Quando il Leverkusen divenne 'Neverkusen': il triplete al contrario del Bayer del 2002

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Zinedine Zidane Real Madrid Bayer Leverkusen 2002
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Secondo in campionato, sconfitto in finale di Champions e in DFB-Pokal: “A Leverkusen la gente ancora si chiede come sia stato possibile”.

Sabato 20 maggio 2000, ultima giornata di Bundesliga. Il Bayer Leverkusen è di scena sul campo dell'Unterhaching, sobborgo di Monaco di Baviera. Il Bayern, qualche km più a nord, ospita il Werder Brema. Al Leverkusen basta un punto per vincere il Meisterschale, forte del +3 in classifica. Invece accade l'imprevedibile: l'Unterhaching, che non aveva più nulla da chiedere al campionato, vince 2-0. Apre le marcature un autogoal di Michael Ballack, una maldestra deviazione in scivolata. Contemporaneamente all'Olympiastadion Carsten Jancker e Paulo Sergio stendono il Werder nei primi 16 minuti. Al 90' è festa in Baviera, ma per il Monaco. Il Leverkusen perde in virtù della differenza reti. Un pomeriggio del genere rischia di essere la peggior delusione per una squadra. Eppure, due anni dopo, quello che è passato alla storia come 'Neverkusen' sarebbe riuscito a fare addirittura peggio.

Sabato 27 aprile 2002, penultima giornata di Bundesliga. Il Bayer Leverkusen gioca ancora in Baviera, contro il Norimberga, nella regione della Franconia. La corsa al titolo questa volta è con il Borussia Dortmund, ma la squadra allenata da Klaus Toppmöller è stata in testa per metà stagione e, salvo un crollo tra gennaio e febbraio a cui ha posto rimedio in seguito, sta dominando.  E sembra involarsi verso il titolo. A 270 minuti dal termine aveva 5 punti di vantaggio, poi scesi a 2 dopo la sconfitta interna con il Werder Brema. Le sensazioni negative intorno alla squadra si fanno intense: la vittoria manca da due gare, le energie scarseggiano. La rosa è di valore, ma non costruita per essere competitiva su tre fronti. Perché sì, il Leverkusen arriva a fine aprile e non solo si gioca la Bundesliga, ma ha anche in calendario le finali di DFB-Pokal e di Champions League. Quel 27 aprile lo inizia sognando il triplete. Nessuno immagina che una ventina di giorni dopo tutto possa svanire. Eppure.

“Avevamo raggiunto il limite fisico. È mancata la fiducia in noi stessi e nelle vittorie, alimentata dalla storia del club. La qualità a Leverkusen c’è sempre stata, ma è sempre mancato qualcosa”.

A parlare è Michael Ballack, in una recente intervista al magazine '11Freunde'. Nel 2002 Ballack aveva 25 anni, aveva vissuto in prima persona il dramma di Unterhaching. Era diventato un giocatore completo con Christoph Daum, poi con Toppmöller una star assoluta: la squadra si adattava alla sua posizione in campo, era libero di andare dove meglio credesse. E tante volte andava nella posizione giusta: 23 reti stagionali, tra campionati e coppe. Numeri da fenomeno. Tanto che nell'estate 2002 avrebbe lasciato Leverkusen insieme a Zé Roberto per unirsi al Bayern Monaco. Un paio di anni dopo li avrebbe raggiunti anche Lúcio. Tre perni del Bayer del 2002, quello più sfortunato di sempre.

Michael Ballack Bayer 04 Leverkusen 2002

Torniamo al 27 aprile. Al Max-Morlox-Stadion di Norimberga il Leverkusen non riesce a ritrovarsi. Un colpo di testa di Marek Nikl fissa il punteggio sull'1-0, mentre il Borussia Dortmund ad Amburgo in contemporanea segna e controlla la partita. Finisce per vincere 3-4. Il Leverkusen rivive i fantasmi di Unterhaching, crolla e non riesce a ribaltare il punteggio contro la squadra di Klaus Augenthaler. Lo stesso che, nel 2003, si sarebbe seduto sulla panchina del Bayer. Senza rancori. Il Borussia Dortmund sorpassa in vetta, il Leverkusen cade nello sconforto. L'ultima giornata è ancora peggio: il Bayer fa il suo battendo l'Hertha, mentre al Westfalenstadion il BVB soffre e va sotto contro il Werder Brema. Alla fine c'è la rimonta. Alla BayArena è un altro pomeriggio di sofferenza: il Meisterschale va una settantina di km più a nord.

Alcuni sostengono che quella squadra sia stata la più forte degli ultimi vent'anni a non vincere il titolo di campione di Germania. Quello del Leverkusen non era semplicemente un exploit, ma il punto di arrivo di un percorso iniziato già diversi anni prima. Una squadra costruita per vincere anno dopo anno, aggiungendo pezzi importanti, spesso poi rivenduti a cifre altrettanto importanti (Emerson, Zé Elias, i fratelli Kovac). Altri, invece, tenuti stretti. Come Oliver Neuville, uno dei primi 'falsi nove', un attaccante piccolo e veloce in grado di giocare su tutto il fronte, con uno spiccato senso del goal. Oppure. Oppure i tedeschi Bernd Schneider, Ulf Kirsten, Carsten Ramelow e Jens Nowotny, icone del Bayer. Nell'estate 2001 erano arrivati il portiere Butt, il fantasista Bastürk e il terzino Sebescen. Qualche mese prima, a gennaio, Berbatov, Lucio e Placente. Prima ancora Zé Roberto. In più, Ballack, la star. E in panchina un allenatore non vincente, ma apprezzato da tutti per il suo lavoro soprattutto al Bochum.

“La direzione era chiara: vincere il Meisterschale e giocare la Champions League. Quella squadra funzionava. Il più grande punto di forza di Toppmöller è stata la costruzione di un rapporto di fiducia tra allenatore e giocatore”.

Quel Bayer giocava un calcio che nel 2020 non sfigurerebbe. Il sistema di gioco era una sorta di 4-1-4-1 molto offensivo: Nowotny e Lucio in difesa sapevano reggere l’uno contro uno, per cui la squadra poteva giocare molto in avanti, pressando in maniera aggressiva gli avversari. Ramelow bilanciava al centro, Ballack e Bastürk avevano libertà di azione, mentre Schneider e Zé Roberto sulle fasce assicuravano fantasia e qualità, coperti da Sebescen (o Zivkovic) e Placente. Davanti, Neuville, con un giovane Berbatov in panchina pronto a fargli da vice, più il veterano Kirsten. Era una squadra magari corta, ma straordinariamente qualitativa. Che non avrebbe immaginato forse di dover reggere 60 partite nella stagione, specialmente quando bisogna fare i conti con gli infortuni. Ad esempio: il problema al crociato di Nowotny a maggio. Oppure le squalifiche.

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Oliver Neuville Bayer Leverkusen 2002

15 maggio 2002. Quattro giorni prima, il Leverkusen ha perso contro lo Schalke 04 la finale di DFB-Pokal, un 2-4 senza neanche giocarsela troppo, contro una squadra certamente inferiore. Zero su due. Lo psicodramma è già in atto, la benzina in esaurimento. Rimane una sola partita da giocare, l'ultima della stagione: la finale di Champions League a Glasgow contro il Real Madrid dei 'Galacticos'. Il Leverkusen ha due problemi: l'infortunio di Nowotny e la squalifica di Zé Roberto. Toppmöller sceglie Brdaric al posto del brasiliano: dopo 39 minuti se ne pente e lo sostituisce con Berbatov. 6 minuti più tardi, il capolavoro di Zinédine Zidane sblocca l'1-1 fissato dalle reti di Raúl e Lúcio nel primo quarto d'ora. Il Leverkusen non si riprende più. Triiplice fischio. Il triplete al contrario è completo. Ballack e compagni sono a pezzi. Della squadra che aveva battuto Juventus, Manchester United, Liverpool e Barcellona - più il Bayern - non rimane nulla.

“A Leverkusen la gente ancora si chiede come sia stato possibile”.

Toppmöller in seguito affermerà che ii titoli sarebbero stati sopravvalutati e che fosse più importante giocare un bel calcio. Jens Nowotny ritiene che se fosse rimasto Daum il Leverkusen avrebbe vinto tutti i titoli. Anche se l’esperienza di due anni prima con l’Unterhaching in effetti dice altro. E il palmarès, già scarno - Coppa UEFA nel 1988, DFB-Pokal nel 1993 - non si è mai più riempito. Neverkusen, di nome e di fatto.

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