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Luis Helguera UdineseGetty

L’'altro Helguera': Luis, otto anni in Italia, ma meno talento e titoli di Ivan

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Il primo è stato Luis Suarez. Ed è stato anche il più forte di tutti. Approdato all’Inter nel 1961, dopo aver vinto tanto con il Barcellona (con i soldi della sua cessione il club blaugrana ci costruirà un anello del Camp Nou) ed essere stato premiato un anno prima con il Pallone d’Oro, con la maglia nerazzurra addosso si consacrerà come uno dei più grandi centrocampisti di tutti i tempi e metterà in bacheca tre Scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali, prima di chiudere la carriera alla Sampdoria nel 1973.

Dopo ‘Luisito’ arriveranno Luis del Sol e Joaquín Lucas Peiró. Uno, il ‘Postino’ (così lo aveva soprannominato Di Stefano ai tempi del Real Madrid per la sua capacità di coprire ogni zona del campo) diventerà una bandiera della Juventus prima di trasferirsi ormai trentacinquenne alla Roma, dove erediterà la fascia di capitano proprio da Peirò che intanto, dopo due annate al Torino, due all’Inter e quattro in giallorosso, ha deciso di tornare al suo ‘amato’ Atletico Madrid per chiudere una carriera gloriosa.

Luis Suarez, Luis del Sol e Joaquín Peiró sono stati, insieme a Juan Santisteban (centrocampista che il Real Madrid parcheggiò al Venezia per consentirgli di recuperare da un brutto infortunio muscolare) i primi giocatori spagnoli a sbarcare nella Serie A. Tra di loro, i primi tre, seppur in modi diversi, si sono guadagnati un posto nella storia del calcio italiano e questo per un motivo molto semplice: erano tra i più forti della loro epoca.

Forti ed in un certo senso ‘merce rara’, visto che per alcuni decenni hanno rappresentato l’eccezione ‘che non riesce a diventare regola’.

Quella tra i calciatori iberici ed il calcio italiano è stato infatti per tanto tempo un rapporto tribolato. Oggi vederne uno (o più di uno) in una compagine nostrana rappresenta una normalità assoluta, ma per tutti gli anni ’70, gli ’80’, i ’90 ed inizio anni 2000, per i nostri club il giocatore spagnolo ha semplicemente rappresentato un rischio troppo grande da correre.

Eppure i tentativi non sono mancati. Victor, Martin Vazquez, Ricardo Gallego, Guillermo Amor, Iván de la Peña (la Lazio nel 1998 sborserà addirittura 30 miliardi per strapparlo al Barcellona) e Gaizka Mendieta (questa volta saranno 90 i miliardi spesi dalla Lazio per prelevarlo dal Valencia nel 2001), sono solo alcuni dei campioni dal curriculum importante sbarcati nel corso degli anni in Italia per diventare delle stelle di prima grandezza, ma che poi dalle nostre parti non hanno lasciato tracce.

Non molto meglio è andata a Pep Guardiola o a Javier Farinos, e nemmeno alla maggior parte degli spagnoli che ha accolto il Milan (José Mari e Javi Moreno sono stati i primi giocatori provenienti dalla Spagna a vestire la maglia rossonera).

Per tanto tempo si è parlato di una differenza troppo ampia tra la Serie A e Primera División, come della principale causa del mancato adattamento di questi giocatori che in Patria si erano costruiti una solida fama di campioni, ma in generale c’è stata una cosa che ha contraddistinto quasi tutti: erano sì bravi (o bravissimi) dal punto di vista tecnico, ma troppo lenti per il nostro calcio.

Tra coloro che tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 hanno provato a smentire il mito (che poi tanto mito non era) del calciatore spagnolo inadatto al campionato italiano, anche due fratelli: Ivan e Luis Helguera.

Il primo è approdato in Serie A nell’estate del 1997 fortemente voluto dalla Roma, il secondo arriverà invece nel 2000 quando si accaserà all’Udinese.

La parentesi italiana di Ivan durerà una sola stagione (forse dire 493’ minuti di campionato dà più il senso delle cose) ma, dopo essere stato bocciato da Zeman perché troppo lento per il suo 4-3-3 (ancora la lentezza…) si consolerà vincendo tutto con il Real Madrid (tre campionati, due Supercoppe di Spagna, una Coppa di Spagna, due Champions League, una Supercoppa UEFA ed una Coppa Intercontinentale). Luis invece in Italia ci resterà per ben otto anni, ma senza mai toccare vette altissime.

Luis Helguera UdineseGetty

Come Ivan è stato un calciatore duttile, capace di giocare sia a centrocampo che in difesa e non ha mai avuto nella velocità la sua arma migliore. Ancora come Ivan, si è approcciato prestissimo al mondo del calcio, spinto anche da un padre che con il pallone ci sapeva fare eccome, ma che aveva visto la sua carriera spezzata prematuramente da un infortunio, ma a differenza di Ivan è arrivato dove è arrivato senza essere accompagnato dall’etichetta di predestinato.

Luis Buja Helguera è uno di quelli che nel calcio che conta ci si è ritrovato quasi per inerzia. Non è mai stato così forte da lasciar immaginare un futuro da giocatore importante, ma ha sempre potuto contare su una qualità essenziale: la costanza.

“Quando ero piccolo non pensavo di diventare calciatore - ha spiegato a ‘El Periodico de Aragón’ - Con il passare degli anni poi vedi che alcuni si fermano mentre tu continui a salire di categoria e allora inizi a pensare al tutto come un sogno. Ricordo che nelle giovanili del Racing non sono mai stato il migliore, c’erano sempre quattro o cinque giocatori di livello superiore rispetto al mio, ma giocavo. Gli altri andavano e venivano ed io continuavo a salire. Mio fratello invece è sempre stato il migliore della squadra. Ci sono due modi per arrivare nel calcio che conta: il talento e la perseveranza. Io di talento non ne avevo, ma sapevo cosa volevo”.

Quando nell’estate del 2000 l’Udinese decide di portarlo in Italia, di Luis Helguera si sa sostanzialmente solo che è il fratello di Ivan.

E’ reduce da tre stagioni vissute al Real Saragozza nelle quali ha giocato poco, ma nell’ultima è riuscito comunque a ritagliarsi il suo spazio in una compagine capace di piazzarsi al quarto posto in campionato a -6 dal Deportivo campione di Spagna e a +1 dal Real Madrid quinto.

Fondamentalmente, nella rosa messa a disposizione di De Canio, è un’alternativa a centrocampo e infatti nelle prime battute della stagione 2000-2001 lo spazio che si ritaglia in campo è poco. Gioca soprattutto scampoli di partita mentre la sua squadra vola. L’Udinese infatti parte forte in campionato e grazie a quattro vittorie (batte anche Inter e Juventus) ed un pareggio nei primi cinque turni del torneo, si toglie la soddisfazione di staccare tutti e issarsi in vetta alla classifica.

Helguera è l’uomo degli ultimi minuti, quello da inserire quando c’è da gestire palla e abbassare i ritmi. Dell’Udinese si inizia a parlare come della grande sorpresa del campionato, ma la favola non dura. La squadra, a partire da fine novembre, si ritrova inghiottita in una spirale fatta di sconfitte dalla quale non riesce più ad uscire e così, nel giro di pochi mesi, si passerà dal pensare in grande a lottare per la salvezza.

A racimolare gli ultimi punti che varranno la permanenza in Serie A sarà Luciano Spalletti che, subentrato a De Canio a metà marzo, troverà proprio in Helguera uno dei suoi punti di riferimento a centrocampo. Lo schiera praticamente sempre nel suo undici titolare al fianco di Giannichedda in mediana, e lo spagnolo ripaga la fiducia mettendo in campo tutto quello che ha.

Non è un giocatore che eccelle in un qualcosa di specifico, ma garantisce equilibrio e si guadagna la riconferma anche per l’annata successiva. Quella vissuta in Friuli sarà un’avventura senza picchi, ma gli ritornerà utilissima quando poi appenderà gli scarpini al chiodo e inizierà una carriera da dirigente.

“Udine è una città piccola, ma il club era straordinario. Per me è stato il migliore che abbia mai visto. Erano molto avanti rispetto a tutti. In quel periodo avevano già dodici o quattordici osservatori, quando altre società non ne avevano nemmeno uno. Guardavano tutto, erano pieni di televisori. C’era una persona a tua disposizione, che ti sarebbe venuto a prendere all’aeroporto o che avrebbe fatto qualunque cosa di cui avevi bisogno. Mio fratello mi disse che l’Udinese era organizzata anche meglio del Real Madrid”.

Nella sua seconda annata ad Udine, quella 2001-2002 nella quale si alternano Roy Hodgson e Gian Piero Ventura sulla panchina bianconera, Helguera diventa un titolare inamovibile. Gioca ben trentuno partite in campionato risultando, al termine dell’annata, il calciatore più utilizzato in assoluto al pari di David Pizarro.

Grazie alla costanza e alla perseveranza, si ritaglia un ruolo da protagonista in uno dei campionati più difficili al mondo, ma proprio quando ormai sembra essere diventato un punto fermo della squadra, l’avventura all’Udinese si chiude.

Riparte dall’Alaves, squadra nella quale si trasferisce in prestito, e quando tornerà nel 2003 in Italia lo farà per scendere in Serie B. A volerlo è la Fiorentina che individua in lui uno degli uomini chiamati a fare la differenza nella corsa che porta alla promozione.

Luis Helguera-

Helguera, sebbene sia considerato da molti un lusso per la serie cadetta, in riva all’Arno non riesce ad imporsi e, dopo una serie di prestazioni deludenti e qualche infortunio di troppo, nel corso del mercato invernale viene ceduto in prestito all’Ancona.

Torna quindi in Serie A in anticipo rispetto ai piani, ma quella nella quale approda non è una squadra: è un disastro sportivo.

E’ quello l’Ancona di Rapaic, di Dino Baggio, di Di Francesco, di Ganz, di Jardel (o di quello che resta del bomber brasiliano) e di altri quaranta giocatori che in un solo anno si ritrovano a vestire la stessa maglia. Quasi cinquanta elementi per tre allenatori (Menichini, Sonetti e Galeone) e la miseria di 13 punti messi in cascina in un intero torneo.

Quando nel 2004 farà ritorno alla Fiorentina, un grave infortunio ed il fatto di non rientrare nei piani del club, ridurrà la sua stagione ad un unico minuto giocato in Coppa Italia in una sfida con il Verona.

“Io ho sempre giocato in tutte le squadre nelle quali sono stato, tranne che nella Fiorentina. All’inizio giocavo, ma poi ho avuto un problema serio e l’allenatore non mi ha più schierato. Sono andato all’Ancona ed ho ripreso a giocare, poi quando sono tornato a Firenze non l’ho fatto più di nuovo”.

Alla soglia dei trent’anni Helguera si riscopre svincolato, ma proprio quando ormai per lui le porte del calcio italiano sembrano essersi chiuse definitivamente, arriva la chiamata del Vicenza. Si tratta di tornare in Serie B e di lottare soprattutto per la salvezza, ma è proprio in biancorosso che troverà il suo ‘angolo di paradiso’ in Italia.

A Vicenza ci resterà per tre stagioni, nelle quali si imporrà come titolare imprescindibile. Sempre lì davanti alla difesa a dettare i tempi e a filtrare palloni, anche con la fascia da capitano al braccio.

“Tre stagioni ottime. Ero capitano e la città era spettacolare”.

Luis Helguera si congederà dal calcio italiano nel 2008. Tornerà in Spagna, dove si regalerà un’ultima esperienza importante nell’Huesca, prima di ritirarsi nel 2013.

Non verrà certamente ricordato come uno dei giocatori che hanno sfatato il ‘mito’ dello spagnolo inadatto al calcio italiano e non può vantare lo straordinario palmares del fratello, la sua resta però lo storia di un calciatore che sapeva di non essere dotato di talento, ma che si è guadagnato tutto con la forza della volontà. Un metro alla volta…

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