Sempre titolare in Champions League quando è stato a disposizione, già arrivato a 72 presenze in due anni, di cui quasi il 90% giocate dal primo minuto. Non c’è dubbio: Juan Bernat è uno dei punti fermi del PSG di Thomas Tuchel. Doppia cifra di assist in due anni, ma soprattutto sei goal all’attivo. Cinque dei quali, incredibilmente, realizzati in Champions League. Uno contro il Dortmund nel ritorno degli ottavi di finale, uno contro il Lipsia nei quarti. Un caso? Forse no. Lui il calcio tedesco lo conosce bene. E in finale contro il Bayern Monaco, da ex, spera di compiere la sua vendetta. Termine che inquadra bene i sentimenti del giocatore cresciuto nel Valencia.
Il suo arrivo al PSG due anni fa è stato una sorpresa di fine mercato. Già da tempo il Bayern stava provando a venderlo, visto che lo spazio per lui si era sensibilmente ridotto e per Jupp Heynckes era poco più che una riserva. Certo quando il titolare si chiama David Alaba è difficile trovare spazio. Per questo voleva cercarne altrove: ad esempio, al PSG. Dove ha trovato Thomas Tuchel. Uno che ha grandi affinità con l’allenatore a cui Bernat, inevitabilmente, è più legato: Pep Guardiola. L’uomo che lo ha voluto a Monaco nel 2014.
Nei due anni con Pep - soprattutto il primo - Bernat ha giocato tantissimo: ha chiuso la stagione 2014/15 con 49presenze all’attivo. Era di fatto il terzino sinistro titolare, complice lo spostamento di Alaba nel ruolo di difensore centrale e anche i frequenti infortuni dell’austriaco. Risultato: soltanto Manuel Neuer aveva giocato più minuti di lui. Nessun altro giocatore di movimento, nemmeno Robert Lewandowski, è stato più presente e continuo di Bernat. Tanto che quando Guardiola se ne è andato a Manchester, si diceva che il terzino spagnolo potesse seguirlo.
Getty ImagesLa situazione sarebbe durata poco: nelle due stagioni seguenti, la prima con Guardiola e quella successiva con Ancelotti, lo spagnolo si sarebbe fermato a 52 presenze complessive, prima delle 12 nell’ultima stagione. Un calando che ha toccato il punto più basso nella partita d’andata dei quarti di finale di Champions League contro il Siviglia.
L’assenza di Alaba aveva costretto Henyckes a puntare su Bernat, ma la sua partita è durata soltanto 45 minuti. E non è stata memorabile: si è fatto ammonire, è stato protagonista negativo sul momentaneo 1-0 del Siviglia, senza mai essere mai davvero dentro la partita. Tanto che all’intervallo è stato sostituito da Rafinha, adattato sulla fascia sinistra pur di non veder più in campo lo spagnolo. Una partita (poi rimontata e vinta dal Bayern) diventata il punto più basso toccato da Bernat. Uli Hoeneß, allora presidente del Bayern, uno non abituato a toccarla piano, pochi mesi più tardi avrebbe spiegato così la cessione.
“Perché abbiamo venduto Bernat al PSG? Contro il Siviglia abbiamo rischiato l’eliminazione per colpa sua. Ci stava costando la Champions. Giocava di merda”.
Dopo il disastro di Siviglia, Bernat si è dovuto accontentare di partite di secondo piano a campionato già vinto. Fino all’addio amaro di fine agosto, peraltro quasi come fosse un ripiego dopo che la trattativa Boateng era naufragata. A Parigi però Bernat ha ritrovato sé stesso, la nazionale spagnola, un posto da titolare, continuità. Ora spera di togliersi l’ultima soddisfazione: vincere anche la Champions League, proprio contro il Bayern. La dedica, in questo caso, sembra essere già scritta.




