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PandevGetty/GOAL

Le vie nerazzurre di Pandev: Viareggio, Triplete e mancato Scudetto 2021

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Si accettano scommesse. Non solo nel 2022, ma ancora per diversi anni, lo stupore sulla realtà delle cose sarà sempre autentico. Ah, Goran Pandev si è ritirato? Longevo di vita calcistica, quasi proveniente dalle Blue Zone mondiali. Presente in tre decenni, da giovane mago apprendista a storico del mestiere. Ha studiato, imparato, sfruttato le sue conoscenze per diventare alla fine maestro. Si è ritirato, alla fine. Sembra strano, ma dopo l'ultima parte di carriera con il Parma, senza squilli e trombe, ha guardato l'ultima volta il campo, lasciandosi alle spalle tutto. In attesa di una nuova avventura, di un nuovo passo. Ha fatto rima con Genoa per la nuova generazione, viene ricordato come asso della Lazio dalla prima. In mezzo, però, quella più vincente. La parte interista. Per uno, per due, per tre capitoli. Anzi, due e mezzo. La terza, recentissima, non si è tradotta in realtà.

Dai, non fate i furbi. Non usate Google. Quanti giocatori macedoni prima dell'apripista Pandev conoscevate? Facile dire Elmas, oggi. E sì, anche Trajkovski, Ristovski e gli autori del sogno spezzato italiano. Prima di Goran, niente. Più che un capolavoro, un capo d'opera, da cui tutto è partito. Ispiratore del movimento, arrivato a giocare persino gli Europei 2021, ispirato da creare una propria accademia in patria che porta il suo nome, il Fudbalski Klub Akademija Pandev. Gioca a Strumica, la città in cui l'Inter si recò per chiudere gli ultimi dettagli di trasferimento nel 2001. Giocava nel Belasica, baricentro basso, veloce, tecnico. Aveva 18 anni, finiva nel calderone di un'epoca nerazzurra fatta di rastrellamenti poco fortunati tra i giovani. Il tempo scorreva troppo veloce dietro Milan, Juventus, Roma, Lazio, Fiorentina e Parma per poterli aspettare.

Quella parola, predestinato, viene utilizzata talmente spesso da portare alla nausea. Non la useremo. Meglio definire il mondo del giovane Pandev in un altro modo: un ragazzo che giorno dopo giorno sarebbe potuto cadere nella consapevolezza di essere forte, senza più lavorare. Testa sulle spalle, invece, a 16 anni. A Strumica, con il Belasica, gioca titolare e il carattere, unito allo status di talento precoce, fa gola a tanti in giro per l'Europa. Quando l'Inter mette sul piatto 250.000 euro per il ragazzo, il club non può dire di no. Cavoli, si tratta di una cifra estremamente alta per il club e un'opportunità incredibile per il ragazzo, in una delle squadre più note del pianeta.

2001: PANDEV NELLO SPAZIO

Sin da subito, però, sembra chiaro che in prima squadra non ci sarà spazio immediato per Pandev. Verrà girato subito in Serie B per fare esperienza italiana, conoscere la lingua, adattarsi agli usi e costumi. L'alternativa è quella di utilizzarlo solamente nel Campionato Primavera, vista l'età. Ha già esordito in Nazionale, ma è appena diventato maggiorenne. Come l'amico e compagno d'attacco Aco Stojkov, in nerazzurro insieme a Goran. La carriera dell'altro classe 1983 sarà completamente diversa, lontano dall'esaltazione, ma comunque stabilmente nella rappresentativa madre.

Alla fine Pandev rimane effettivamente con l'Inter, alternando le sedute in prima squadra - limitate - a quelle con la Primavera, con cui gioca due delle più grandi vetrine al mondo per i giovani maggiorenni: il Torneo Viareggio e il locale torneo Under 19. Nel gennaio del 2002 la Coppa Carnevale vede brillare atleti di tutto il mondo, dall'italiano Pazzini al nigeriano Obodo, fino al connazionale biancoverde Martins, compagno d'attacco di Pandev. I due si completano. Uno disegna col mancino, l'altro corre sui colori nerazzurri. Insieme a loro anche Stojkov, per cui gli elogi, seppur minori rispetto ai due compagni d'attacco, saranno costanti.

Sarà un'annata da ricordare per il progetto giovanile dell'Inter: sia il Viareggio, sia il Campionato Primavera, vedranno i nerazzurri andare a casa con la medaglia più preziosa. L'inizio di una nuova era, di cui Beppe Baresi, responsabile del settore giovanile nerazzurro, si fa promotore nel febbraio di vent'anni fa:

"Credo che l'aria stia cambiando, ma io posso assicurare che nel mio ruolo farò di tutto per dare spazio e possibilità ai nostri giovani. Almeno 4 o 5 del gruppo del Viareggio possono stare fra i trenta di Cuper. Ma niente nomi".

I nomi non sono difficili da intuire, ma l'unico che diventerà icona, e non solo buon giocatore dall'onesta carriera, sarà Pandev. Gli altri, persi nelle serie minori. Quelli con testa sulle spalle, occasioni migliori e fortuna, riusciranno a farsi un nome, dopo essere rimasti in secondo piano, o comunque considerati meno, nell'annata 2001/2002. Massimo Moratti comincia a pensare che le spese pazze da primo tifoso e innamorato nerazzurro non siano l'unica strada: i due trofei testimoniano che i giovani pescati qua e là possono essere decisamente più redditizi rispetto a chi tra Argentina ed Europa dell'Est ha alle spalle diversi anni di carriera, senza però aver avuto contatti con il calcio italiano.

A secco nella finale del Viareggio, Pandev segnerà invece in quella del Campionato Primavera: invito di Martins, corsa, sinistro e goal, insieme a quello di Oba Oba, che spegneranno le speranze dell'Atalanta di Padoin e Inacio Pià. Per Goran, però, non ci sarà un salto immediato. La delusione del 5 maggio porterà ancor più pressione ai nerazzurri, decisi a puntare ancora su attaccanti d'élite, già rodati, e non su giovani appena sbarcati in Italia. Con l'eccezione: Martins. Imprendibile, è ciò che manca all'attacco. Per qualcuno è come Owen, ma ancor più veloce. L'Inter deve fare una scelta, e in virtù del rapporto di calciomercato con lo Spezia dell'estate 2002, decide di spedire in prestito proprio il macedone, con un'annata in meno d'esperienza italiana rispetto a Oba Oba, sbarcato un anno prima.

Come in ogni vecchia storia del giovane giocatore inserito nel frullatore dei prestiti, neanche Pandev riuscirà ad uscirne incolume. Dopo l'annata di Serie C con lo Spezia, l'esordio in A con l'Ancona e la cessione in comproprietà con la Lazio, da cui l'Inter riceverà Stankovic, futuro compagno di Goran. In un'altra vita, la sua seconda nerazzurra. La prima, da un certo punto di vista, perché come detto, nel 2001/2002 il 18enne non avrà mai modo di giocare al fianco di Ronaldo o Zanetti.

2010: RITORNO AL PASSATO

Per tutto il primo decennio del terzo millennio, Pandev rimarrà lontano dall'Inter. Ex a tutti gli effetti, con una propria carriera d'élite. Alla Lazio, la sua stella comincia realmente ad essere più luminosa della maggior parte dei colleghi. Il suo mancino punirà due volte il Real Madrid, sarà collegamento celeste per una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana. Ha 26 anni, quando i rapporti con Claudio Lotito e la società biancoceleste si rompono, portando la questione contrattuale in tribunale dopo essere finito fuori squadra. Dopo aver vinto, sarà svincolato e libero, nel dicembre 2009, di scegliersi una nuova squadra. L'Inter.

Goran Pandev Inter Milan 2010Getty
"Mi ricordo che ero fuori rosa alla Lazio, abbiamo risolto la causa e mi sono liberato dalla Lazio - ha raccontato Pandev a 'Cronache di spogliatoio' - Dopo mezz’ora dallo svincolo, mi hanno chiamato: ‘Devi venire all’Inter, sono Mourinho, devi venire da noi’. Gli ho detto ‘Mister ma come faccio a giocare? C’è Eto’o, c’è Milito, sono stato fuori rosa 6 mesi, non ho fatto una partita, non voglio venire là così…’. Mi ha detto: ‘Se tu stai bene e meriti, giochi’".

Pandev ascolta tutte le proposte sul tavolo, dopo mesi in cui non ha giocato. Ha il mondo di nuovo nei suoi piedi e nelle sue mani, il proprio destino. Un destino che parte da lontano e non ha mai abbandonato quel vecchio sogno di giocare con la squadra che lo scelto, 18enne, a Strumica. E così, Goran Pandev. Contratto firmato, fino al 2024:

"Sono veramente molto contento. Il mio sogno è sempre stato quello di rimanere nell'Inter, ma le cose sono andate bene ugualmente. Sono cresciuto, sono diventato un uomo, un vero giocatore, anche grazie alla Lazio. Spero di ricominciare a vincere ancora tanto con l'Inter".

Vocabolario delle frasi fatte, ovvie, necessarie. Serve lavorare, darò il massimo, gioco dove vuole il mister. Quante volte. Come spero di vincere. Eh grazie. Chi direbbe spero di non vincere nulla? Ovvietà necessarie, appunto. Guardando avanti, più che ricominciare a vincere, Pandev non ha mai iniziato a vincere. Non come il Triplete.

Ci sono tante storie nella tripletta nerazzurra del maggio 2010. C'è quella di un Milito partito dalla B per devastare l'Italia. Quella di un Zanetti mai così felice per un momento calcistico, Madrid. E quella di Pandev, che qualcuno racconterebbe come protagonista a metà. Soppiantati da chi ricorda come saranno sei le sfide europee in Champions, dei tre goal in campionato. Di come. soprattutto, uno di quest'ultimi, sia stato segnato nel Derby contro il Milan. Se doveva arrivare per vincere e tappare quel buco psicologico del mancato esordio in prima squadra, ben fatto.

Il contratto firmato nel gennaio 2010 non sarà però rispettato per intero. Dal possibile quadriennio, a scarso biennio. A Pandev basteranno. Per vincere la Supercoppa Italiana contro la Roma segnando uno dei tre goal nerazzurri. Per issarsi sul tetto del mondo, andando in rete anche contro il Mazembe. Ascoltando discorsi nel corso degli anni, straordinariamente il maggior ricordo legato al Goran nerazzurro non è né il Triplete né la rete nel Derby, bensì quello del 15 marzo 2011, a due mesi dalla partenza verso Napoli, dovuta al suo estimatore Mourinho ormai partito da un pezzo e da una necessità di rinnovamento nerazzurro.

Quella sera, l'Inter deve far valere le ragioni del cuore di chi sogna ancora e ancora in Europa. Contro il Bayern Monaco, negli ottavi, la situazione sembra irrisolvibile. L'1-0 di Gomez all'andata e il 2-2 ferreo con cui scatta il minuto ottantotto, stanno per portare i bavaresi ai quarti. Tutto fatto?

Sì, come no. La regola del goal doppio in trasferta rende dura la vita dei bavaresi. Pandev riceve, batte, esulta, maglia al vento. Qualificazione. C'è un motivo se da allora è considerato il momento di Goran con la G maiuscola. Lo stesso macedone non ebbe paura:

"Il goal è stato il più importante della mia carriera".

2020: BLACK AND BLUE PHONE

Quella rete non basterà a confermare, nel lungo periodo, l'Inter, né a proseguire il rapporto di Pandev con i nerazzurri. Strano, sempre in bilico, ma mai lontano. Anche dopo nove anni, anche con 35 anni, tendenti ai 36 - scritti con l'inchiostro sulla carta d'identità. Nel calciomercato invernale del 2020, due mesi prima del lockdown, delle idee sui plexiglass in spiaggia e dei pipistrelli stile Ozzy Osbourne, Ausilio si siede nel suo ufficio. Prende in mano il cellulare, digita il numero.

"Mi ha chiamato Ausilio, gli ho detto 'Mi state prendendo in giro? Cercate uno più giovane'".

Pandev dice no, di quei no che hanno bisogno di una seconda conferma per divenire ufficiali. Sorride, parla con lo storico amministratore delegato del Genoa, Alessandro Zarbano, e il no diviene definitivo:

"Mi ha detto 'Goran, non se ne parla'. E infatti andare via non era bello".

Rimane ancora Pandev, per un altro anno di Genoa. Quello che riporterà all'Inter lo Scudetto sotto Antonio Conte, undici anni dopo quello vinto anche grazie a Goran, al Derby, all'atmosfera di invincibilità:

"Sì, era una possibilità di mercato per noi. Me lo comunicarono i dirigenti" confesserà il tecnico, a poche settimane dalla festa tra San Siro e il Duomo.

Sarebbe stato un terzo capitolo notevole, non credete? Come quello di Ibrahimovic, in un certo senso. Ultimo Scudetto vinto dal Milan nel 2011? Ibra c'era. Nel 2022? Ibra, di nuovo. Pandev 2010, Pandev 2021. Niente da fare. Due vite, quasi tre. Bastano. Perché aggiungere quantità eccessiva ad una storia di qualità già eccelsa?

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