"Credo nelle rovesciate di Bonimba, e nei riff di Keith Richards...".
Con queste parole il rocker Luciano Ligabue, nel film 'Radio Freccia', ha reso il suo tributo da regista-tifoso a Roberto Boninsegna, uno dei centravanti più forti che il calcio italiano abbia mai avuto. La frase, messa in bocca a Ivan Benassi, alias 'Freccia', interpretato da Stefano Accorsi, è l'incipit del suo celebre discorso notturno ad una radio libera.
'Bonimba' era infatti il soprannome, da lui non particolarmente gradito, che gli aveva affibiato con la sua geniale penna Gianni Brera ai tempi del Cagliari, nato dalla crasi fra il cognome dell'attaccante e 'Bagonghi', il nano acrobatico del Circo Togni.
"A San Siro gli ho chiesto il perché di quel soprannome. - ha raccontato l'ex attaccante in un'intervista con Gianni Mura su 'La Repubblica' (2013) - 'Perché hai il culo basso e quando corri mi ricordi Bagonghi, nano da circo'. Ho incassato guardandolo come per fargli capire che con i miei 174 centimetri ero più alto di lui. Poi Brera scrisse sul Giorno, più o meno: 'È inutile che Bonimba mi guardi dall'alto in basso, nano l'ho battezzato e nano resta. Un nano gigante, però' ".
Pur non essendo particolarmente alto, Boninsegna aveva forza fisica, esplosività nelle gambe, rocciose e muscolose, un tiro al fulmicotone con cui batteva spesso i portieri avversari, tanto coraggio, grinta e una notevole elevazione, caratteristica quest'ultima che gli permetteva di essere spesso micidiale di testa e in acrobazia.
Segnava tanto, a volte faceva goal bellissimi, come quando, nella partita Scudetto del 2 maggio 1971 contro il Foggia, finalizza con una rovesciata da cineteca un cross di Facchetti dalla sinistra, aprendo le marcature per la sua Inter.
L'area di rigore era il suo habitat naturale, dove non aveva paura di fare a sportellate con i difensori avversari: dove arrivava il pallone lui c'era. Se poi le cose non andavano bene, sapeva farsi rispettare e non esitava a mandare a quel paese avversari, compagni e arbitri, pagando talvolta con pesanti squalifiche il suo essere sostanzialmente un ribelle.
DAGLI 'INVINCIBILI' ALLE GIOVANILI DELL'INTER
Roberto Boninsegna nasce a Mantova il 13 novembre 1943. Suo papà, Bruno, è operaio alla Cartiera Burgo e fa il sindacalista nel consiglio di fabbrica. Nel tempo libero gioca come terzino nella squadra aziendale. Mamma Elsa è casalinga ma da sempre una grande tifosa del Mantova.
"Papà giocava, ma la vera tifosa di casa era mia mamma, Elsa. - racconta 'Bobo' - Ogni domenica era fissa al Martelli a seguire il Mantova. Ha cominciato a portarmi allo stadio che era incinta. All'ottavo mese il custode la vede e gli fa: 'Oh, signora Elsa, domenica prossima, però, è meglio che va all’ospedale, altrimenti questo bambino nasce qua...' 'Te sta tranquillo - disse lei - mi sono portata appresso la levatrice' ".
Con l'amore per il calcio scritto nel suo DNA, Boninsegna inizia presto a inseguire il sogno di diventare un calciatore. Entra a far parte della squadra della parrocchia. Ed è subito mito. Sì perché quel gruppo di ragazzi del '43, sotto la guida di mister Massimo Paccini, è "imbattutoper 60 partite di fila, dalla nevicata del 1956 fino al ’59",battendo anche squadre di diciottenni. Nascono così gli 'Invincibili di Sant'Egidio'.
Boninsegna ci gioca 3 anni e pur essendo il più piccolo di tutti, è uno dei grandi protagonisti. Impiegato da mezzala, ha le orecchie a sventola e lo chiamano 'Ragnetto'. A 13 anni corre i 100 metri in 13'' e quando va in bici stacca tutti. Di testa poi, grazie alle doti in elevazione, la prende sempre.
A 15 un osservatore dell'Inter lo nota in un campetto di periferia e gli chiede di fare dei provini. Dopo l'ok di papà Bruno, 'Bobo' li sostiene, va bene e viene preso. Inizialmente fa il pendolare per due stagioni, quindi gli viene chiesto di trasferirsi in città e lui accetta, nonostante la preoccupazione di mamma Elsa per il suo unico figlio.
Boninsegna fa la trafila nelle Giovanili e approda alla De Martino, quella cheoggi si chiama Primavera, e vince il Campionato De Martino (oggi Campionato Primavera) 1961/62 battendo in finale la Fiorentina (4-2) e il Torneo di Viareggio 1962, con un altro successo in finale sulla formazione viola (2-1). L'anno seguente, sempre al Viareggio, è capocannoniere con 5 goal.
"Ebbi la fortuna di essere allenato da giovane da un signore chiamato Giuseppe Meazza. Un monumento del calcio italiano. Mi incuteva timore: lo vedevo enorme, così serio, lo sguardo gelido. Invece era una pasta d'uomo e un profondo conoscitore di calcio. Che mi insegnò molto e mi cambiò la vita trasformandomi in bomber. Originariamente giocavo all'alla sinistra e mi piaceva servire assist ai compagni, mandarli in rete. Presto, però, capii che c'era poca gloria per chi non entrava nel tabellino dei marcatori e presi a calciare con maggiore frequenza in porta. Peppino Meazza comprese che ci prendevo abbastanza e mi spostò al centro dell'attacco".
"A 19 anni nel 1962 andai in ritiro con la Prima squadra. Di Giacomo si era infortunato alla mano e sembrava dovessi debuttare in Serie A ad ottobre contro l'Atalanta. 'Il Mago' scelse di far giocare comunque Di Giacomo con il braccio ingessato e l'Inter perse 2-1 quella partita. Io invece l'anno seguente vengo ceduto in prestito al Prato".
LA GAVETTA IN PROVINCIA
Herrera non considera Boninsegna pronto per quella che sarà la Grande Inter e manda l'attaccante a farsi le ossa in provincia. Per il mantovano arrivano due stagioni in prestito in Serie B con il Prato e poi con il Potenza. In Toscana gioca da ala (22 presenze e un solo goal), quindi torna a Milano.
Chiede alla società di giocare vicino a casa per fare in tranquillità il militare, non sarà accontentato.
"Il Direttore generale Allodi mi chiamò e mi disse che dovevo andare a Potenza. Ci rimasi male...".
In Lucania con Simone Bercellino forma un tandem d'attacco di tutto rispetto, ribattezzato 'attacco raffica': 28 reti in 2, 9 Boninsegna, ben 18 il suo partner offensivo.
"Battemmo 3-2 la SPAL di Fabio Capello a Ferrara, io feci 2 goal. Gli emiliani vinceranno il campionato e andranno in Serie A, noi arrivammo quarti a 3 punti da un'impresa storica. Mi trovai bene e fu una bella esperienza, anche se non vidi un soldo".
Segue un'altra stagione in prestito, stavolta al Varese.'Bobo' debutta in Serie A il 4 settembre del 1965 proprio contro la sua Inter (5-2 per i nerazzurri). La squadra scivola subito nelle retrovie della classifica e a fine anno retrocede in Serie B come ultima in classifica. L'attaccante segna comunque i primi 5 goal nel massimo campionato in 28 presenze.
AL CAGLIARI CON RIVA: AMICI RIVALI
Boninsegna si aspetta di far ritorno finalmente nel club nerazzurro, invece il suo futuro sarà ben lontano da Milano.
"Il Mago e Allodi non credono in me e vengo ceduto a titolo definitivo al Cagliari. Per me saranno tre anni stupendi, con i rossoblù che stanno diventando una squadra importante. Gioco al centro dell'attacco e conquisto la Nazionale".
Pagato 80 milioni di Lire, in rossoblù diventa 'Bonimba' e deve convivere in attacco con un campione come Gigi Riva, anche lui mancino. La stampa ci ricama sopra e parla di un forte dualismo fra i due, ma i diretti interessati hanno sempre smentito, benché la rivalità in campo fosse innegabile.
"Eravamo come fratelli, abbiamo diviso per due anni la stessa camera, poi mi sono sposato ma siamo rimasti amici. In campo ci mandavamo spesso a quel paese, questione di temperamento".
Non mancano gustosissimi aneddoti.
"Un giorno giochiamo in Mitropa a Skoplje e c'è invasione di campo, io e Gigi siamo i più lontani dallo spogliatoio. Nenè fa in tempo a infilare la porta e chiude a chiave, e noi fuori a urlare 'apri, deficiente'. E intanto arrivavano i tifosi, sembrava un film con Bud Spencer e Terence Hill. Ne abbiamo stesi un sacco, ma ne abbiamo anche prese. Ma la paura più grande non è stata lì, ma quando Gigi m'ha proposto un giretto in macchina verso Villasimius. Aveva un'Alfa Quadrifoglio truccata. Non c'erano le cinture. Curve su due ruote. Il giorno dopo ho fatto l'assicurazione sulla vita".
Fra gli allenatori avuti, particolare è il rapporto con Manlio Scopigno.
"Era pigro ma intelligentissimo, - dichiara a Gianni Mura - non sbagliava mai un cambio, anche perché a Cagliari eravamo pochi, contati, una riserva per settore e quattro della Primavera. Senti questa: d'accordo col Cina, il capitano degli Invincibili, andiamo al Carnevale di Venezia, con le morose. Avevo prenotato su un volo alle 7 per Cagliari. Che tarda. Arrivo, salto su un taxi e gattono dentro all'Amsicora, confidando sul fatto che Scopigno non amava alzarsi presto. E invece lo trovo piantato davanti allo spogliatoio. E mi fa: 'Capisco lo smoking, ma almeno potevi toglierti i coriandoli dalla testa' ".
Nei 3 anni in Sardegna, dal 1966 al 1969, Boninsegna completa la sua maturazione, si afferma come bomber di primo piano e totalizza 103 presenze e 29 goal in tutte le competizioni. Nell'estate del 1967 l'attaccante partecipa inoltre con la sua squadra, sotto la denominazione di Chicago Mustangs, a un inedito campionato statunitense sotto l'egida della United Soccer Association. Bonimba segna 11 goal e trascina il Cagliari-Chicago al 3° posto finale, laureandosi, primo italiano nella storia, capocannoniere di un campionato estero.

Non mancano, durante la permanenza con i sardi, alcuni episodi di nervosismo. Il 31 dicembre 1967 il Cagliari, guidato quell'anno da Ettore Puricelli, gioca a Varese e il centravanti rossoblù è molto nervoso. I rossoblù sono sotto 2-1 e quando Boninsegna si vede non concesso un clamoroso calcio di rigore perde completamente la bussola.
"Un difensore devia in tuffo di pugno all'interno dell'area un mio colpo di testa. - ricorda - Per l’arbitro Bernardis di Trieste è calcio d’angolo! Gli dico di tutto, lo spintono anche".
Rosso inevitabile, e siccome Bonimba lascia il campo insultando il direttore di gara e il suo assistente la squalifica che ne segue è esemplare: ben 11 giornate, poi ridotte a 9 dopo il ricorso del club isolano.
Un'altra clamorosa espulsione il centravanti mantovano la rimedia in Mitropa Cup, competizione europea che vede nuovamente i rossoblù protagonisti nella stagione seguente. All'Amsicora è ospite il Vienna Sportklub per il ritorno degli ottavi di finale. All'andata, favoriti da un arbitraggio permissivo che tollera un gioco maschio, gli austiaci vincono 1-0. Nel match di ritorno all'Amsicora, il 18 dicembre 1968, però, il Cagliari può ribaltare il punteggio.
E infatti lo fa, con un secco 2-0 siglato da una doppietta di Brugnera. Gli austriaci però picchiano Riva per tutta la partita. In particolare un difensore, tale Norbert Hof. E a 8 minuti dal 90' un autogoal di Tomasimi consegna loro la qualificazione. Rombo di Tuono è nervoso e all'ennesimo fallo non ci vede più. In una mischia nell'area di rigore austriaca, non visto dall'arbitro, tira un pugno al suo marcatore e lo stende.
L'arbitro pensa che sia stato Boninsegna ed estrae il rosso all'indirizzo del centravanti mantovano, che esce dal campo senza dire nulla proteggendo il suo amico. Espulsione anche per il difensore austriaco. Quest'ultimo se la legherà al dito e 2 anni dopo, il 25 ottobre del 1970, diventerà tristemente noto come 'Il Boia del Prater'.
Il 1968/69, l'anno del ritorno di Scopigno, è comunque il più bello per Bonimba del triennio rossoblù. L'attaccante mantovano si toglie la soddisfazione di fare goal all'Inter Mondiale di Herrera, battuta 3-1 all'Amsicora, e la squadra sfiora lo Scudetto, chiudendo al 2° posto dietro alla sola Fiorentina.
"Avremmo potuto vincerlo noi il campionato. - sosterrà Boninsegna in un'intervista a 'La Nuova Sardegna' - Diciamo che pagammo la panchina corta e i tanti aiuti avuti dalla Fiorentina, che alla fine si laureò Campione d’Italia. Qualche rigore di troppo per i viola, insomma, tanto che qualcuno ribattezzò quella vittoria 'lo Scudetto di Artemio Franchi' ".
WikipediaL'INTER E IL PRIMO SCUDETTO
L'avventura di Boninsegna con il Cagliari si interrompe sul più bello nell'estate 1969, quando si consuma lo storico 'sacrificio'. Con un conguaglio da 220 milioni più le cessioni di Domenghini, Gori e Poli, Arrica costruisce il Cagliari che vincerà lo Scudetto, mentre Bonimba può coronare il suo sogno di giocare con l'Inter, la squadra del suo cuore.
"Scopigno mi prende e mi dice: 'Siamo arrivati secondi perché siamo in pochi, per vincere dobbiamo cedere uno fra te e Riva, e Gigi non vuole andar via'. Al che gli risposi: 'Guardi mister, sto bene a Cagliari, se dovessi andar via mi piacerebbe tornare all'Inter, la mia squadra del cuore'. È stato un sacrificio voluto, per me l'Inter era il massimo".
Anastasi va alla Juventus e Bonimba torna in nerazzurro. Nel 1969/70 deve vedere il suo Cagliari (cui impone la dura legge dell'ex al Meazza) vincere il titolo.
"Quello Scudetto è merito mio", dichiarerà.
Ma dopo i Mondiali del 1970, si rifà con gli interessi: in panchina Invernizzi rileva Heriberto Herrera e i nerazzurri vincono lo Scudetto con Bonimba capocannoniere con 24 goal. L'anno seguente il centravanti è protagonista in Europa suo malgrado dellacelebre 'Partita della lattina',colpito da una lattina di coca cola tirata dagli spalti.
La ripetizione della partita permette all'Inter di eliminare il Borussia M'Gladbach e di proseguire il cammino fino alla finale di Rotterdam, persa poi contro l'Ajax. Bonimba bissa il titolo di capocannoniere nel 1971-72 (22 reti), stagione in cui si laurea re dei bomber anche in Coppa Italia (8 centri). In 7 anni con l'Inter segna la bellezza di 173 goal in 287 gare.
"Ma i titoli di capocannoniere sarebbero 3 - ci tiene a sottolineare - se nel 1973/74 non avessero considerato come autorete il mio 24° goal a Cesena. Così vinse Chinaglia".
Il centravanti nerazzurro è anche un cecchino dal dischetto, visto che stabilisce il record di rigori consecutivi trasformati in Serie A, ben 19, primato ancora oggi imbattuto.
"Merito di Meazza. - rivela - Mi diede un consiglio: 'Roberto, non prendere mai la rincorsa centralmente, non lo fare mai. Scegli sempre una via laterale: o la destra o la sinistra. Il portiere non capirà'. Aveva ragione, ovviamente. La magia si interrompe un pomeriggio a Firenze, quando Superchi blocca il mio tiro. Ma i rigori consecutivi sarebbero stati 20 se l’arbitro Michelotti a un minuto dalla fine non avesse sospeso un Roma-Inter in cui ne avevo trasformato un altro".
MESSICO E NUVOLE: A UN PASSO DALLA GLORIA
Dopo aver saltato i vittoriosi Europei del 1968 a causa della mega squalifica rimediata a Cagliari, in Nazionale Bonimba è invece protagonista dei Mondiali del 1970. Due anni prima al suo posto era stato chiamato Anastasi, ora è lui a rimpiazzare il siciliano, che non sta bene dopo l'episodio dello scherzo finito male.
Il centravanti dell'Inter è convocato in tutta fretta nella notte per quella che sarà una cavalcata magica fino alla finale. Bonimba, che ricompone il tandem offensivo con Riva, è fra gli eroi dell'Azteca il 17 giugno. Firma l'1-0 nella 'Partita del secolo' contro la Germania Ovest battento Maier con una botta da fuori area dopo una triangolazione con l'amico Gigi e nei supplementari serve a Rivera l'assist per il definitivo 4-3.
Nella finale contro il Brasile, realizza il provvisorio 1-1 con un'azione personale, togliendo quasi il goal al bomber di Leggiuno, e tiene a galla gli azzurri, poi travolti nella ripresa dai verdeoro.
"Nell' intervallo eravamo convinti di farcela, bastava che Valcareggi mettesse dentro Rivera al posto di Domenghini che non stava più in piedi. O meglio, che Rivera giocasse dall'inizio. Abbiamo regalato al Brasile il Pallone d'oro nella partita più adatta a lui. E senza staffetta... Mi piacerebbe rigiocarla con Rivera, quella finale".
Nel 1974 Boninsegna gioca anche gli sfortunati Mondiali in Germania Ovest. Poco dopo chiuderà la sua avventura in azzurro con 9 reti in 22 presenze.

IL 'TRADIMENTO' E LO SCAMBIO CON ANASTASI
Nel 1976 si consuma il 'tradimento' dell'Inter nei confronti del trentatreenne Bonimba, ceduto contro la sua volontà alla Juventus assieme a un conguaglio di 700 milioni di Lire in cambio di Anastasi.
"Ho dovuto accettare una decisione imposta dalla società, ma in bianconero furono 3 anni stupendi".
Fraizzoli e la dirigenza nerazzurra lo considerano sul viale del tramonto, invece in bianconero il bomber varesino prolunga la sua carriera e vince2 Scudetti e una Coppa UEFA giocando in coppia con Roberto Bettega.
In Europa è decisivo con 5 goal, fra cui uno di tacco al Manchester United, è decisivo per la conquista del primo trofeo continentale nella storia dei bianconeri nel 1976/77, in quella stagione si toglie anche la soddisfazione di fare 2 goal all'Inter e di sugellare il titolo con la rete del 2-0 a Genova contro la Sampdoria.
A Torino Bonimba stabilisce un bel legame con Giovanni Trapattoni, pur non mancando di riservare frecciate al suo allenatore.
"Grande professionista, era il primo ad arrivare all'allenamento, l'ultimo a uscire. A me il sabato piaceva calciare una trentina di rigori, mi aveva insegnato Meazza, e poi tirare al volo sui cross. Pioveva, un giorno, e ne ho tirato uno altissimo. 'Bobo, vuoi che ti dica dove hai sbagliato?', mi fa. 'Scusa Trap, ma tu quanti goal hai fatto da professonista?'. 'Sei o sette'. 'Io 160, non mi menare il torrone'. Mi ha fatto dare 150mila lire di multa, ma poi amici come prima. Anche se quand'ero alla Juve non ha mai azzeccato un cambio".
L'avventura bianconera di Bonimba si chiude nel 1979 a 35 anni dopo 35 reti in 94 gare e la conquista della Coppa Italia.
GLI ULTIMI GOAL, ALLENATORE E... ATTORE
Gli ultimi goal Bonimba gli segna nel 1979/80 con il Verona, in Serie B (14 presenze e 3 reti), e l'anno seguente con la Viadanese di Viadana, in Serie D. Quindi il ritiro a 37 anni suonati, che pone fine a una carriera leggendaria da 279 goal in 619 partite.
'Bobo-goal' fa inizialmente il Direttore sportivo per la stessa Viadanese, ma poi decide di prendersi una pausa dal mondo del calcio. Ci fa ritorno prendendo il patentino da allenatore e guidando la Rappresentativa Under 21 di Serie C per ben 13 anni.
"Forse è stato un errore rimanere nove anni fuori dal calcio, ma volevo godermi la famiglia. Essere un selezionatore è meglio che fare l'allenatore, perché da selezionatore se un giocatore rompe i coglioni non lo convochi più, mentre da allenatore te lo devi tenere almeno un anno. Ho scovato gente come Toldo, Abbiati, Amelia, Fortunato, Barzagli, Iuliano, Bertotto, Di Biagio, Iaquinta, Montella e Toni, che era riserva nel Fiorenzuola e che chiamavo 'Sbrindellone caracollante'. Mi aspettavo qualcosa di più dalla federazione ma non mi lamento, so di essere stato un privilegiato".
Accade anche che il regista Salvatore Nocita, tifoso interista, lo voglia come attore nel suo sceneggiato 'I Promessi Sposi'.
"Un giorno mi chiama Facchetti e mi spiega che Nocita avrebbe voluto che recitassi per lui. 'Che parte dovrei fare, Giacinto?. 'Il monatto, quello che carica gli appestati sul carretto'. 'E perché non lo fai tu?'. 'Perché io sono alto, bello e biondo'. Così ho fatto il monatto ne 'I Promessi Sposi', senza pensare di essere basso, brutto e moro. E mi sono anche divertito".
Recita anche nei panni di un calciatore in 'Don Camillo' di Terence Hill. Poi un'esperienza alla guida del Mantova, dal 2001 al 2003: il 5 maggio 2002 è in panchina e la sua squadra, come l'Inter, perde 4-2. Strani giochi del destino.
Oggi si gode la famiglia: sua moglie Ilde, con cui ha superato le Nozze d'oro,i figli Gianmarco ed Elisabetta e il nipote Giovanni, e segue sempre da attento osservatore il calcio e le squadre del suo cuore, in primis l'amata Inter.

