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Predrag Spasic Real Madrid GFX

L’’Agente’ Spasic: l’abbaglio del Real Madrid che si guadagnò un coro dei tifosi del Barcellona

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Stojkovic, Savicevic, Pancev e Prosinecki, ma anche i vari Susic, Katanec, Jarni e Vujovic, oltre ai giovanissimi Suker e Boksic. Alcuni dei giocatori più dotati dal punto di vista qualitativo della loro generazione tutti insieme. Tutti nello stesso gruppo. E quando si parla di generazione non si intende solo quella del loro Paese, ma si deve allargare il discorso a livello planetario.

Tra tutte le squadre che hanno preso parte ai Mondiali del 1990, la Jugoslaviaera certamente tra quelle dotate di maggiore talento. Non era considerata tra le favorite per la vittoria finale del torneo, e questo soprattutto perché difettava non poco in continuità, ma quando i suoi ragazzi (che avevano fatto intravedere cose devastanti ai Mondiali U20 vinti tre anni prima) erano in giornata, potenzialmente non ce ne era per nessuno.

Di quel gruppo avrebbero potuto far parte anche Boban e Mijatovic, due giovanissimi gioielli che in Nazionale maggiore avevano già esordito, ma il ventaglio di scelte per il commissario tecnico Ivica Osim, era così ampio che si decise di aspettare ancora un po’ prima di lanciarli ai livelli più alti.

Nei Mondiali del 1990, la Jugoslavia riuscirà a compiere un buon cammino. Uscirà indenne da un girone che comprendeva anche la Germania Ovest (che poi si laureerà campione del mondo), la Colombia e gli Emirati Arabi Uniti, supererà la Spagna negli ottavi di finale e si fermerà ai quarti quando verrà eliminata dall’Argentina (futura finalista) solo ai calci di rigore.

Italia ’90 rappresentò per quella generazione di fenomeni una straordinaria vetrina ma, paradossalmente, a compiere prima di tutti il grande salto verso il calcio che contava veramente fu forse il giocatore meno dotato in assoluto dal punto di vista tecnico: Predrag Spasic.

Cresciuto nel Radnicki, un paio di anni prima si era legato al Partizan Belgrado, compagine della quale si era fin da subito imposto come il leader assoluto della difesa. Si era presentato al torneo più importante al quale un calciatore può anche solo sognare di partecipare da ‘carneade’, ma partita dopo partita era riuscito praticamente ad annullare ogni attaccante affidato alle sue cure.

La prestazione migliore la sfoggiò a Verona il 26 giugno 1990 quando, in occasione di Spagna-Jugoslavia, non fece toccare palla al grande Emilio Butragueño, tanto che il commissario tecnico delle Furie Rosse, Luis Suarez, decise di richiamare il suo capitano in panchina al 79’.

I titoli dei giornali del giorno dopo se li guadagnò tutti Stojkovic, che fu autore di una straordinaria doppietta, ma intanto in casa Real Madrid qualcuno si ricordò che il nome di quel difensore non bellissimo da vedere, ma tremendamente efficace, era già finito tempo prima nell’agenda dei suoi osservatori.

Poco prima dell’inizio dei Mondiali del 1990, i dirigenti del club ‘blanco’ si fecero inviare una videocassetta di un derby Partizan-Stella Rossa. L’obiettivo era studiare Dejan Savicevic, un talento dalle qualità incredibili che poi diventerà uno dei grandissimi del calcio europeo con la maglia del Milan addosso, ma in quella occasione colui che di lì a poco sarebbe diventato il ‘Genio’ non si espresse al massimo, anche perché arginato proprio da Spasic.

Il Real Madrid all’epoca era alla ricerca di un centrale chiamato a sostituire il partente Oscar Ruggeri, ma l’imponente difensore del Partizan non venne nemmeno preso in considerazione, nonostante l’ottima impressione destata.

A spingere i dirigenti del Real a scartare Spasic fu, incredibilmente, il suo aspetto fisico. A svelarlo tempo dopo, fu il presidente Ramon Mendoza.

“Decidemmo che non faceva al nostro caso a causa della sua calvizie. Credevamo che fosse più vecchio”.

Fu solo dopo Spagna-Jugoslavia, e dopo aver visto la loro stella Butragueno ‘maltrattata’ in campo, che il Real Madrid decise di prendere qualche informazione in più. Con grande sorpresa degli osservatori del club si venne a sapere che quel colosso di un metro e novanta con il numero tre sulle spalle aveva in realtà appena venticinque anni e la cosa lo rese più appetibile.

Pedrag SpasicGetty Images

Nel mirino del Real Madrid c’erano, a quel tempo, anche Des Walker del Nottingham Forest e Gica Popescu della Steaua Bucarest, ma fu un uomo in particolare ad imporre che si sarebbe dovuto puntare tutto su Spasic: Alfredo Di Stefano.

La più grande leggenda della storia del Real era all’epoca uno dei consiglieri di Mendoza e tra l’altro, da lì a qualche mese, si sarebbe visto affidare la guida della squadra in sostituzione dell’esonerato John Toshack.

Di Stefano, la figura più rilevante all’interno dell’organigramma del club, caldeggiò convintamente l’acquisto del centrale jugoslavo, anche perché raramente aveva visto Butragueño essere messo così in difficoltà da un avversario.

“Siamo rimasti colpiti dalle sue prestazioni ai Campionati del Mondo - dirà Mendoza - e quando abbiamo capito che non aveva superato i trent’anni come pensavamo, non abbiamo più avuto dubbi su chi puntare”.

Il Real Madrid decide quindi di fare di tutto pur di affiancare Spasic a Manolo Sanchis, e mette sul tavolo qualcosa come duecento milioni di pesetas pur di convincere il Partizan a cedere il suo capitano. Per comprendere la portata della cifra sborsata, basta ricordare che per il cartellino di Gheorghe Hagi, il ‘Maradona dei Carpazi’, i Blancos versarono quella stessa estate nelle casse della Steaua cento milioni di pesetas: esattamente la metà.

Spasic si trova catapultato da un giorno all’altro nel club più importante al mondo e il suo acquisto in Spagna desta fin da subito grande curiosità. A vederlo da vicino, per fisico e modi di fare, ha poco del calciatore ed il suo modo di vestire - indossava sempre un trench - gli varrà fin da subito il soprannome di ‘Agente’.

A Madrid, insomma, Spasic ricorda a molti più un agente del KGB che una potenziale stella del calcio e molto, da questo punto di vista, fanno anche la calvizie e i lineamenti a dir poco spigolosi.

Al Real si accorgono che quel ragazzo venuto dall’est ha effettivamente buone qualità ed anche un sinistro sorprendentemente educato, ma si presenta un problema: le prestazioni in campo sono altamente deludenti.

Schierato sempre titolare, fatica terribilmente ad imporsi e, incredibilmente, a relegarlo ai margini della prima squadra sarà quell’Alfredo Di Stefano che con tanta forza l’aveva voluto a Madrid.

Con l’arrivo di ‘Don Alfredo’ in panchina a dicembre, per Spasic le cose si fanno complicate. Di fatto non gioca più, ma il 19 gennaio 1991 gli viene data una straordinaria occasione per rilanciarsi.

Di Stefano deve fare i conti con diversi infortuni in difesa e decide quindi di schierarlo dal 1’ nel Clasico contro il Barcellona. La partita è bella ed equilibrata e Butragueño ha risposto a Laudrup segnando la rete dell’1-1, ma al 62’ accade l’imponderabile: corner battuto dalla destra da Eusebio, Nando ‘spizza’ il pallone che va a finire proprio sulla testa di Spasic che, a porta sguarnita, realizza la più clamorosa delle autoreti.

Il centrale jugoslavo resta totalmente impietrito al centro dell’area piccola, tanto che sarà addirittura il capitano del Barcellona, Alexanko, a consolarlo. E’ una cosa mai vista in un Clasico.

Molto meno clementi saranno i tifosi blaugrana assiepati sugli spalti del Camp Nou, che da quel momento in poi inizieranno ad intonare il coro ‘Spasic! Spasic! Spasic!’.

In quella che doveva essere la partita del riscatto (il Barcellona vincendo porterà il suo vantaggio sul Real Madrid a dieci punti), il difensore jugoslavo si ritrova a vivere la serata più difficile della sua carriera da calciatore. Sarà quello di fatto il momento che metterà fine alla sua breve avventura nel club più importante al mondo.

“Fu una notte terribile - ha raccontato anni dopo ad ‘AS’ - Da quel Barcellona-Real Madrid la mia vita è cambiata totalmente. La palla mi colpì la testa ed andò dentro, autorete… pensai che stavo per morire. Il Camp Nou è stata la mia tomba da giocatore del Real Madrid. Non dimenticherò mai il coro ‘Spasic! Spasic! Spasic!’”.

Predrag Spasic è ritenuto da molti il più grande ‘bidone’ della storia del Real Madrid, anche se lui non concorda.

“Non ero così male come si dice. Chiusi bene la stagione perché arrivò Antic in panchina che mi seppe dare quella fiducia che mi era mancata”.

Spasic effettivamente chiuderà la stagione da titolare inamovibile in una difesa a cinque composta, oltre che da lui, anche da Chendo, Sanchis, Tendillo e Hierro, e con una Supercoppa di Spagna in bacheca, ma la cosa non gli basterà per guadagnarsi la riconferma.

Verrà infatti ceduto all’Osasuna per cinquanta milioni di pesetas, ovvero un quarto della cifra spesa dal Real Madrid solo un anno prima per acquistarlo, ed il diritto di recompra che il club deciderà di assicurarsi non verrà mai fatto valere.

Spasic disputerà tre buone stagioni, e verrà poi ceduto all’Atletico de Marbella dopo una delle peggiori annate della storia del club dei ‘Rojillos’, scandita da una clamorosa retrocessione.

A Marbella non scenderà quasi mai in campo e un anno dopo, nel 1996, appenderà gli scarpini al chiodo a soli trentuno anni dopo un’ultima e sfortunata esperienza al Radnicki Belgrado.

“Ammetto che le cose al Real Madrid non sono andate molto bene per me, ma non posso lamentarmi dello spogliatoio perché cerano compagni come Tendillo, Chendo, Gordillo e Hierro che mi hanno sostenuto in ogni momento e mi hanno aiutato a non andare a fondo. Non nego che le critiche mi abbiano colpito moltissimo”.

Quella di Predrag Spasic è la storia di un giocatore che, proprio nel momento stesso in cui raggiunge il paradiso calcistico, si riscopre costretto a vivere nel suo personalissimo inferno.

Oggi vive a centocinquanta chilometri dal Belgrado e il calcio non fa più parte della sua vita, ma nessuno potrà mai togliergli la soddisfazione di essersi spinto fino a vestire la maglia del club più importante al mondo.

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