Una leggenda del calcio italiano e mondiale, un esempio in campo e fuori: con la maglia del Milan è stato tra i giocatori più vincenti nella storia di questo sport, ma la carriera di Paolo Maldini avrebbe meritato ben altra fortuna con la Nazionale.
Sono 126 le presenze con la maglia azzurra dell'ex capitano rossonero per una storia calcistica dai due volti: pluridecorato con il proprio club, mai vincente con l'Italia. E pensare che nell'arco della sua lunghissima avventura in Nazionale il trionfo è stato tante volte a un solo passo.
Tre Europei e quattro Mondiali in quattordici anni, dal 1988 al 2002: quei maledetti Mondiali che non è mai riuscito a portare a casa, proprio per un soffio. Nel 1990, davanti al pubblico di casa, arriva la prima grande ferita azzurra: l'Argentina di Maradona e Caniggia trionfa in semifinale ai calci di rigore e fa piangere il popolo italiano.
Eh già, quei calci di rigore altrettanto maledetti, che tante volte hanno decretato la fine della cavalcata italiana, togliendo a Maldini e compagni la gioia del trionfo. La storia si ripete quattro anni più tardi negli Stati Uniti, dove la squadra di Sacchi, trascinata da un eroico Roberto Baggio, viene beffata dal Brasile di Romario e Bebeto proprio in finale, ancora dal dischetto, sotto il caldo torrido di Pasadena.
Imago ImagesIl clamoroso tris di sconfitte ai rigori viene completato nel 1998 in Francia sotto la guida di papà Cesare: ai quarti di finale l'Italia viene sconfitta dai padroni di casa, ancora dagli undici metri, con quella celebre traversa colpita da Di Biagio.
La beffa più clamorosa è però datata nell'anno 2000, quando Maldini e compagni vedono sfuggire l'Europeo olandese a pochi secondi dal fischio finale, quando Wiltord gela il nostro paese e manda il match contro la Francia ai supplementari, dove Trezeguet timbra poi il golden goal decisivo.
Getty ImagesLa sfortunata carriera azzurra di capitan Maldini si chiude infine nel peggiore dei modi nel mondiale nippo-coreano del 2002, dove è protagonista della sconfitta ai quarti di finale contro i padroni di casa della Corea del Sud. L'ex perugino Ahn e l'arbitro Byron Moreno spengono i sogni italiani, lasciando impressa nella mente di tutti l'immagine finale del numero 3 azzurro in lacrime.
Getty ImagesUna ferita troppo grande, l'ennesima beffa di una storia azzurra agrodolce: Maldini dice basta con la maglia azzurra proprio prima del trionfo del 2006, rifiutando la chiamata di Lippi per la spedizione tedesca.
"In Nazionale ho avuto grandi squadre. Ho perso ai rigori, mentre nel 2006 ai rigori l’Italia ha vinto. Quando nel 2006 Lippi mi chiamò dissi di no per rispetto di Trapattoni", confesserà tanti anni più tardi.
Mai come nel caso di Maldini un giocatore avrebbe meritato ben altra storia in Nazionale: capitano esemplare, campione impeccabile e simbolo di una nazione per 14 lunghi anni. Solo un destino beffardo gli ha tolto la gioia di completare un palmarès che, a quel punto, sarebbe diventato più unico che raro, inimitabile per qualsiasi altro 'comune mortale'.
Un monumento del nostro calcio, una storia invidiabile vissuta sempre ai vertici, tra finali vinte e perse. Emblematica la definizione che lo stesso Maldini dà di sé stesso ripercorrendo le varie delusioni della sua vita calcistica:
"Sono il giocatore più perdente della storia. Ho vinto tantissimo ma ho perso tre finali di Champions, una finale di Supercoppa Europea, tre Intercontinentali, un Mondiale, un Europeo, una semifinale Mondiale. Ho vinto tanto ma ho perso tante finali. Fa parte del gioco e l’ho accettato".
Sconfitte che fanno parte di un gioco spesso crudele, ferite ancora aperte di chi ha saputo spingersi al limite sempre e comunque. Perchè nel calcio, si sa, dolore e gloria sono spesso separate da una sottilissima linea disegnata dal destino: ciò che resta è il ricordo di chi ha saputo onorare la maglia azzurra come pochi, un capitano leggendario, una pietra miliare di questo sport. Paolo Maldini, capitano monumentale.
