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Dusan Vlahovic, il ragazzo che ci ha sempre creduto: basket, Stella Rossa e Partizan

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Ci vuole una grande personalità per trovare ispirazione nel caos. Bisogna avere una propria idea, chiara. Magari tortuosa, con deviazioni sul percorso, ma comunque ferma e irriducibile. Da fuori può sembrare impossibile: come può qualcuno trovare quel che serve lì in mezzo? Eppure è così.

Meno spazio, maggiori capacità. Dusan Vlahovic lo sa bene. E' stato capace, sin dai suoi inizi - e le interviste nei primi anni, decisivi, da professionista lo dimostrano - di districarsi in un calcio serbo in cui emergere non è per nulla facile.

La pressione di giocare nel Derby Eterno, con la maglia del Partizan o con quella della Stella Rossa, schiaccerebbe chiunque. Un turbinio caotico in cui la testa gira, per il tifo, la spinta dei fans per le strade della Città Bianca, Belgrado, al Marakàna.

Sempre meno possibilità di sbagliare, sempre più di fare qualcosa di grande. Vlahovic ha sempre trovato ispirazione per il calcio, senza mai avere dubbi: voleva farcela, sapeva di poterlo fare.

Nella mente di un bambino, il caos. Di pensieri, di possibilità per il futuro. Vorrei quello. No anzi, l'altro. Non per Dusan. L'ispirazione l'ha sempre condotto verso un prodotto artistico di nome calcio. Chiamato Partizan. Tutto il resto, fosse basket, medicina o Stella Rossa, rappresentava solo quella tortuosità che non compromette l'opera finale.

  • GLI 'OSTACOLI': BASKET E STELLA ROSSA

    "Per ogni ragazzo, il calcio è sempre la prima cosa nella vita" ha confessato Vlahovic a 'Politica.rs'. "A cinque anni sono andato prima a basket, perché la palestra era vicina al mio appartamento. Ho giocato a basket per un anno e mezzo, fino a quando all'età di sette anni ho iniziato a giocare a calcio. Nella zona in cui vivo c'è un parco dove tutti ci riunivamo. La maggior parte dei miei amici si è allenata alla scuola calcio "Altina", e presto ho seguito quella strada. Ricordo molto bene che mia madre mi portò alla mia prima sessione di allenamento. È così che ho iniziato".

    I primi passi di Vlahovic sono all'FK Altina, in quel di Zemun. Una vecchia città indipendente, parte integrante della Città Bianca Belgrado solamente nell'ultimo secolo. Una parte irrisoria rispetto alla millenaria storia di una città antichissima, in cui i primi insediamenti risalgono a 7000 anni fa. Dusan gioca con la 9, preferendola a quella 10 che dovrebbe rappresentare il premio iconico per il giocatore più decisivo della squadra. La capacità di segnare e l'idea di farlo è però più forte di qualsiasi altra casacca, anche della più preziosa. Idea soggettiva, perchè per DV non c'è niente di più importante.

    Quando è stato possibile, la 9 ha sempre accompagnato Vlahovic. Al Partizan, alla Fiorentina, alla Juventus. A volte cause di forza maggiore l'hanno portato fuori da quel binario, ma la sua, di forza, lo ha riportato su una strada che fosse per lui, non vorrebbe mai lasciare. Nel caos di selezioni, provini e possibilità di emergere, il disegno calcistico di Dusan è aiutato da un talento particolare: è veloce, tremendamente veloce. Un bambino che corre il triplo rispetto agli avversari e in più sa anche segnare. Preso, seguito, segnato.

    All'FK Altina impara come stare al mondo, non solo quello calcistico. Ci rimane negli anni della crescita, fino a quando le sue potenzialità non sono più possibilità: sono realtà. Notate dall'Omladinski fudbalski klub Beograd, altra squadra cittadina che prova a far suoi i migliori talenti non selezionati né dalla Stella Rossa, né dal Partizan. Vlahovic è uno di questi, ma con la casacca biancoblu ci rimarrà poco. L'unico obiettivo, lo stesso che convidivide papà Milos è quello di trasferirsi nel primo bianconero della sua vita. Al Partizan.

    "Mi sono trasferito all'OFK Beograd, dove sono rimasto solo per pochi mesi" ricorda Vlahovic. "Poi un giorno mio padre mi ha chiamato al telefono e mi ha detto che era arrivato un invito dal mio amato club. La mia felicità non è finita quando mi ha invitato mio zio Mića Radović, che mi ha portato al Partizan. Lo ringrazio per questa opportunità. Ricordo che quel giorno ero vicino allo stadio, dove stavo passeggiando con amici della zona. Ad un certo punto il mio telefono squilla, mio padre mi stava chiamando. All'inizio non ho risposto, così mi ha mandato un messaggio: "Figlio, andiamo al Partizan!". Sono corso subito a casa ad abbracciare mio padre. Esco in strada: la mia felicità non aveva fine, dicevo a tutti che sarei andato al Partizan".

    Nel 2014 la maggiore età non è proprio dietro l'angolo: ancora quattro anni. L'adolescenza e la vita da adulto si mischiano però rapidamente quando Milos, Mica e Dusan si ritrovano al Partizan per la firma di Dusan, capace di entrare in un settore giovanile d'elite, uno dei due più importanti cittadini e ovviamente del paese. Praticamente tutta la nazione si divide tra uno o l'altro, nel caos del Marakànà.

    L'amore per il Partizan c'è sempre stato, da quanto ricordano Vlahovic e famiglia. Amava soprattutto quel ragazzone con i capelli alla Brian May e i denti alla Freddie Mercury, un particolare mix di talento calcistico e non musicale: Steven Jovetic.

    "Mi regalarono la maglia del Partizan, usai lo scontrino per ritagliare dei pezzi di carta e fare un 35, il numero di Stevan Jovetic, il mio preferito quando andavo allo stadio" confessa Jovetic a 'DAZN'. Le foto del passato, le esultanze, i ricordi: tutto porta verso i Parni valjak, nell'eterna rivalità contro la Stella Rossa. Gli opposti di Belgrado, sin dalla nascita: prolunghe dell'esercito, della politica, scorie della Seconda Guerra Mondiale. Pochi giocatori hanno avuto modo di giocare per entrambe. Vlahovic? Verrebbe da dire di no, con un asterisco sottolineato più volte.

    Prima di diventare a tutti gli effetti bianconero Partizan, fu anche biancorosso per qualche minuto. Si trattava del Torneo dell'Amicizia, in cui Vlahovic giocò contro la Dinamo Zagabria in maglia Stella Rossa, segnando la rete dell'1-1, prima della sconfitta ai rigori. Goal, ma sconfitta? Provino negativo. Non fa niente Dusan, tanto desideravi già venire da noi, giusto? Esatto: il trasferimento avviene nel 2014, con primo contratto da professionista qualche mese dopo, ad appena 15 anni.

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  • I RECORD AL PARTIZAN

    Da qui in avanti, la realtà va di pari passo con l'idea di Vlahovic. Un ragazzo che ha sempre pensato di giocare a calcio, per i più strafottente, ma semplicemente e genuinamente sicuro di sè. Velocità, tecnica, sportellate, reti. Quando ha 16 anni l'ex romanista Tomic, suo allenatore al Partizan, non crede ai suoi occhi. Sembra una presa in giro, uno di quelli scherzi in cui una leggenda viene fatta passare da giovanissimo (o vecchio) per uno spot. Ivan, è tutto vero. Dusan è già pronto per il calcio, per i ragazzi con dieci anni di carriera, le spalle larghe e il piede caldo. Mezzo martello e mezzo ferro da stiro sulle gambe.

    Nel 2016 ha la possibilità di allenarsi insieme ai colleghi d'attacco più grandi come Valery Božinov e Abubakar Oumaru. Lo chiamano macchina del goal, per la quantità impressionante di reti segnate nel primo anno di Partizan, ma anche in virtù dei racconti cittadini che cominciano a circondarlo ogni giorno di più. A inizio anno il Partizan si trova a Cipro per la preparazione che porta al ritorno del campionato, in cui Vlahovic impara tutte le tecniche per avere la meglio nei momenti più duri, e non solo in quelli in cui va oltre l'età. Serve, come ovvio, mettere legno e provviste per l'inverno dei difensori più duri, e non solo quelli relativamente 'facili da superare'. La paura, però, non esiste. Minimamente.

    "Non aveva neanche sedici anni, eppure aveva già la testa di un big" ricorda Bojinov. "Era matto, ma matto vero: mi diceva 'io divento il più forte di tutti, sono il nuovo Ibrahimovic di Belgrado, della Serbia. Giocherò nelle squadre più forti'. Mi piaceva questa sua arroganza, pensavo già allora che sarebbe diventato un giocatore forte".

    Matto sembra esserlo anche Tomic, quando decide di spedire Vlahovic in campo il 21 febbraio 2016, guarda caso contro quell'OFK Belgrado in cui venne pescato. Venti minuti nel finale al posto di Ismael Fofana per diventare il più giovane esordiente nella storia del Partizan. Del Partizan, eh. A 16 anni e 24 giorni, ad una settimana dal 150esimo Derby Eterno contro la Stella Rossa. Dopo quel primo match, sugli spalti c'è qualcuno che scherza sul fatto di un possibile inserimento anche contro i rivali cittadini. Risate. Siamo seri, sarebbe un sacrilegio rischiare così, dicono. Per fortuna.

    Tomic è serio. Ha un ragazzo in cui vede caos calmo, semplicità nei movimenti e nelle conclusioni, terrificante pericolo per gli avversari. Sì, Vlahovic gioca anche contro la Stella Rossa, nuovamente da subentrato. Stavolta al posto dell'amico e maestro Bojinov. La squadra è sotto di una rete: stavolta praticamente un tempo, tra lo stupore rumoroso del Maracànà. Vla-chi? Non siamo all'interno di una storia in cui l'eroe entra, segna dieci reti e fa la storia in tal senso. La fa diversamente, con nuova precocità: nessuno prima di lui aveva giocato a 16 anni e un mese il match più importante dell'anno. Neanche Luka Jovic, vecchio detentore del titolo e sostituto a Firenze dopo la sua partenza. Magia.

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  • MEDICINA ADDIO

    La prima rete da professionista non è certo lontana nel tempo. Solo questione di partite, del giusto momento. Quello che si verifica il 2 aprile contro il Radnik, trasformandolo nel più giovane marcatore nella storia del Partizan a 16 anni, 2 mesi e 5 giorni. Sbloccatosi mentalmente, oltre la sfera della gioventù, consapevole di essere veramente terribile e non solo nella propria mente, si ripete anche in Coppa contro lo Spartak, per un totale di tre reti in 18 gare. Tradotto, nella seconda parte di stagione, Tomic non rinuncerà più a lui, come titolare o subentrato.

    Vlahovic si guadagna rapidamente la chiamata nell'Under 19 della Serbia, nonostante i 16 anni nella carta d'identità. L'Under 15 e l'Under 16 sono già troppo strette per il ragazzo, confermato con la prima squadra anche nella stagione successiva, quella in cui comincerà ad attirare a sè le più svariate squadre europee, nord, sud, est, ovest. A dicembre ha anche il primo contatto con l'Italia, nell'amichevole di categoria a San Benedetto del Tronto terminata 0-0.

    Avvicinato da agenti interessati e direttori sportivi ammaliati, Vlahovic si trasferirà in Italia, sponda Fiorentina, due anni dopo. In mezzo i dubbi opposti alla sicurezza. I primi, della madre, per nulla sicura della vita scelta dal figlio: in Serbia i record possono essere fuggevoli. Per questo insiste per far studiare al figlio medicina: famiglia medio-borghese, madre dentista. Si iscrive all'università per un breve periodo, prima dell'impossibilità di continuare causa trasferte continue. Dall'altra parte, del resto, il padre è felice: è convinto che il figlio possa andare oltre l'essere solo quel ragazzo dal record giovanile, una nomea che nei decenni ha spezzato più carriere di quante ne abbia lanciato.

    "Il mio percorso verso la cima è stato spinoso. Non era tutto latte e miele. Oggi sto lavorando sodo, non solo per farmi sentire bene, ma per far sentire la mia famiglia molto meglio oggi rispetto a prima. Voglio che, quando un giorno smetterò di giocare a calcio, la gente ricordi il mio nome e dica: "Vlahović era un buon giocatore".

    Per ora, più che un buon giocatore. Capace di districarsi nel caos creato da altri, per renderlo suo e usarlo contro gli avversari. Abilità fuori dal comune.