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HD Cristiano Ronaldo Real MadridGetty Images

Goal Economy - Football Leaks e i casi di Ronaldo, Mourinho e Higuain

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Bellinazzo

Football Leaks, con il suo sterminato archivio di 1,9 terabyte di dati, ha portato alla luce estese e diversificate pratiche di malaffare calcistico-finanziario. Dall’inchiesta condotta da 12 testate giornalistiche europee, tra cui l’Espresso, grazie a una fonte anonima che ha girato al settimanale tedesco Der Spiegel documenti e contratti compromettenti, sono finora emersi due filoni: l’evasione/elusione fiscale connessa allo sfruttamento dei diritti d’immagine; l’intervento pervasivo dei fondi di investimento nelle operazioni  di calciomercato. In attesa delle prossime rivelazioni, occorre capire perciò quale impatto potranno avere le notizie di Football Leaks a livello giudiziario e disciplinare, in particolare per il “nero” versato per i diritti d’immagine.

Nelle carte di Football Leaks si citano i casi di Cristiano Ronaldo, Mourinho e  Higuain. Le royalties per i diritti di immagine venivano pagate a questi ultimi dagli sponsor ovvero dalle stesse società calcistiche in modo generalmente lecito e poi da costoro dirottate a società offshore. Nel caso di Higuain si parla appunto di una fattura da 190mila euro che nel 2014 la Convergence Capital Partners, società olandese, paga alla Paros Consulting, registrata alle Isole Vergini britanniche, con la causale “servizi prestati in riferimento al Real Madrid e al giocatore G. Higuain”. Sembrano del tutto analoghe poi le vicende attribuite a “CR7” e allo “Special One”. Lo stesso può dirsi peraltro per Lionel Messi, scovato nei mesi scorsi dal fisco spagnolo e portato davanti ai giudici insieme al padre, e prim’ancora per Diego Armando Maradona, oggi debitore di oltre 40 milioni dell’Erario italiano. Una vicenda, quest’ultima, che appare paradigmatica delle future pratiche adottate nel mondo del calcio con i corrispettivi dei diritti d’immagine versati a società residenti in paesi a tassazione agevolata se non in veri e propri paradisi fiscali. 

Diego Armando Maradona Napoli 1990-91Getty

Quando nel 1984 il Napoli ingaggiò  Maradona si avvalse di una forma di pianificazione fiscale già piuttosto in voga in quegli anni in altri settori, scindendo gli emolumenti in due parti: lo stipendio e i diritti d’immagine. Mentre lo stipendio veniva pagato in Italia, il versamento di questa seconda parte avveniva all’estero. Già ai tempi in cui militava nel Barcellona, Diego aveva infatti ceduto a una società chiamata “Diego Armando Maradona Productions”, con sede a Vaduz, i suoi diritti d’immagine. Quando arrivò a Napoli la Società sportiva calcio Napoli stipulò con la ”Diego Armando Maradona Productions” un contratto per acquistare quote di questi diritti da sfruttare economicamente in Italia. Fra il 1985 e il 1990, la Sscn avrebbe così corrisposto a Maradona redditi da lavoro per 3,8 miliardi di lire, mentre avrebbe versato alla “Diego Armando Maradona Productions” (di cui Maradona risultava almeno in una prima fase anche presidente del consiglio di amministrazione) 24,5 miliardi di lire. Secondo l’Ufficio delle imposte di Napoli, però, i contratti siglati dalla Sscn e dalla “Diego Armando Maradona Productions” avevano l’unico scopo di “dribblare” il Fisco, nascondendo la quota principale dello stipendio: su quei 24,5 miliardi insomma bisognava pagare l’Irpef.

Oggi come allora i calciatori creano in paesi con tassazione bassa o nulla e scarsa trasparenza società di sponsoring alle quali cedono i propri diritti d’immagine. I club a loro volta comprano quote di queste società o licenze con la “scusa” di partecipare agli utili ovvero allo sfruttamento dei diritti stessi. Gli utili realizzati dalle società create dai calciatori però restano nelle loro tasche come forma occulta di remunerazione. E per di più gli atleti avevano il vantaggio di non pagare imposte. Cosa ci guadagnavano/guadagno i club? Non poco. Perché sulle somme corrisposte per acquisire i diritti d’immagine, non trattandosi formalmente di una fetta di stipendio, il club non deve operare trattenute, né versare le imposte per conto del giocatore (come qualsiasi datore di lavoro).

Quanto alle conseguenze di queste condotte c’è da dire che le stesse sembrano attenere a profili di responsabilità spiccatamente personali. Spetterà alle autorità giudiziarie e fiscali dei singoli paesi perseguire le irregolarità fiscali commesse. Appare più difficile dimostrare una corresponsabilità dei club che non corrono pericoli se hanno pagato alla luce del sole le royalties ai propri tesserati. Se questo non è avvenuto anche i club sul piano fiscale potrebbero pagare pegno, specie qualora abbiano occultato quote di stipendio sotto forma di royalties per lucrare illegittimi risparmi d’imposta. Sul piano contabile potrebbero esserci rischi di falsificazione dei bilanci. Mentre ai fini sportivi si dovrebbero calcolare gli effetti di questi eventuali occultamenti di stipendio in relazione ai parametri di iscrizione ai campionati o ai tornei europei. È comunque tutt’altro che semplice riclassificare i bilanci ai fini delle licenze nazionali o europee (soprattutto in ottica di fair play finanziario Uefa). Senza trascurare il fatto che solo alcuni paesi avevano già dagli anni Dieci del Duemila severi paletti contabili per l’ammissione ai campionati. Perciò, in definitiva, in ambito calcistico questa parte dei segreti svelati da Football Leaks potrebbe determinare conseguenze sostanzialmente limitate.


TERZE PARTI


La sospetta elusione (se non evasione) fiscale si intreccia con quel sottobosco che riguarda i fondi d’investimento e, in generale, la proprietà dei cartellini dei giocatori. Le TPO (Third party ownership) sono state messe al bando della Fifa ma in passato hanno imperversato e, sotto alcune forme, continuano a farlo. «Football Leaks» svela diversi retroscena in proposito. Per esempio la parabola di Alex Sandro, ora alla Juve. Nel 2011 l’esterno sinistro arrivò in Europa, al Porto, per 9,6 milioni di euro. Il suo cartellino apparteneva per il 30% al Club Atletico de Paranà e per il 70% al Maldonado, società uruguaiana spesso al centro di triangolazioni visti i vantaggi fiscali di quel Paese. Il Maldonado incassò per Alex Sandro 6,1 milioni di euro: in base all’archivio di «Football Leaks» dietro il Maldonado ci sarebbe stato, all’epoca, l’attuale capo dei servizi argentini Gustavo Arribas, in precedenza tra i proprietari della HAZ, che tra le altre cose finanziò l’acquisto del 50% di Higuain da parte del Locarno incassando un ingente profitto dalla successiva vendita del centravanti argentino al Real Madrid. 


FINO A HONG KONG


I dubbi sorgono anche a proposito del trasferimento di Kovacic all’Inter: metà del cartellino del croato era di proprietà di un fondo di Hong Kong, Profoot International Limited e, secondo l’Espresso, a marzo 2015 quel 50% sarebbe passato a un altro fondo, dal nome simile (Profoot International Ltd) registrato nel Regno Unito, sebbene l’Inter assicuri di aver «acquisito dalla Dinamo Zagabria il 100% dei diritti economici e sportivi» di Kovacic. C’è anche il caso di Iturbe, la cui proprietà è oggetto di continui passaggi di mano tra fondi d’investimento, a suon di guadagni tra una vendita e l’altra: il trasferimento dal Verona alla Roma prevedeva che la Lastcard, società rappresentata dall’agente Mascardi, ricevesse un milione di euro e l’eventuale 20% di profitto da una futura vendita. Nel frattempo la Lastcard ha trasferito i suoi diritti alla Delta Limited, registrata a Panama, altro paradiso fiscale. 


LE STAR


«Football Leaks» tocca i vertici del calcio mondiale. Nel mirino le operazioni riguardanti Cristiano Ronaldo e Josè Mourinho. Tra il 2009 e il 2014 CR7 avrebbe ricevuto 74,7 milioni di euro nei conti della Tollin, registrata nelle Isole Vergini britanniche. E altri 74,8 sarebbero stati incassati offshore alla fine del 2014 come corrispettivo della cessione dei diritti d’immagine a Peter Lim, uomo d’affari di Singapore proprietario del Valencia. Secondo l’Espresso Ronaldo avrebbe pagato «tasse irrisorie» su quei compensi, l’entourage del giocatore esibisce a discolpa un documento del Fisco spagnolo in cui si attesterebbe che la sua posizione tributaria è in regola. Anche la società personale di Mourinho, Koper Services, è domiciliata alle Isole Vergini britanniche: tra il 2010 e il 2015 l’allenatore avrebbe pagato 500mila euro di tasse su 8,1 milioni incassati per i diritti d’immagine. E nel caso di alcuni contratti pubblicitari i compensi sarebbero transitati dall’Irlanda (attraverso la società Multi-Sports Image Rights) per poi perdersi offshore. 


BENEFICENZA


Un altro allenatore, italiano, è presente nei file di «Football Leaks». È Fabio Capello, che avrebbe ricevuto un compenso di 75mila dollari più hotel di lusso e voli in business per partecipare all’evento benefico «Leo Messi & friends tour». Si cita anche una fattura di 10mila dollari emessa dalla Doyen Marketing e indirizzata a Capello. Doyen avrebbe ricevuto una commissione dal tecnico? L’avvocato Pierfilippo Capello replica: «È vero che mio padre ha ricevuto un compenso, come peraltro è normale per tutti quelli che partecipano a questi eventi, ma è assolutamente falso che sia stata pagata da noi una commissione a Doyen o a chicchessia».

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