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Alessandro Bastoni - ItaliaGetty Images

Bastoni a DAZN: “Sono partito dall’oratorio, San Siro per me è un sogno”

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E’ uno dei difensori italiani più forti in assoluto, un calciatore che a ventitré anni è già uno dei punti fermi di una grande squadra come l’Inter e che può già vantare nella sua bacheca titoli importanti come uno Scudetto, una Supercoppa Italiana ed un Europeo vinto con la Nazionale.

Alessandro Bastoni si è raccontato in ‘Day Off’, il nuovo format di DAZN nel quale i calciatori sono chiamati a rispettare una sola regola: provare a non parlare di calcio.

Guarda l'intervista integrale a Bastoni in 'Day Off' su DAZN

Il centrale dell’Inter e della Nazionale ha spiegato come ha mosso i suoi suoi primi passi in quello che già da anni è il suo mondo.

“Ho iniziato a giocare all’oratorio, anche perché sono sempre stato un bambino molto timido e facevo fatica a relazionarmi con gli altri ragazzi della mia stessa età. Andavo in oratorio quindi con i miei compagni di scuola e proprio in oratorio ho iniziato a dare i primi calci ad un pallone. Mi tornano alla mente tanti momenti positivi, se sono quello che sono adesso lo devo sicuramente anche a quelle persone che circondano questo ambiente. Sarò per sempre grato a loro”.

Una figura fondamentale per l’arrivo ai massimi livelli è stato certamente Gian Piero Gasperini.

“Gasperini è stato fondamentale per me. Avevo sedici o diciassette anni e mi ha subito chiamato in prima squadra. Quella era un’Atalanta che puntava già all’Europa ed era quindi una grande squadra. Lui ha avuto il merito di puntare su me fin da subito ed io sono stato bravo a ripagare la sua fiducia. E’ stata una persona fondamentale per il mio percorso”.

Altro allenatore importantissimo per la crescita di Bastoni è stato Antonio Conte.

“E’ stato lui che mi ha consacrato. A lui devo veramente il 90% di ciò che sono oggi. Mi ha trasmesso realmente tanto sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista della mentalità. Non è da tutti far giocare in una squadra come l’Inter un ragazzo di venti anni. Gli devo tanto”.

Tra le grandi passioni di Bastoni c’è anche il basket.

“Il mio sogno è vedere Stephen Curry. Lui ha un po’ cambiato il basket ed è quello che vorrei fare anche io. Il difensore in teoria difende e basta, a me invece piace anche attaccare. Lo ammiro anche per questo”.

Bastoni ha svelato perché gioca con il 95 sulle spalle.

“Indosso la maglia numero 95 perché mio fratello grande è nato nel 1995. E’ stata una promessa che gli ho fatto: gli ho detto che avrei scelto il numero della sua data di nascita. Così è stato”.

Il cammino che l’ha portato ad essere un giocatore di alto livello è partito dall’oratorio e dall’intuizione di un’amica.

“Al provino per l’Atalanta mi ha portato il papà di una mia compagna di classe. Lei gli ha detto che c’era un suo amico che era bravo e lui che era un osservatore del club è venuto in oratorio a vedermi. E’ stato così che sono arrivato all’Atalanta all’età di sette anni. Ci sono rimasto fino ai diciannove anni”.

Bastoni ha già realizzato uno dei suoi grandi sogni: giocare da protagonista a San Siro.

“San Siro per me è sempre stato un sogno ed esserci arrivato a giocare è un motivo di grande orgoglio. Spero di farlo ancora per molti anni. Con l’Inter abbiamo già vinto una Supercoppa ed un campionato e con la Nazionale abbiamo vinto gli Europei la scorsa estate. Sono solo all’inizio del mio percorso che spero possa ancora regalare a me e ai miei tifosi tante gioie”.

Fondamentale per il suo percorso è stato l’aiuto della sua famiglia.

“Senza una famiglia forte alle spalle si fa fatica a raggiungere certi risultati. Mio padre tutt’ora di dice che era più forte di me, ma che non aveva la mia testa. Abbiamo un grande rapporto”.

Bastoni è diventato da pochi mesi papà e sua figlia si chiama Azzurra Agnese. Dietro la scelta di questo nome c’è una dedica a colei che è stata la sua migliore amica.

“Mia figlia si chiama Azzurra e il suo secondo nome è Agnese. Agnese era una mia amica con la quale siamo stati insieme a scuola dall’asilo fino alla seconda superiore. Ero via in Norvegia con la Nazionale U16 e mio padre mi invia un messaggio con il quale mi ha avvertito che era morta. Non è stato facile, eravamo migliori amici, ma io cerco sempre di prendere la parte bella delle cose. Per me è come se non fosse mai andata via. Prima di entrare in campo faccio sempre un gesto per lei e prima di andare a letto la penso e le parlo. E’ stata una cosa forte che ti segna e che ti fa capire realmente quali sono le cose contano realmente”.
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