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Emre Belozoglu Inter nostalgiagettyimages

Politici, allenatori, imprenditori e lui: Emre, l'ultimo presente il 5 maggio a ritirarsi

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Troppo facile tirare fuori quella frase, diventata canzone e slogan. Ma che ne sanno i 2000? Ed essendo troppo facile, la tiriamo fuori. Perchè che ne sanno ad esempio del FIFA 100? Nel senso del videogioco tra ottant'anni? Sì, probabile possa arrivarci e definirsi così ma non prendiamoci in giro, la maggior parte di noi non sarà lì a giocarci tra ottant'anni. No, dai, torniamo al succo del discorso. Niente EA Sports, Pelè. La sua lista dei migliori cento calciatori viventi, in realtà 125 nomi (123 uomini e due donne). Tra questi, anche Emre Belozoglu.

Un figlio di Istanbul, di una Turchia anni '80 sulla scia della modernità ma ancora legata al passato. Emre, perfetta sintesi. Era il Maradona del Bosforo, ma fu solo del Bosforo senza essere Maradona. Si fermò a metà come quel decennio nella Türkiye Cumhuriyeti. Uno dei tanti, ma tanti (ma proprio tanti) stranieri transitati all'Inter all'inizio del nuovo millennio. Molti erano fenomeni come lui, molti eranno anni luce distanti da lui. In negativo.

Fino all'annuncio del ritiro proprio nel giorno di ferragosto, era rimasto solo lui di quel triste ricordo, di cui forse i 2000 non sanno per filo e per segno. Non l'hanno vissuto, ma l'hanno conosciuto. Era il 5 maggio e i sogni dell'Inter si sciolsero come neve al sole. Poborsky, Simeone, Gresko, Del Piero. Tutti protagonisti al contrario di Emre, che giocò poco in quell'annata prima di farsi apprezzare qualche mese dopo. Classe, qualità, particolarità. Sregolatezza non estrema, ma indecisione su chi essere.

Giocava con i guanti, per colpa del freddo. Giocava a maniche corte allo stesso tempo, per colpa del caldo che sentiva. Voleva esplodere, voleva sfondare, non ci riuscì negli anni successivi al 5 maggio, girando per l'Inghilterra, la Spagna, la sua amata Turchia. Dove sì, ancora giocava fino alla scorsa stagione. L'ultima, col suo Fenerbahce, prima di smettere. Il 5 maggio non aveva 16 anni, aveva già dimostrato di essere qualcuno. Altrimenti Pelè, e non Aristoteles, non lo avrebbe mai messo su un piedistallo.

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Arriva all'Inter dopo cinque anni di Galatasaray in silenzio, non convince Cuper, serio, ferreo. La prima annata culmina nel 5 maggio, non ha neanche il tempo di annegare nelle lacrime di Ronaldo perchè quella realtà interista la sta vivendo da poco. Eppure ora, diciotto anni dopo (18!), quando il 5 maggio diventa maggiorenne e supera ciò che i 2000 non sanno, ha un legame particolare con quel giorno. Perchè è stato l'ultimo di quel gruppo ad appendere gli scarpini al chiodo. Quasi come a chiudere un cerchio.

Ha 39 anni, giocava nel Fenerbahce e la storia è sempre la stessa. Osservi la gara dal vivo, sulla Playstation. Vedi gli highlights e quel centrocampista sulla Xbox che ha il nome di Emre Can senza il Can e ti domandi, tra nostalgia, consapevolezza e curiosità. Ma quell'Emre? Quello che giocava nell'Inter? Non è possibile, all'epoca giocavo con le biglie, le figurine, gli amici al parco. Ora penso a tasse, figli, futuro. E' passato un secolo, non è lui. Sì, è lui.

Era l'ultimo sopravvissuto di una guerra interiore, tra depressione e realtà dei fatti. Che sì è esistita, ma che migliaia di persone cercano di dimenticare. Troppo doloroso. I tifosi, i singoli. Da allora sono nati presidenti da quella rosa. Allenatori, politici, opinionisti. C'è chi ha investito tanto e chi si è ritirato a vita privata, chi ha provato quasi a cambiare cognome perchè quando le sei lettere del tuo cognome compongono la parola G-R-E-S-K-O allora sono guai.

Lui no Emre, troppo poco interista all'epoca per essere simbolo del 5 maggio, troppo poco impegnato per essere colpevole o vittima degli eventi. Ha raccolto meno di quanto seminava il suo talento, in un terreno fertile ma non abbastanza curato. Il 5 maggio è diventato maggiorenne, lui giocava ancora. Ripensandoci.

Quel giorno però è lontano, dispiacere certo, ma non a quel livello. In una scala che va dal 18enne della primavera a Ronaldo, lui si colloca in basso. Lui lo sa cosa è successo, se lo porta dentro ma ne soffre poco, rispetto ad altri. E fino a pochi giorni fa era ancora lì a convivere il pallone, unica medicina per eliminare la calcistica tristezza.

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