
Quella del 2004 è stata una delle estati più calde e drammatiche dell’intera storia della Lazio. A quattro anni dalla conquista del suo secondo storico Scudetto, la società biancoceleste si riscopre costretta a fare i conti con un quadro economico così disarmante da far pensare al peggio.
Uno dopo l’altro salutano la squadra alcuni tra i migliori giocatori della rosa, campioni che contribuirono a formare la spina dorsale di un gruppo capace, nei mesi precedenti, di mettere in bacheca una Coppa Italia. Stam se ne va al Milan, Fiore e Corradi scelgono la Spagna ed il Valencia, mentre Mihajlovic e Favalli decidono di seguire il tecnico Roberto Mancini all’Inter.
Il monte ingaggi viene dunque abbassato di molto, ma non basta ancora. Lo spettro del fallimento è ancora lì dietro l’angolo e a scongiurarlo sarà Claudio Lotito che, nell’annunciare l’acquisizione del club, pronuncerà parole che poi resteranno scolpite nella storia dei biancocelesti.
“Ho preso la Lazio al funerale, ho fermato il funerale, e ho portato la società in condizione di coma ancora irreversibile, spero di riuscire a renderlo reversibile, ma non è un compito semplice”.
Il nuovo presidente della Lazio sceglie quindi la strada della sincerità. Alla piazza spiega punto per punto qual è la situazione e conferma che è impossibile pensare ad una compagine da zone alte di classifica. Ad attendere tutti ci sono quindi delle annate di transizione, ma almeno il peggio è scongiurato.
La Lazio resta in vita e in Serie A, ma intanto la rosa da mettere a disposizione di un tecnico che non è stato ancora individuato (la scelta ricadrà poi, anche su richiesta dei giocatori, su Mimmo Caso), è povera e va assolutamente rafforzata. A ciò va aggiunto che non sono consentiti grandi sforzi a livello di ingaggi e quindi, alcuni tra coloro che vogliono restare, sono chiamati ad un sacrificio.
La rifondazione parte da Peruzzi, Oddo, Zauri, Negro, Couto, Cesar, Dabo, Liverani, Giannichedda e Simone Inzaghi. A loro, che hanno deciso di non lasciare la Lazio si unisce anche Paolo Di Canio che, a trentasei primavere, saluta la Premier League rinunciando a diversi milioni di sterline, per tornare a vestire, quattordici anni dopo, i colori del suo cuore. Un’intelaiatura della squadra che affronterà la stagione 2004/2005 c’è, ma non può bastare.
Quando si arriva al 31 agosto 2004, la Lazio ha ancora una rosa non all’altezza dal punto di vista numerico, ma quella che è appena iniziata è una giornata che si rivelerà incredibile. Nel giro di meno di 24 ore saranno ben nove i nuovi elementi messi sotto contratto: Braian Robert, Esteban Gonzalez, Miguel Mea Vitali, Anthony Seric, Leonardo José Talamonti, Antonio ed Emanuele Filippini, Sebastiano Siviglia e Tommaso Rocchi.
Molti tra essi non lasceranno traccia in biancoceleste, ma per l’ultimo della lista non sarà così: vestirà la maglia della Lazio per quasi nove anni , ne diventerà il capitano e l’uomo di punta, oltre che uno dei migliori marcatori dell’intera storia del club.
Quella che porta Rocchi nella capitale è un’operazione low cost, così come lo furono tutte quelle concluse quell’estate. La metà del suo cartellino costerà 1,3 milioni di euro, una cifra comunque elevata per la linea allora proposta da Lotito, mentre il giocatore sottoscriverà un contratto da circa 300 mila euro a stagione.
L’ingaggio percepito non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello dei migliori attaccanti della Serie A, ma a 27 anni la Lazio rappresenta la prima vera grande occasione per cambiare l’intero volto di una carriera e quando è così tutto passa in secondo piano.
“Adesso posso dire di aver compiuto il mio definitivo salto di qualità. Sono contento, la Lazio è la società che mi ha dimostrato di volermi più di tutte le altre. Ci sono state delle vicissitudini negli ultimi tempi, ma Roma rappresenta comunque una grande piazza ed ora potrò giocare in Europa”.
GettyQuella che ha dovuto prendere Rocchi per compiere il grande salto, è stata una rincorsa lunghissima. Eppure, la grande occasione di approdare in un club prestigioso gli si era presentata quando era ancora un ragazzo. Cresciuto calcisticamente nella sua Venezia e nel Venezia, a 16 anni ebbe la forza di rinunciare ad un quadriennale propostogli dall’allora presidente del club lagunare, Maurizio Zamparini, per trasferirsi nel settore giovanile della Juventus.
Prima due anni con l’Under 16 e poi altri due in Primavera, il tempo necessario per vincere tanto (un Campionato Primavera, un Torneo di Viareggio ed una Coppa Italia Primavera) e per guadagnarsi la possibilità di entrare nel gruppo della prima squadra. Fa parte anche lui della rosa di quella Juve che nella stagione 1995/1996 vincerà la Champions League e il suo numero sulle spalle è il 17, ma l’occasione per esordire tra i grandi non l’avrà mai.
Intanto ha avuto modo di vedere da vicino come si muovono i Vialli, i Ravanelli, i Del Piero ma, proprio nel momento in cui si trova a sfiorare la possibilità di scendere in campo con i migliori d’Europa, si riscoprirà chiamato ad intraprendere un lungo viaggio che lo porterà prima lontanissimo e poi finalmente su quei palcoscenici che aveva avuto lì a portata di mano.
Ripartirà dalla Pro Patria e la C2, poi Fermana, Saronno e Como in C1, il Treviso in Serie B e poi l’Empoli, con il quale si guadagnerà la promozione in Serie A nel 2002.
“Quella di Empoli è stata un’esperienza che mi ha formato ed è stato grazie ad essa che sono arrivato su palcoscenici importanti. E’ quella una società che da sempre valorizza i giovani ed ho avuto la possibilità di esprimermi senza pressioni”.
In una squadra nella quale condivide un posto in attacco con giocatori come Maccarone e Di Natale, Rocchi si esalta e nel gennaio del 2004 vivrà la settimana che cambierà tutto, quella che lo spingerà verso lo step successivo: segna prima contro l’Inter a San Siro regalando al suo Empoli un successo storico e poi realizzerà contro la Juventus una tripletta in un incredibile 3-3.
Quello che arriva dunque alla Lazio è un giocatore nel pieno della sua maturità calcistica. Un attaccante completo, capace di spaziare su tutto il fronte offensivo, di aiutare la squadra anche in fase di non possesso e di segnare anche e soprattutto nelle partite che contano. Trova in Di Canio molto più di un semplice compagno di reparto, trova un laziale doc che lo catapulta nella lazialità e che gli parla in continuazione delle sfide con la Roma. Il feeling che si viene a creare dentro e fuori dal campo è straordinario ed entrambi troveranno la via delle rete nel derby del 6 gennaio 2005. Finisce 3-1 per i biancocelesti, Rocchi segna alla sua prima stracittadina ed il popolo laziale in una sola notte spazza via la rabbia e l’angoscia di mesi vissuti sull’orlo del baratro.
La sua prima stagione nella capitale si chiuderà con un bottino di 17 reti in 41 partite, quelle necessarie per entrare nel cuore dei suoi tifosi.
GettyNelle annate successive i numeri andranno a migliorare e con Goran Pandev andrà a comporre un duo d’attacco che oggi è ricordato come uno dei più belli e meglio assortiti della storia recente della Lazio.
“Eravamo una bella coppia perché eravamo completi - ha ricordato a ‘Teleroma 56’ - Riuscivamo a integrarci benissimo anche nella fase di non possesso. Delio Rossi ci chiedeva determinate cose e noi cercavamo di farle”.
La Lazio intanto, con netto anticipo rispetto ai piani immaginati da molti, torna nel gruppo delle grandi della Serie A e con il migliorare dei risultati arriveranno anche l’esordio in Champions League ed i trofei messi in bacheca.
In biancoceleste vincerà da capitano la Coppa Italia nel 2009 e pochi mesi dopo anche la Supercoppa Italiana a Pechino contro quell’Inter di Mourinho che di lì a poco avrebbe completato il Triplete, segnando tra l’altro la rete decisiva nel 2-1 finale.
“Quella rete resterà indelebile nella storia - ha raccontato a ‘Lazio Style Radio’ - La ricorderò per sempre. Giocammo una partita attenta e riuscimmo a piazzare il colpo al momento giusto. La loro era una squadra impressionante che in quella stagione vinse tutto. Tutto tranne la Supercoppa”.
Tre anni e mezzo dopo, in campionato e contro il Milan, Rocchi segnerà il suo ultimo goal con la maglia della Lazio. La sua è una rete importante, è quella che consente ai biancocelesti di battere i rossoneri dopo quattordici anni e di portarsi ad appena tre marcature da un altro mito biancoceleste: Bruno Giordano.
Non lo raggiungerà mai, ma quando nel gennaio del 2013 lascerà la Lazio, i 105 goal messi a segno in 293 presenze gli varranno il sesto posto assoluto nella classifica dei migliori realizzatori di sempre del club capitolino.
Davanti a lui solo Immobile, Piola, Signori, Chinaglia e appunto Giordano. Come dire il meglio della storia della Lazio.
E’ lì che va collocato Rocchi, tra i più forti biancocelesti di ogni tempo. Chiuderà la sua carriera dopo aver vestito le maglie di Inter, Padova ed Heladas e Tatabanya in Ungheria, ma il suo nome sarà per sempre legato a quello della Lazio.
Decisamente niente male per un giocatore che era arrivato in biancoceleste a ventisette anni e insieme ad altri otto in una frenetica ultima giornata di mercato.


