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Matteo Ferrari GFX

Matteo Ferrari, il difensore per il quale Nesta rinunciò alla maglia numero 13

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“Ero ragazzino, nessuno la voleva e l’ho presa io che ero l’ultimo”.

Alessandro Nesta ha spiegato così, con poche è semplici parole come è sempre stato solito fare, come è iniziato il suo rapporto con quella maglia che poi l’ha accompagnato per una carriera intera: la numero 13.

Ha portato quel numero sulle spalle nel corso della sua lunga avventura alla Lazio e poi ovviamente se l’è tenuto stretto anche quando si è trasferito al Milan. Oltre quindici anni di carriera sempre accompagnato da quel 13 che, salvo qualche eccezione dovuta esclusivamente ai regolamenti, è sempre stato di sua proprietà anche in Nazionale fino al 2008, quando cioè ha capito che non aveva più molto da dare all’azzurro.

Con quel numero stampato sulla sua maglia che per i più superstiziosi è sinonimo di fortuna (ma c’è anche chi preferisce starne alla larga), si è laureato campione d’Italia, è salito sul tetto d’Europa con il Milan e anche su quello del mondo con la Nazionale, tanto che oggi, quando si ricordano le sue uscite a ‘testa alta’, le sue diagonali, i suoi interventi in scivolata e quelle giocate che l’hanno portato ad essere considerato uno dei più forti centrali di ogni tempo, è difficile, se non impossibile, immaginarlo con un qualcosa di diverso dal 13 sulla sua schiena.

Eppure c’è stato un periodo della sua carriera, l’ultimo per la precisione, nel quale si è dovuto separare da quel numero preso per caso da ragazzino, che poi è diventato il più fido dei compagni di viaggio.

Ha già 36 anni quando, nel 2012, dopo aver vinto tutto ciò che un giocatore può solo sognare, decide di regalarsi un’avventura che nelle sue idee deve rappresentare non solo la possibilità di scoprire un qualcosa di totalmente nuovo, ma anche l’ultima occasione di godersi il calcio che gli è rimasto nelle gambe senza quella pressione che impone il vestire la maglia di un grande club.

Sceglie dunque di allontanarsi dalle luci del calcio che conta, per godersi quelle più tenui e soffuse che può garantirgli un movimento in crescita ed una giovane squadra che punta a fare il salto di qualità: il Montreal Impact.

Ad accoglierlo ci sarà il nuovo mondo del ’soccer’ della MLS, ma lo esplorerà senza la sua fidata maglia numero 13 e questo semplicemente perché in squadra c’è già chi l’ha fatta sua.

“No no, non gliela chiederò - ha spiegato a SportMediaset poco dopo il suo approdo in Canada - E' arrivato prima lui ed è giusto che la tenga, però un po' mi dispiace, quello sì".

Il ‘lui’ in questione è un giocatore che in realtà con Nesta molto ha condiviso e con il quale tanto ha in comune. Sono entrambi difensori centrali, molte volte si sono sfidati sui campi di Serie A, sono stati compagni di Nazionale e insieme in azzurro hanno preso parte alla deludente spedizione di Euro 2004: quel ‘lui’ è Matteo Ferrari.

Matteo Ferrari Montreal ImpactGetty

Come Nesta ha scelto il Canada per dare un senso diverso all’ultima fase della sua carriera e lo ha fatto sapendo che quella tappa avrebbe rappresentato un qualcosa che sarebbe andato ben oltre il calcio.

“E’ un’esperienza di vita, sia per me che per mio figlio che mi viene a trovare molto spesso - ha raccontato nel 2013 a 'LoSpallino' - Non credo che tornerò a vivere in Italia, è da un po’ che mi sono spostato e mi trovo bene dove sto. Non credo che vivrò a Montreal, è una tappa interlocutoria, anche perché qui l’inverno è molto duro e lungo e a volte si arriva anche ai -30”.

Nato in Algeria da padre italiano e madre guineana, Ferrari è arrivato a Montreal dopo un lungo girovagare che l’ha portato su e giù per l’Italia, ma anche in Inghilterra e Turchia.

Cresciuto nella SPAL, dove inizialmente si mette in mostra come attaccante prolifico, al pari di molti calciatori ha visto il suo raggio d’azione arretrare progressivamente, fino a diventare difensore di professione. Dotato di grande fisico, ma anche di quella duttilità che gli consentiva all’occorrenza di essere schierato da terzino, fin da giovanissimo viene individuato da molti come uno dei più forti giocatori della sua generazione, un talento destinato a diventare tra i migliori nel suo ruolo in Italia.

A scommettere su di lui sarà l’Inter che, dopo averlo inserito nel suo settore giovanile, lo manderà prima al Genoa, poi al Lecce ed infine al Bari a ‘farsi le ossa’. Quando tornerà in nerazzurro lo farà potendo contare sull’esperienza di un campionato da protagonista in Serie A e con la soddisfazione di un titolo di campione d’Europa U21 vinto con la Nazionale azzurra.

A ventuno anni è a detta di molti pronto per il definitivo salto di qualità e si riscopre a condividere lo spogliatoio con gente come Zanetti, Blanc, Seedorf, Vieri e Ronaldo.

“Penso che di fenomeno ce n’è solo uno - ha raccontato a 'TuttoJuve' - velocità ed una tecnica che non ho mai visto in nessun altro calciatore pur avendo giocato contro grandissimi attaccanti come Baggio o Totti ma quello che riusciva a fare lui, nessuno è riuscito a ripeterlo. Credo che dopo Pelé e Maradona, lui sia stato il più grande, poi adesso è l'epoca di Ronaldo e Messi".

Inizia la sua annata in nerazzurro da titolare inamovibile, ma a partire dal mese di dicembre perde pian piano posizioni nelle gerarchie del tecnico Marco Tardelli. Tanta panchina, qualche mese da comprimario, e poi di nuovo un finale di stagione da perno insostituibile. Ventisette presenze tra campionato e coppe nelle quali fa intravedere grandi cose e qualche passaggio a vuoto. Le qualità ci sono e sarebbe un peccato non lavorarci su, ma l’Inter decide di cederlo al Parma nell’ambito di un’ampia operazione di mercato.

Matteo Ferrari ParmaGetty

Quella nella quale approda è una delle squadre più ambiziose di Italia, ma i problemi non mancano. I Ducali incappano in una di quelle annate complicate, che però si concluderà sollevando una Coppa Italia al cielo, e i primi mesi in gialloblù scivolano via tra poche presenze e tanti cambi di allenatore.

Quella successiva sarà però la stagione della consacrazione, quella nella quale troverà sulla sua strada il tecnico che meglio di chiunque altro riuscirà a farlo esprimere ad alti livelli: Cesare Prandelli.

“Prandelli arrivò nel mio secondo anno: in precampionato mi teneva fuori, ma mi stava solo mettendo alla prova - ha ricordato a ‘Il Secolo XIX’ - Venivo da un anno duro, con tanti cambi di tecnici, ma volevo convincerlo e ci davo dentro. Prima della Supercoppa contro la Juve mi chiamò e mi disse: ‘Sarai il mio difensore centrale titolare, ho visto come ti alleni, sei il giocatore che ho sempre voluto’. Rimasi scioccato ma era vero. Mi diede anche la fascia da capitano, fu una cavalcata vincente per entrambi, con due quinti posti. Arrivai in Nazionale”.

Ferrari a Parma si impone come uno dei centrali più forti della Serie A e quando nell’estate del 2004 Prandelli si trasferirà alla Roma, lo vorrà con sé nella capitale. Tutto lascia pensare che i giallorossi, che intanto hanno preso anche Mexes, siano pronti ad aprire un nuovo ciclo, nonostante gli addii di Emerson e Samuel, ma come è noto Prandelli, per stare vicino alla moglie Manuela nella sua battaglia contro il cancro, sarà costretto a farsi da parte prima ancora dell’inizio del campionato e da lì in poi per Ferrari tutto cambierà.

Matteo FerrariGetty Images

In giallorosso riuscirà a ritagliarsi il suo spazio, ma le prestazioni non saranno mai realmente all’altezza delle aspettative, tanto che i tifosi lo ribattezzeranno ‘Svirgolone’.

Alla fine della sua prima annata nella capitale farà di nuovo i bagagli e questa volta per lasciare la Serie A. Ripartirà dall’Everton, dove troverà in Moyes un tecnico pronto a dagli fiducia, ma il periodo di Liverpool sarà contraddistinto da un infortunio che lo costringerà ai box per diversi mesi.

Quando i Toffees decideranno di non far valere il diritto di riscatto tornerà alla Roma e agli ordini di Spalletti vincerà due Coppe Italia e una Supercoppa Italiana, ma non da protagonista assoluto.

E’ il 2008 quando Preziosi lo convincerà ad accettare il Genoa dopo un incontro casuale in un ristorante, e proprio all’ombra della Lanterna tornerà ad esprimersi a livelli importanti.

“Avevo mille offerte, ma nessuna mi convinse come il Genoa - ha spiegato ancora al ‘Il Secolo XIX’ - E così, anche se per me lottare per salvarsi era strano, scelsi il Grifone. Venne fuori un’annata incredibile giocando gran calcio con Gasp, sfiorammo la Champions. Partimmo un po’ in sordina, ricordo una mia intervista in cui dissi che il Genoa meritava di più, scattò un click e finimmo in Europa".

Quella vissuta al Genoa sarà la sua ultima stagione in Serie A. Saluterà il massimo campionato italiano a trent’anni e dopo 236 presenze e lo farà per provare a vincere con il Besiktas. Quella in Turchia si rivelerà un’esperienza complicata e chiusa a colpi di carte bollate.

Quando tornerà in Italia per lui le porte del grande calcio saranno ormai chiuse. Si allenerà con il Monza, in attesa della chiamata giusta, che poi arriverà da Montreal.

Oggi il Montreal Impact non esiste più, o meglio, ha cambiato denominazione. Da inizio 2021 è il CF Montreal, ovvero l’abbreviazione del Club de Foot Montreal, e molte cose sono cambiate rispetto a dieci anni fa.

Nella sua rosa oggi milita un solo giocatore italiano, ovvero Gabriele Corbo, mentre Ferrari si trovò a condividere quell’esperienza con Corradi, Nesta appunto, Di Vaio, Pisanu e Paponi. Una piccola colonia di giocatori nostrani, alcuni sul viale del tramonto, altri partiti per il Canada alla ricerca dell’’America’.

Un’ultima esperienza prima di appendere gli scarpini al chiodo dopo un lungo girovagare. Un’avventura vissuta con il 13 sulle spalle, mentre Nesta dovette accontentarsi del 14.

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