che non ha permesso nemmeno di 'consolarsi' con la discesa in Europa League, come avvenuto nel 2020.
Il tutto in un girone per nulla impossibile da affrontare: fatta eccezione per il Real Madrid di Zidane, Borussia Mönchengladbach e Shakhtar Donetsk erano avversari tutt'altro che imbattibili; in particolare gli ucraini, travolti con un netto 5-0 ad agosto in semifinale di Europa League e, ironia della sorte, giustizieri dei nerazzurri con due pareggi, entrambi per 0-0. Ma sarebbe troppo facile e riduttivo spiegare il fallimento europeo interista con il doppio flop appena citato: i mali della truppa di Conte sono da ricercare anche in altri aspetti di diversa natura che, unendosi, hanno generato un clima di rassegnazione e l'eliminazione, naturale conseguenza di una fase d'assestamento conclusa quando era ormai troppo tardi per rimediare e recuperare i punti persi.
L'Inter che ha affrontato il girone di Champions si è mostrata attraverso un doppio volto: il primo, tatticamente spregiudicato con l'utilizzo del 3-4-1-2 e del trequartista, e il secondo, caratterizzato da un 3-5-2 più conservativo e da un ritorno al passato, sperimentato per la prima volta il 28 novembre nel match di campionato al 'Mapei Stadium' contro il Sassuolo. Peccato, però, che a quel punto l'Inter si trovasse già in cattive acque con due punti conquistati nelle prime quattro partite europee, magro bottino risultato decisivo in negativo per il prosieguo dell'avventura continentale. Siamo nel campo delle ipotesi ma, se Conte avesse anticipato questa 'svolta', forse l'Inter avrebbe avuto più chance di passare alla fase ad eliminazione diretta, magari come prima classificata di un girone equilibratissimo dove tutte le quattro squadre sono state in lotta fino all'ultimo secondo.
GettyA penalizzare ulteriormente i neo-campioni d'Italia anche il ritardato inserimento nell'undici titolare di Christian Eriksen, determinante ai fini della conquista dello Scudetto: in Europa le cose si sono evolute in maniera diversa per il danese, spesso apparso col broncio in panchina e chiamato in causa a situazione ormai già compromessa, con pochissimi minuti a disposizione per incidere. Un trattamento, quello riservatogli da Conte, che ha fatto storcere il naso a molti supporters nerazzurri, avviliti alla visione del giocatore più tecnico relegato in panchina, quando invece avrebbe fatto comodo avere uno con la sua classe: in Champions, dove l'aspetto qualitativo spesso fa la differenza, non si può prescindere da giocatori come l'ex Tottenham, uno dei pochi in grado di cambiare la partita con una giocata. A Conte va dato merito, quantomeno, di aver abbandonato col tempo il 'dogma' relativo alla natura offensiva di Eriksen, 'riciclandolo' come mezzala e, a volte, anche nel ruolo di regista.
Anche l'inesperienza di tanti giocatori ha contribuito all'esito finale nefasto: basti pensare a Barella che, oltre alle ottime prestazioni offerte, ha giocato una delle sue partite più brutte in maglia interista a San Siro contro il Real Madrid, causando ingenuamente il rigore del vantaggio madrileno; l'esperienza, al contrario, non manca affatto a Vidal, da cui ci si sarebbe aspettato molto di più: per il cileno solo bocciature in Europa, dove si è reso protagonista di un festival degli errori tra un penalty provocato, un'espulsione e innumerevoli passaggi a vuoto. Conte 'tradito' proprio dal suo uomo di fiducia, e non è un caso che con l'avanzamento di Eriksen nelle gerarchie di centrocampo lo spartito abbia cominciato a raffigurare le note di una musica ben diversa.
GettyQualcosa di nuovo andrà fatto a livello numerico in una rosa che presenta alcune lacune, come l'assenza di un vero e proprio sostituto di Lukaku: se Lautaro ha in Sanchez il suo alter ego, il belga di fatto è una specie unica e rara da salvaguardare. Pinamonti è parte della squadra, ma non è adatto a far rifiatare 'Big Rom': la differenza che intercorre tra i due sul piano tecnico e dell'esperienza è enorme, e il minutaggio concessogli da Conte non ha di certo aiutato in tal senso (appena 5 minuti nell'assalto finale di Kiev). L'Inter sarà pure un'università per Pinamonti (per usare parole care all'allenatore salentino), ma l'Inter non può permettersi di aspettare Pinamonti e il mercato in entrata dovrà, appunto, concentrarsi soprattutto sulla ricerca di una punta pronta all'uso, che possa infondere tranquillità e sicurezza se Lukaku è alle prese con un 'raffreddore'.
In conclusione: per fare meglio oltre i confini nazionali nella stagione 2021/2022 basterà poco, e il compito sarà agevolato dalla presenza tra le squadre che saranno sorteggiate in prima fascia, il che regalerà l'opportunità di un girone sulla carta più abbordabile rispetto a quelli degli anni precedenti. Se è proprio vero che sbagliando s'impara, l'Inter ha accumulato una buonissima dose di errori di cui fare tesoro per non fallire più in futuro: con l'adozione dei giusti correttivi nulla sarà precluso, a patto che si proceda con passi corti e senza la fretta di dimostrare al mondo di che pasta si è fatti.Con la convinzione che la Champions sia solo uno splendido sogno e mai una assillante ossessione.







