Venerdì scorso, in coincidenza con il venticinquesimo anniversario del giorno in cui si presentò alla 'Masia' per la prima volta, per fare la storia del Barcellona, Andres Iniesta ha concesso un'intervista a Goal. In questa prima parte, la leggenda del club blaugrana e della Spagna immagina il suo futuro e parla dello stato di forma della squadra del suo cuore.
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Sono passati 25 anni dall'arrivo alla 'Masia', fabbrica di giocatori ma anche di persone.
"Mi sento un po' stordito perché sono passati tanti anni, ma senza dubbio è stato un passo importante per la mia vita: non solo a livello sportivo ma anche personale, perché poi è arrivato tutto quello che è successo. Lo ricordo sempre come qualcosa di incredibile. In tutti quegli anni, per semplificare un po', ho vissuto momenti belli ma anche molto duri all'inizio, dopo essermi separato dalla mia famiglia, ma è sicuramente la cosa migliore che mi sia capitata nella vita".
Che consiglio daresti ai ragazzi e alle ragazze di oggi?
"E' difficile dare consigli perché ognuno ha la sua storia, il suo ambiente e il suo modo di fare le cose. Nemmeno quello che ho vissuto io 25 anni fa può essere paragonato alle esperienze dei ragazzi e delle ragazze di oggi. Si trovano nel posto migliore per crescere e questo è ciò che devono valutare e tenere in considerazione. Io mi sono dedicato a quella sfida al 100%, sapendo che era un sogno, qualcosa che volevo realizzare per me e la mia famiglia. Avevo una fiducia cieca nelle mie possibilità di farcela".
Quando ti ritirerai, sarà meglio lavorare con loro o con i 'grandi'?
"Ci sono giorni in cui pensi di voler fare l'allenatore, altri in cui non lo fai... non so. Essendo ancora attivo è difficile guardare molto in avanti. E' pur vero che dovrò pensarci e valutare le varie opportunità che mi si presenteranno. Quello che vorrei, comunque, è prendere il patentino, anche se fare progetti a lungo termine è complicato: non sai quali capacità avrai per fare una cosa o un'altra, non si conosce il posto dove lavorerai e quali saranno le persone con cui avrai a che fare. Vorrei rimanere legato al calcio perché è la mia vita".
Al Barcellona ora c'è Laporta. Riesci a vederti lì? Non so se il contratto a vita sia ancora in vigore...
"Non è lo scenario in cui mi vedo, se però arrivasse l'occasione la apprezzerei. Quello che posso dirti è che tornare al Barça mi piacerebbe, è chiaro. Non per il mio trascorso lì, ma perché sarebbe bello avere la capacità di aiutare la squadra in un altro modo".
Laporta ha già 'lanciato il bastone'?
"Laporta mi dà molta fiducia e in questo senso gli auguro tutto il meglio. Ma parlare ora di situazioni ipotetiche che potrebbero verificarsi tra uno o due anni non ha senso. Tutto quello che voglio è che il Barça ritrovi quel trend positivo sotto tutti gli aspetti, calcistici e istituzionali. Oggi è questo che mi renderebbe più felice".
Dal Giappone hai seguito tutto quello che è successo negli ultimi anni?
"Nonostante la distanza, ovviamente cerco di seguire le vicende quando mi è possibile. E' difficile guardare le partite in diretta a causa degli orari. Per questo guardo le sintesi, poi sono ancora in contatto con diversi ex compagni di squadra, con cui parlo molto".
Con chi?
"Con Jordi (Alba, ndr) e 'Busi' (Busquets, ndr), loro sono quelli con cui parlo di più. Parliamo di tutto, non solo di calcio".
Koeman è sempre nel mirino della critica, come accade spesso per i tecnici. Merita più fiducia?
"L'allenatore del Barça sa di essere sempre predisposto a tutte le situazioni. Il compito non era semplice né al momento del suo arrivo e né ora. Tutti hanno bisogno di tempo. Speriamo che sia fortunato e che la squadra ritrovi le sensazioni positive, cosa che succederà sicuramente".
Xavi è pronto a succedergli, tra sei mesi, un anno o cinque?
"Credo di sì. Se mi chiedi se immagino Xavi sulla panchina del Barça, senza essere frainteso sul fatto che dovrebbe essere l'attuale allenatore, ti dico sicuramente di sì. E' da tempo che si è preparato studiando e allenando. Ha la sicurezza giusta per affrontare questa sfida".
Getty ImagesCome hai seguito l'addio di Messi, di cui esistono diverse teorie sul colpevole?
"L'unica cosa che posso fare è valutare dall'esterno, quello che è successo o meno lo conoscono solo le persone coinvolte direttamente. Mi fa strano - e suppongo che sia lo stesso anche per altre persone - vedere Leo con un'altra maglia. Il mio desiderio sarebbe stato che lui continuasse, ma a volte gli scenari cambiano e bisogna prendere strade diverse, ognuno la propria. Ovviamente la situazione che si è verificata non è stata facile da assorbire".
Hai parlato con lui?
"No, no, non ci ho parlato".
E tu, ti sei mai immaginato lontano da Barcellona?
"No... puf... mmm... Forse i primi anni quando non giocavo molto e si parlava di un mio trasferimento altrove, ma credo fosse qualcosa di più esterno. Io volevo vincere al Barcellona, con tutto quello che mi era costato per raggiungere la prima squadra. Ho insistito, ho aspettato pazientemente le mie opportunità e poi tutto è andato molto bene. Non ho mai pensato di cambiare, volevo appendere le scarpe al chiodo a Barcellona, era sempre questo il mio pensiero. Non sapevo che sarebbe arrivato il giorno in cui avrei sentito di voler continuare a giocare e anche che non avrei potuto farlo al Barça, ed è per questo che sono andato via. Vorrei che quel desiderio si fosse realizzato lì e non altrove".
Come immagini il tridente Messi-Neymar-Mbappé?
"Il PSG ha una grande squadra in ogni reparto. Quei grandi giocatori possono fare solo cose buone quando giocano insieme. Poi bisogna vedere quale sarà l'evoluzione come gruppo e fino a che punto potranno arrivare. In Europa ci sono altre grandi società che stanno facendo bene. Il PSG però non ha solo quei tre, tutta la rosa è di altissimo livello".
