"Per me sarà per sempre una leggenda del Liverpool e uno dei giocatori più importanti che abbia mai allenato".
Lo scorso 20 maggio, Jürgen Klopp si è lasciato andare. Come spesso gli capita, peraltro, al momento di chiacchierare con dei giornalisti in una sala stampa. Perché il tedesco è così, con quegli occhiali e quel sorriso quasi perennemente stampato in volto. Solo che quella volta non parlava di Momo Salah, né di Virgil van Dijk, né di Sadio Mané: parlava di Divock Origi. Era lui la "leggenda" in questione.
Origi ha ufficialmente lasciato il Liverpool poco più di una settimana fa. Se non sorgeranno intoppi dell'ultim'ora, il suo destino è già scritto: al rosso dei Reds aggiungerà il nero, pronto per entrare a far parte della rosa del Milan campione d'Italia in carica. Per rubare il posto a Giroud? Più realisticamente, per costituire un'opzione credibile nel reparto offensivo di Pioli, bisognoso di una pedina in più dopo l'operazione a cui si è sottoposto Ibrahimovic a fine maggio.
Il problema, pensa qualcuno, è che Origi non è esattamente un finalizzatore nato. Non è, insomma, il classico centravanti indiscutibile da 20 reti a stagione. Non lo era ai tempi del Lille e a maggior ragione non lo è stato a Liverpool, dove inevitabilmente, con quei fior di campioni a fargli compagnia, lo spazio e il minutaggio a disposizione si sono ridotti. In carriera non ha mai superato la doppia cifra in un singolo torneo. Nelle ultime due stagioni, per dire, ha messo a referto 16 presenze totali e 3 reti in Premier League.
Però è lo stesso una leggenda a Liverpool. Parola di Klopp. Che avrebbe potuto semplicemente elogiarlo, tesserne le lodi, oppure non dire nulla. No, ha preferito parlare di lui come di "uno dei giocatori più importanti che abbia mai allenato: potrà sembrare strano visto il poco spazio avuto, ma è stata una gioia pura lavorare con lui". E la meravigliosa tendenza del mondo britannico a omaggiare i grandi del passato, in questo caso, c'entra relativamente.
Il Liverpool e Klopp hanno sempre adorato Origi perché il belga ha una caratteristica in particolare: sa mettere l'aspetto collettivo davanti a quello individuale. Ha accettato il proprio ruolo di comparsa dietro a Firmino, Mané, Salah e poi Minamino, Diogo Jota, Luis Diaz. Non ha mai fatto polemiche. Nemmeno quando i Reds lo hanno spedito in prestito al Wolfsburg, stagione 2017/18. Neppure quando si è dovuto sedere in panchina in pomeriggi, o serate, in cui sperava invece di essere in campo.
“È un giocatore eccezionale e un ragazzo eccezionale - ha detto ancora Klopp - Tutti nella rosa lo adorano: è sempre stato tranquillo e adorabile. Quando se ne andrà davvero, sarà un momento difficile".
Ecco: tranquillità interiore non fa rima con menefreghismo. C'è chi in panchina ammuffisce e quand'è chiamato in causa non sa farsi trovare pronto. Origi no: lui le occasioni le ha sfruttate, eccome. Nei derby contro l'Everton, ad esempio, nei quali è spesso e volentieri andato a segno. Oppure proprio contro il Milan, lo scorso dicembre. Ma è la Champions League del 2019 ad avere il suo timbro stampato a chiare lettere. In quell'edizione il futuro rossonero ha segnato appena 3 volte, ma sono stati centri dalla pesantezza inenarrabile: due nella leggendaria semifinale di ritorno contro il Barcellona, un altro per chiudere i conti nella finale tutta inglese contro il Tottenham.

È stato il momento più alto della storia di Origi con il Liverpool. I Reds lo hanno prelevato molto giovane dal Lille nell'estate del 2015: estate complicata, segnata dall'addio di Luis Suarez in direzione Barcellona. I Reds hanno pescato nel mazzo, portando nel Merseyside anche Mario Balotelli, Ricky Lambert, il gioiello perduto Lazar Markovic. Nessuno di loro è diventato leggenda. Nessuno di loro ha nemmeno lasciato un segno tangibile del proprio passaggio. Origi sì. A modo suo.
Ecco su chi ha deciso di puntare il Milan: su un uomo-gruppo, apparentemente timido, certamente mai ingombrante. Uno di quei personaggi che magari non ruberanno l'occhio, ma che agli allenatori piacciono sempre. In attesa, chissà, di diventare leggenda anche a San Siro.




