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Il calcio piange Pierluigi Frosio: da ciclista e lattoniere a capitano del Perugia dei Miracoli

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E' facile dire che il calcio di Pierluigi Frosio, scomparso il 20 febbraio 2022 all'età di 73 anni, non esiste più. Una semplificazione spesso usata per descrivere il pallone degli anni '70, ruvido, meno standardizzato. Aperto a storie e racconti epici che nell'attuale mondo, non solo quello sportivo, rappresentano il lumicino della particolarità. Dell'eccezione che conferma la regola. Un decennio di gavetta, ma non solo quella professionalmente calcistica, ma anche quella della vita, del lavoro e delle passioni. Un mix che porta un giovane ragazzo brianzolo come Pierluigi a lavorare, divertirsi, sudare per vivere e giocare.

Frosio sarà sempre per tutti il capitano del Perugia dei miracoli, quello di rosso vestito e bianco avvolto, capace di vincere la Serie B e conquistare i cuori oltre la terra umbra, dal Nord al Sud. Una squadra che oggi verrebbe definita Cenerentola e allora, con somma soddisfazione di chi ne era protagonista, al suo interno, si divertiva a stupire, a sorprendere avversari e ovviamente sé stessi.

Sulla panchina era presente Ilario Castagner, tornato in sella anche decenni dopo. In attacco timbrava Walter Speggiorin, a centrocampo brillava Salvatore Bagni. In difesa, guidava Frosio. Definirlo simbolo del Perugia sarebbe riduttivo: era il Perugia e lo sarà negli annali. Negli almanacchi cartacei e nei racconti del web, rappresenterà la strada da cui partire per conoscere il Grifone e quella a cui accedere per gli ultimi dettagli della storia biancorossa.

A Perugia, Frosio ci approderà a 26 anni, dopo aver militato in Serie D con la maglia del Pro Sesto, in C con quella di Legnano e Rovereto e dunque in B e A con quella del Cesena. Il 1974 lo porterà in Umbria, scelto nuovamente la cadetteria come difensore di sicuro affidamento. Quattro, cinque, venticinque polmoni preparati quando Pierluigi era adolescente, tra sudore e scalate. Prima di entrare nel mondo del calcio, infatti, è un promettente ciclista. La mattina guadagna qualche lira come lattoniere in Brianza, piegandosi sulla lamiera e la sua lavorazione della stessa. Più tardi, in serata, sfreccia su due ruote.

DA LATTONIERE E CICLISTA A CALCIATORE

Vuole correre in bici, ma una visita medica porta all'amara verità: un soffio al cuore non permette a Frosio di continuare a sforzare il suo animo giovanile. Lo sport. Ama lo sport, qualcosa si può comunque fare:

"Non mi restava che andare a tirare qualche calcio al pallone con i miei amici. Per caso un giorno incontrai Giancarlo Besana, giornalista del Corriere della sera che mi disse: "Tu giochi a calcio, perché non vieni a giocare con noi?” Ancora oggi devo ammettere che se non ci fosse stato lui non sarei mai tornato a giocare e avrei continuato a fare il lattoniere".

Sono le confessioni di Frosio a 'viewpoint', su come la carriera calcistica sia effettivamente nata per caso, inizialmente come piano B nemmeno programmato. Approda alla Gerardiana, una piccola squadra di Monza:

"Quasi per sfida. Un giorno durante un amichevole era prevista una selezione per individuare giovani talenti. I candidati erano due ragazzi che si presentavano come favoriti, ma a fine partita l’anziano direttore sportivo della società entrò negli spogliatoi chiedendo chi era il ragazzo con il n 4. Non avrei mai pensato che avrebbero scelto proprio me. Ero sceso dalla bici quasi per gioco ed in poco tempo mi trovai ad indossare la maglia di una squadra di serie B. Feci due anni con il Legnano e due con il Rovereto in serie C, poi fui preso dal Cesena in serie B e la sorte volle che li incontrai un certo Ramaccioni che da arguto conoscitore del mondo calcistico mi dirottò dritto, dritto nelle mani di Castagner, giovane allenatore emergente e modernista appena approdato al Perugia".

Il Perugia non ha mai giocato in Serie A. E' una squadra che ha lottato per anni tra seconda e terza serie, ma che già negli anni '30 è riuscita ad essere in B. I '60 e '70 sono i decenni di conferma, una squadra capace di far familiarizzare i lettori delle cronache sportive nazionali. Invitato in città dal comune per una svolta, Franco D'Attoma, imprenditore pugliese, decise che sì, quella società poteva avere un futuro. Non mediocre, in cadetteria, ma sognante. Ramaccioni direttore sportivo, Castagner in panchina, investimenti oculati, mix di modernità e trucchi del mestiere.

IL PERUGIA DEI MIRACOLI

Le tessere del puzzle si incastrano magicamente sotto il leone e il grifone. Castagner è il più giovane tecnico e porta in squadra una ventata di freschezza. Rivoluzione, specchio degli anni in cui sta crescendo, di poco over 30. Il Perugia è partito con l'intenzione di divertirsi e stupire nel lungo periodo, ma all'opposto della difficile permanenza in B, nella primavera del 1975 arriverà la promozione in A, la prima della storia:

"Al di la delle definizioni tecniche ci sentivamo tutti forti, alti e piazzati, non temevamo nessuno perché eravamo affiatati in campo e fuori. Per tanti anni siamo rimasti sempre gli stessi giocatori; ci cimentavano con grande compattezza e semplicità. Eravamo legati da un grande rapporto umano e questa è stata la carta che spesso a messo in difficoltà le grandi squadre".

Frosio è il leader che non sapeva di essere tale, prima di diventarlo. Il suo passato da corridore e lavoratore operaio, lo porteranno ad ergersi come statua. Un libero, ruolo che Castagner avrà l'intuizione di disegnarli sopra, invece del vecchio stopper a cui sarà abituato. Il mister vede in lui il piglio del leader e lui, Pierluigi, si rivelerà esserlo.

Non solo il Perugia del 1974/1975 ottiene la promozione, ma vince il campionato davanti al Como e la favorita Verona. Il pubblico perugino è estasiato e i lettori di tutta Italia vorrebbero essere loro. Ne vogliono un pezzetto. Ne vorranno sempre più.

Se la Serie B è una sorpresa, le annate di Serie A saranno sorprendenti. Il Perugia non rischierà mai di retrocedere, arrivando in maniera continua nelle posizioni di testa, allargando la propria rosa a giocatori sempre più utili al progetto. Piccoli accorgimenti, grandi risultati. Guida l'azione e la difesa con la fascia di capitano, Frosio. Si siede a capotavola, si alza per essere il capo.

Un capo che nel 1978 sfiorerà lo Scudetto. Secondo alle spalle del Milan, chi l'avrebbe mai detto? Forse patro n D'Attoma, ma non i suoi ragazzi. Che hanno sempre e solo voluto giocare a calcio, senza accorgersi che sotto la guida di Castagner avrebbero effettivamente potuto andare oltre la domenica sportiva:

"Pur essendo diventati dei protagonisti, giravamo per la città come persone normali, ci fermavamo a parlare con la gente, si commentava, si dialogava e ci si aiutava anche nei momenti di difficoltà. In realtà eravamo rimasti sempre 11 ragazzi che giocavano a calcio per passione".

Ai media piacciono quei ragazzi, ai tifosi pure. E' la storia del Perugia dei miracoli che dovrà però affrontare la terribile disgrazia del 30 ottobre 1977, della morte di Renato Curi. Un evento che cementerà ancor più il gruppo, capace di chiudere il campionato da imbattuta, ma comunque seconda per alcuni dettagli non andati per il verso giusto. Tra questi l'infortunio di Frosio, fermato ad aprile e out per il resto delle gare.

Il punto più alto della carriera di Frosio e del Perugia, che da lì comincerà ad essere sovrastata dalla potenza delle grandi, del loro essere sempre e comunque in grado di restare ad alti livelli. Il capitano rimarrà sulla nave, verso gli abissi della Serie B nel 1981, da qui per lungo tempo non riuscirà ad alzarsi.

TECNICO: PERUGIA E NON

Frosio non chiuderà la sua carriera a Perugia, ma sceglierà Rimini e il giovane tecnico Arrigo Sacchi per l'ultima annata da professionista a 37 anni. Distolto lo sguardo per un attimo, però, il cittadino perugino ritroverà Pierluigi per le strade poche settimane dopo. Amante della bici ma ormai gravitante attorno al mondo del calcio, tornerà subito in società per guidare le giovanili del Grifone e dunque la prima squadra per un paio di giornate a fine anni '80.

Allievo di Castagner e del suo calcio moderno, con pizzichi di Rinus Michels olandesi qua e là, non arriverà ad emergere nel grande calcio delle panchine, eccezion fatta per l'esperienza all'Atalanta nella massima serie (1990). Rimarrà a far crescere i giovani, come altri fecero con lui, vincendo in C1 e C2, tornando nella sua Monza (dove avrà modo di allenare anche un futuro big del calcio mondiale come Patrice Evra) e scoprendo nuove città come Novara e Ravenna.

A 58 anni, il Lecco, l'ultima esperienza per sedersi su una sedia e non più su una panchina, quella da opinionista tv in diverse emittenti locali, perugine e non.

Dopo Renato Curi e Paolo Rossi, un altro pezzo del Perugia anni '70 che se ne va. Ricordi positivi, sorrisi sul passato e consapevolezza di aver osservato scorrere la storia.

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