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"Volevo dare ai tifosi la possibilità di scegliere": la storia dell'Atletico Catania

Un breve accenno storico del “cirneco dell’Etna” parla di origini risalenti addirittura ai faraoni: un cane da caccia, con spiccate doti in termini di velocità, importato in Sicilia dai punici. Al di là del corpo caratterizzato con decisione dal rilievo dei muscoli, un animale elegante. Quest’ultimo concetto è, forse, quello che più tra tutti ha contraddistinto la corrente sportiva che negli anni Novanta, a Catania, ha provato ad affermarsi come punto di riferimento principale, in un contesto sociale abituato a supportare in maniera passionale “l’elefante” e catapultato, dall’oggi al domani, in uno dei dibattiti calcistici più sentiti nel catanese: tifare o meno l’Atletico Catania, mentre l’altro, storicamente più importante, il Calcio Catania, stava vivendo uno dei momenti più drammatici della sua storia.

A quasi vent’anni dall’accaduto, in città nessuno ha dimenticato, né messo da parte, lo struggente caos sportivo di quel periodo: delle lotte intestine, ideologiche e di tifo, si ha prova tangibile nell’attualità, quando per catalogare negativamente un appassionato del Catania, il 1946, magari non troppo convinto dei risultati della propria squadra, sconfortato per la drammatica situazione societaria (in particolare nel 2020 e la scorsa estate, quando il club rossazzurro ha rischiato, per due volte, di non iscriversi al campionato e, di conseguenza, di fallire), oltre al termine di “Atletista” si utilizza quello, tutto etneo, di “aribattutto”, letteralmente “capovolto”, che si è girato dall’altra parte, cambiando fazione. Squadra. Preferendo “l’altra”, in forte ascesa, proprio nel momento più difficile.

L’Atletico Catania, comunque, nasce diversi anni prima del 1993/94, periodo in cui il Calcio Catania ha rischiato di scomparire e la radiazione, nonostante l’impegno di Angelo Massimino, proprietario del club (“il presidentissimo”, appunto), profuso nel tentativo di salvare una squadra destinata, per volere della FIGC, al fallimento. È il 1986, e l’allora Sporting Club Mascalucia cambia denominazione in Società Sportiva Atletico Catania, trasferendo il titolo a Catania e centrando, al primo anno, la promozione in Serie C2. Il progetto è senza dubbio ambizioso: il professionismo come prima tappa del percorso, le alte sfere del calcio italiano come meta. In men che non si dica, la visione dell’allora presidente Salvatore Tabita prende forma.

Più rossoblù che rossazzurro. L’Atletico Catania si trasferì così allo Stadio Cibali, condiviso con il Calcio Catania, che proprio in quel periodo stava affrontando la penultima retrocessione dalla Serie B alla Serie C della sua storia. Il pubblico non rispose: a sostenere l’Atletico, di partita in partita, solo pochi intimi (all’esordio assoluto solo 3 mila spettatori, nella gara vinta contro l’Akragas per 1-0). Tabita prese in mano la situazione e, dopo appena una stagione tra i pro, nel 1988, portò la società a Lentini chiamandola “Atletico Leonzio”. Fu anche la prima volta per la città collocata tra Catania e Siracusa tra i professionisti.

Nel 1989 la prima svolta: il club passa da Tabita a Franco Proto, imprenditore troinese già socio della cordata rappresentata da Angelo Attaguile che nel 1987 rilevò il Calcio Catania da Massimino, nonché amministratore delegato del club nello stesso periodo. Con Proto l’Atletico Leonzio scala ancora le classifiche: al termine della stagione 1992/93 viene promosso in Serie C1, ed è proprio da quel momento che in città succede tutto e il contrario di tutto.

“Per me il Catania rappresenta la squadra per cui tifavo da bambino. Ricordo un Catania-Udinese con Zico in bianconero. Quella volta pensai: e se diventassi presidente del Catania?”, racconta Proto a La Gazzetta dello Sport nel 2017, dopo essere diventato presidente del Messina.

Nella caldissima estate del ’93 il Calcio Catania viene escluso dalla C1: l’allora sindaco, Enzo Bianco, spinto dalla necessità personale di un cambiamento che potesse stare al passo con i tempi, in vista di un calcio che si stava svecchiando, senza attendere troppo l’evoluzione della vicenda Catania-FIGC fonda “l’Associazione Sportiva Catania”, iscritta al CND. Proto sfrutta l’occasione e rileva la società, intento a scambiare i titoli riportando l’Atletico nel capoluogo etneo. L’allora presidente federale, Antonio Matarrese, nega questa possibilità: il Calcio Catania, intanto, non viene radiato, ma riparte dall’Eccellenza. In sintesi: Catania, società civile e tifosa, si spacca in due, quante sono le squadre. Il Calcio Catania 1946 e il “Catania ‘93”.

Proto dovette attendere appena un anno prima che l’opinione di Matarrese cambiasse, favorendo lo scambio di titoli: l’Atletico Leonzio sostituì il Catania ’93, ripristinando l’Atletico Catania. Il tifo organizzato lo seguì: i gruppi si divisero. Con il Catania in C2 e l’Atletico in C1 ebbe inizio la parentesi più strana della storia recente del calcio etneo. Il pubblico, fino a poco tempo prima totalmente schierato a favore della squadra di Massimino, cambiò lato della città, riempendo i gradoni del Cibali per l’Atletico. In molti restarono al proprio posto, supportando la rinascita del Calcio Catania, fino al giorno d’oggi.

Chi decise di seguire l’Atletico lo fece soprattutto per il progetto di risalita di Proto, che sfiorò la realizzazione dei suoi sogni in due occasioni, neanche troppo in là: nel 1997 e nel 1998. Le premesse: giocatori forti per un campionato vincente. Nel primo caso i catanesi, dopo gli arrivi di calciatori come Lorenzo Squizzi (dalla Juventus) e di Franco Lerda (dal Brescia), si piazzarono al quarto posto in Serie C1, con la migliore difesa d’Italia (dalla A alla C2, 15 goal subiti): la qualificazione ai primi storici Playoff fu il primo passo verso l’apparente concretizzazione delle ambizioni della proprietà atletista. L’Atletico Catania arrivò in semifinale, affrontando nel doppio confronto il Savoia: all’andata, in un Cibali stracolmo (20 mila presenti, a riprova del tradimento sportivo operato da gran parte della tifoseria), finì 0-0. Al ritorno, al San Paolo di Napoli, gli etnei, seguiti da più di 1000 tifosi, persero per 1-0.

Ci riprovarono appena un anno dopo, raggiungendo il quinto posto in classifica: questa volta, in semifinale, l’Atletico incontra la Ternana di Luigi Delneri. Stesso copione: Cibali colorato di rossazzurro, entusiasmo alle stelle. 0-0 all’andata, 1-0 al ritorno a Terni. Fine dei giochi.

L’”All in” provato dalla proprietà e fortemente voluto da Proto si ritorse contro il dirigente dalla stagione successiva: gli ingaggi onerosi e le delusioni sportive ridimensionarono le ambizioni della squadra nelle stagioni successive, anche grazie al ritorno in Serie C1 del Calcio Catania 1946, avvenuto nel 1999/00. L’Atletico Catania lasciò il rossazzurro, che nel frattempo aveva contraddistinto le casacche dell’ultimo periodo, per il giallogrigio: il “Liotru”, l’elefante, con il Cirneco dell’Etna, fino al definitivo declino culminato con la retrocessione in C2 del 2001, con successivo fallimento.

“Decisi di fare calcio lì dove vivevo e lavoravo. Una scelta logica, ma la città non era pronta ad accogliere due squadre, così si perse di vista l’obiettivo che mi ero prefissato: dare ai tifosi la possibilità di scegliere”, spiega Franco Proto a “La Gazzetta dello Sport”.

I tifosi scelsero, alcuni ritornarono indietro, con il tempo, cercando di sbiadire il ricordo della loro decisione. Furono anche disputati diversi derby tra Atletico Catania e Calcio Catania: i primi, in Coppa Italia, tutti a senso unico, in favore della “nuova” società. Gli ultimi, invece, tutti terminati in parità o vinti dal Catania ’46 (per gli amanti delle statistiche: 12 sfide in totale, 5 vittorie del Calcio Catania, 3 vittorie dell’Atletico, 4 pareggi). Oggi l’Atletico Catania milita in Eccellenza siciliana, lontanissimo dal passato. Dai Playoff di Serie C per la promozione in Serie B e dalle ambizioni strutturalmente fragili di Tabita e Proto.

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