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Olivier Kapo Juventus GFX

Olivier Kapo e il goal annullato in Reggina-Juve: dall'esultanza al pandemonio

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E’ il 6 novembre del 2004 e allo stadio 'Oreste Granillo’ di Reggio Calabria la Reggina ospita la Juventus per una partita valida per il decimo turno del campionato di Serie A. Sulla carta è una gara come tutte le altre, o meglio ancora una sfida che per i bianconeri dovrebbe rappresentare poco più di una semplice formalità, ma in realtà, nel corso di quel sabato sera, ogni cosa prenderà una piega surreale.

La Juve si presenta all’appuntamento da favorita d’obbligo. D’altronde è troppo grande la differenza qualitativa tra le due squadre e la cosa è anche ampiamente confermata dal percorso fatto da entrambe sin lì nel torneo.

La compagine piemontese, chiuso il secondo ciclo Lippi, ha letteralmente azzannato il campionato. Nella stagione precedente si è piazzata al terzo posto in classifica, chiudendo a -13 dal Milan campione d’Italia e quindi, nel corso dell’estate, la società decide di intervenire dando il via ad un profondo restyling della rosa.

La panchina viene affidata a Fabio Capello, uno dei migliori allenatori del mondo, al quale viene messa a disposizione un gruppo fortemente rafforzato con gli innesti di Emerson e Zebina (due giocatori che il tecnico di Pieris aveva già avuto con sé alla Roma), Manuele Blasi, Fabio Cannavaro e soprattutto con l’acquisto di giovane ragazzo svedese del quale si raccontano meraviglie: Zlatan Ibrahimovic.

Sono loro i grandi colpi di mercato messi a segno da una Juve che nel contempo è riuscita a trattenere tutti i suoi big, compreso quel David Trezeguet che, dopo aver manifestato la volontà di andare a cercare stimoli altrove, verrà convinto proprio da Capello a restare all’ombra della Mole.

Quella bianconera è fondamentalmente una corazzata e infatti, nelle prime nove giornate di campionato, ottiene otto vittorie accompagnate da un unico pareggio. Un filotto di risultati utili che le consente di arrivare alla sfida con la Reggina, che invece è penultima in classifica, con un bottino di ben 25 punti, ovvero cinque in più del Milan secondo.

E’ una classifica strana quella maturata nelle prime battute del torneo. Alle spalle di bianconeri e rossoneri ci sono infatti il Lecce ed il Messina, mentre Inter e Roma veleggiano in zone anonime a distanza siderale dalla vetta. La corsa Scudetto è insomma una ‘cosa a due’ e la gara del 'Granillo' ha tutta l’aria di essere un discorso archiviato prima ancora di essere avviato. Nulla andrà come previsto.

E’ il minuto 84’ e la Juventus incredibilmente è sotto di un goal, quando Fabio Capello decide di gettare nella mischia Olivier Kapo in sostituzione di Manuele Blasi. Fuori dunque un mediano e dentro un esterno: è chiaramente un cambio offensivo.

Il risultato d’altronde recita 2-1 per i padroni casa che, anche dopo essere rimasti in inferiorità numerica a causa dell’espulsione di Colucci, sono in qualche modo riusciti a resistere agli assalti bianconeri.

Kapo sin lì ha giocato poco in stagione e d’altronde non potrebbe essere altrimenti. Anche lui è arrivato a Torino nel corso dell’estate, ma il suo non è stato uno di quei colpi che hanno destato scalpore. Eppure è un giocatore forte di appena ventiquattro anni, che è già entrato a far parte del giro della Nazionale francese con la quale ha anche vinto, da buon protagonista, la Confederations Cup del 2003.

E’ nato ad Abidjan, in Costa d’Avorio, ma è in Francia che si è formato come calciatore. E’ cresciuto nell’Auxerre dove ha trovato in Guy Roux una sorta di secondo padre.

Autentica leggenda dell’AJA’, ha guidato la squadra dalla panchina per quarantaquattro anni e lo ha fatto in una maniera tutta sua. Punta a formare uomini prima ancora che calciatori e quindi di notte si fa il giro di tutte le discoteche della zona, controlla contachilometri delle loro auto dei suoi ragazzi ed anche lo stato di pulizia delle loro camere.

“Se il tuo letto non era rifatto - ha raccontato Kapo a ‘So Foot’ - o se non avevi svuotato il cestino della spazzatura o l’armadio non era in ordine, lui buttava tutto per terra. Poi a mensa veniva e ci diceva che era passato un ‘vento forte’. Noi sapevamo cosa voleva dire quella frase. Non solo dovevamo riordinare, ma dovevamo anche pagare delle multe. 30 franchi per il cestino, 150 per il letto e l’armadio. Sono cose che ci sono rimaste”.

Roux tira su una squadra di tutto rispetto che comprende, oltre allo stesso Kapo, anche Mexes, Boumsong e Djibril Cissé, tutti ragazzi che giocheranno in Nazionale. Con loro sfiora il titolo di campione delle Ligue 1 e vince una Coppa di Francia battendo in finale il PSG.

“Il rimpianto per non aver vinto il campionato per pochi punti è rimasto - ha raccontato ancora Kapo - C’è però anche l’orgoglio per aver vinto la Coppa battendo il PSG di Ronaldinho, Pochettino, Heinze e Luis Fernandez. Noi eravamo dei ragazzini della Borgogna che avevano dimostrato di saper vincere. Guy Roux poi si arrabbiò con me perché decisi di andare alla Juventus, ma era arrivato il momento di provare qualcosa di diverso”.

Quando Kapo gioca la sua ultima partita con la maglia dell’Auxerre, gli viene riservato un saluto straordinario. Ci sono anche tifosi che piangono sugli spalti e questo perché sentono che stanno perdendo uno di loro. A 24 anni però Olivier è una delle stelle emergenti del calcio transalpino e merita di vedere cosa c’è oltre. La curiosità vale bene un addio, tra l’altro reso ancor più doloroso dal fatto che è andato via a parametro zero.

Quello che Kapo trova a Torino è però un mondo per lui totalmente diverso. In quella Juve ci sono Nedved e Camoranesi nel suo ruolo ed anche solo immaginare di impensierirli è impossibile. Il talento francese viene preso insomma per vestire i panni di ‘alternativa’, di uomo capace di dare un qualcosa nei minuti finali delle partite grazie alla sua fisicità ed è proprio questo che Capello si limita a riservargli: scampoli di gare.

Olivier Kapo JuventusGetty

Segna un gran goal nel corso del ritiro estivo contro l’Alessandria (un sinistro quasi da fermo dalla lunghissima distanza), ma la cosa non lo aiuta a scalare le gerarchie. In campionato gioca con il contagocce e d’altronde la squadra va così forte che è folle anche solo pensare di cambiare qualcosa.

Quando entra all’84’ di Reggina-Juventus lo fa, come di consueto, da dodicesimo, tredicesimo o quattordicesimo uomo, ma quello che non può immaginare è che di lì a dieci minuti segnerà un goal destinato in qualche modo ad entrare nella storia del calcio italiano.

E’ il minuto 95 ed Emerson mette un gran pallone al centro dell’area avversaria, Ruben Olivera salta più in alto di tutti e lo ‘spizza’ quel tanto che basta per favorire proprio Kapo che, a due passi da Soviero, stoppa di petto, manda a vuoto un avversario e di sinistro insacca in rete. Nel momento stesso in cui il pallone varca la linea di porta, l’arbitro Paparesta indica il cerchio del centrocampo. E’ la rete del 2-2, è quella che evita una sconfitta già scritta ed è la sua prima in bianconero.

Kapo, la riserva di Nedved e Camoranesi, si riscopre a vivere il suo momento di gloria, ma proprio mentre è a terra sommerso dai compagni, l’assistente Di Mauro alza la bandierina per segnalare una posizione di fuorigioco. Quelli che seguono sono secondi concitati: i giocatori della Reggina chiedono l’annullamento, per quelli della Juventus è tutto regolare.

La decisione finale spetta all’arbitro Paparesta che non convalida la rete. Vince la Reggina e la Juve cade per la prima volta in campionato. Il resto è storia.

Quella giocata il 6 novembre 2004 all’’Oreste Granillo’ di Reggio Calabria, diventerà la partita simbolo di quello che sarà il più grande scandalo che di lì a poco travolgerà il calcio italiano: Calciopoli.

Sì perché nel corso di quegli incredibili 95’ è successo praticamente di tutto: la Juve ha reclamato un calcio di rigore per un fallo di mano di Balestri (tra l’altro già ammonito) ed inoltre si è vista annullare anche un goal segnato da Ibrahimovic.

Le polemiche sono furibonde e negli spogliatoi si scatena un vero e proprio pandemonio. Luciano Moggi, il direttore sportivo della Juventus, e l’amministratore delegato del club, Antonio Giraudo, si scagliano contro gli uomini della terna arbitrale.

Li accusano di aver indirizzato la partita e di aver condannato i bianconeri alla sconfitta. Chi è lì parla di scene mai viste e lo stesso Luciano Moggi, che ancora non può sapere che i suoi telefoni sono da tempo tenuti sotto controllo delle forze dell’ordine, si vanterà della cosa con un’amica.

“Ho chiuso l’arbitro nello spogliatoio e mi sono portato le chiavi in aeroporto. Butteranno giù la porta”.

Paparesta diventerà di lì a breve l’’arbitro chiuso nello spogliatoio’ e farà fatica a staccarsi di dosso questa etichetta, anche quando verrà appurato che la cosa in realtà non è mai accaduta.

“E’ una leggenda - racconterà molti anni dopo lo stesso ex direttore di gara ai microfoni di ‘Sportitalia’ - Non è accaduto nulla di quello che si è detto. La colpa di Moggi è di essersi vantato per un qualcosa che non ha fatto. A distanza di anni mi chiedono ancora cosa ci sia di vero”.

Quello che è certo è che anche a causa di quella partita e di quel goal (o meglio dire non goal) di Kapo, le vite di molti cambieranno per sempre. L’esterno francese continuerà a giocare pochissimo in quella che sarà poi la sua unica stagione italiana e lo Scudetto vinto al termine di un’entusiasmante testa a testa con il Milan verrà revocato ai bianconeri.

“Quando ero alla Juve mi infortunai nel momento sbagliato. In un grande club come quello è difficile riguadagnarsi il posto dopo una lunga assenza. Questo è sostanzialmente il motivo per il quale ho fallito in bianconero”.

Kapo, al termine di un’annata scandita da diciannove presenze in tutto, verrà prestato al Monaco e, una volta rientrato alla base, ritroverà una Juventus retrocessa d'ufficio in Serie B. La sua volontà è quella di restare, ma il nuovo tecnico bianconero, Didier Deschamps, gli spiega che sarà solo una riserva e quindi decide di cambiare di nuovo aria e ripartire dal Levante.

Vestirà poi le maglie di Birmingham, Wigan, Boulogne, Celtic, Al-Ahli, ancora Auxerre, Levadeiakos e Korona Kielce, prima di ritirarsi nel 2015.

Tutte esperienze non indimenticabili, tanto che solo di rado riuscirà a far rivedere quelle qualità che l’avevano portato prima nel giro della Nazionale francese e poi alla Juventus.

Oggi è tornato in Costa d’Avorio, dove ha fondato un’accademia che accoglie bambini che vogliono diventare calciatori. Li segue da vicino come aveva fatto con lui Guy Roux e chissà che un giorno uno dei suoi ragazzi non possa spingersi fino alla Serie A e alla Juventus.

La sua sarebbe la classica storia di una meteora… ma quel pallone spinto in rete nel recupero di quel Reggina-Juventus gli è comunque valso, in qualche modo, un posto nella storia del calcio italiano.

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