La carriera da allenatore di Cesare Prandelli è stata un'avventura particolare, di alti e bassi, di piazze che lo hanno amato e città in cui non è riuscito a ottenere i risultati che lì lo avevano portato.
Oggi, venticinque anni dopo l'inizio della sua avventura, al Lecce, stagione 1997-1998, Cesare Prandelli ha annunciato il suo ritiro.
Nel corso di un intervento a Radio Anch'Io Sport, su Radio 1, il tecnico di Orzinuovi, 65 anni compiuti ad agosto, ha usato parole equilibrate per comunicare che non intende continuare ad allenare:
"La passione rimane, una grande passione. Sto molto bene, tutto il resto passa".
Anni lunghi, città che lo hanno valorizzato, come Firenze, la "sua" Firenze, dove ha saputo plasmare una squadra forte, capace di vincere a Liverpool in Champions, eliminata solo da un arbitraggio discutibile di Martin Ovrebo contro il Bayern Monaco.
Poi, la grande occasione, dopo la seconda esperienza di Marcello Lippi e il fallimento dei mondiali del 2010: la panchina azzurra.
Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che quell'Italia sarebbe arrivata a un passo dalla gloria eterna, giocando la finale di Euro 2012.
La Spagna, quella Spagna, era troppo forte per un'Italia in costruzione, ma Euro 2012 rimane un'esperienza particolare per il movimento azzurro, tra un mondiale fallimentare e un altro, quello del 2014, che segnerà la fine dell'esperienza di Prandelli in nazionale.
Da lì in poi, difficile rivedere le luci della vera ribalta calcistica: Galatasaray, Valencia, Al-Nasr, Genoa e poi il ritorno alla Fiorentina. Pochi risultati, tanti esoneri, la pandemia nel mezzo.
Oggi, a 65 anni, e a due dall'ultima esperienza, Cesare non vuole più tornare su una panchina. Almeno non su una panchina di un campo da calcio:
"Un po’ di richieste arrivano sempre, ma al momento la panchina che sto sognando è quella in un parco con i miei nipotini per godermi la vita con loro. Basta allenare".
