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Giuseppe Marotta Massimiliano Allegri JuventusGetty

Marotta a DAZN: "Contatti con Allegri per portarlo all'Inter, era un profilo interessante"

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Oggi è un probabilmente il dirigente più importante dell’intero panorama calcistico italiano, ma per arrivare dove è arrivato ha dovuto compiere un lungo cammino.

L’amministratore delegato dell’Inter, Giuseppe Marotta, ha vissuto un’intera vita nel mondo del calcio. E’ partito dai ruoli più umili quando era giovanissimo e poi si è formato fino ad accumulare un palmares ricchissimo.

Marotta, si è raccontato a ‘DAZN’ nel format 'Marotta Masterclass’ e, nel corso di una lunga intervista, ha anche svelato quale è stato il primo allenatore che ha scelto.

“Il mio primo allenatore assunto è stato Eugenio Fascetti a Varese. Sebbene in quel periodo ci fosse una figura dirigenziale sopra di me, l’allora presidente mi ha dato un compito del tipo ‘Se vuoi diventare direttore sportivo, allora devi indicarmi un allenatore’. Chiamai allora con il direttore del corso di Coverciano che si chiamava Lello Antoniotti, un ex giocatore, e chiesi quale fosse il miglior corsista di quell’anno. Lui mi disse che era stato Eugenio Fascetti e decidemmo di andare su di lui. Si rivelò una scelta azzeccata. Secondo me è stato un allenatore che in carriera ha raccolto meno di quanto meritasse. Mi sarebbe piaciuto lavorare con Arrigo Sacchi, perché lui è stato, a mio giudizio, il fautore del cambiamento”.

Marotta ha svelato che la trattativa che ha portato Simone Inzaghi sulla panchina dell’Inter è nata mentre l’allenatore era a cena con Claudio Lotito.

“L’abbiamo chiamato non sapendo che era a cena, lui era chiaramente po’ imbarazzato. Devo dire che in questo caso la tempestività e l'intuizione da parte di Piero Ausilio e mia lo hanno portato a prendere una decisione e a sottoscrivere un accordo velocissimamente, ma nel rispetto dei dirigenti e di un presidente come Lotito che sicuramente non ha inteso la cosa come sgarbo. Quando un allenatore o un giocatore sta troppi anni in una squadra, e Simone è stato venti anni alla Lazio, è giusto che poi provi un’esperienza diversa, un’esperienza di crescita”.

Per anni dirigente della Juventus, ha parlato anche dell’approdo di Cristiano Ronaldo in bianconero. Per anni si è raccontato che lui abbia sconsigliato quel colpo.

“Questa è la domanda più imbarazzante. Quando acquisti un giocatore devi fare una valutazione a 360° e quindi devi pensare sia al bilancio che all’aspetto sportivo. Io ho fatto delle mie considerazioni, ma è leggenda quando si dice che ci sono stati dei contrasti su questa operazione. E’ giusto che in un contesto dirigenziale ci siano delle contrapposizioni di opinione”.

Più volte il nome di Messi è stato accostato a quello dell’Inter.

“Mi hanno raccontato di questa possibilità, ma non è una cosa che riguarda la mia gestione, bensì l’Inter del passato”.

Marotta ha svelato di aver pensato ad Allegri per la panchina dell’Inter, prima di virare su Inzaghi.

“Devo dire la verità, un contatto c’è stato, anche perché non immaginavamo che ci fosse la disponibilità di Inzaghi. In quel momento Allegri era libero e rappresentava certamente un profilo interessante”.

L’ad nerazzurro ha smentito le voci circolate in passato su un suo possibile ritorno alla Juve.

“No, questo è falso. Non c’è stato nulla di concreto”.

Marotta ha anche smentito di essersi lasciato male con Andrea Agnelli.

“Non è vero, con lui ho ancora oggi un ottimo rapporto”.

Cassano è stato il talento più difficile da gestire.

“E’ vero ma in quella Sampdoria ha regalato cose che in una provinciale era difficile poter trovare”.

Proprio Cassano è stato anche il giocatore al quale si è legato di più.

“Cassano, nonostante ci siano dei rapporti magari un po’ più tesi. E’ un ragazzo al quale ho voluto bene. Ho conosciuto la sua storia e il fatto che sia riuscito ad arrivare su un palcoscenico importante nonostante le avversità della vita, dimostra il fatto che è arrivato in alto grazie alla perseveranza. E’ una cosa che mi ha legato a lui, poi non è detto che quello che si prova viene corrisposto anche da un’altra persona”.

Beppe Marotta ha parlato dei suoi inizi nel mondo del calcio.

“Nel mio paese c’erano varie attività locali e a me piaceva sperimentare. Lavorare in macelleria mi ha ad esempio permesso di andare a comprare il bestiame ed è stata anche quella un’esperienza formativa. Io ho avuto perseveranza, sono partito dai ruoli più semplici. Sono entrato nello spogliatoio del Varese da aiutante di bottega, avevo dodici anni. Feci un patto con il magazziniere: in cambio della tuta per andare a fare il raccattapalle, dovevo aiutare a sistemare tutto. Aiutato a lavare gli indumenti, a sgonfiare e gonfiare i palloni tutti giorni, con una pompa che era quella normale. Se chiedevo di giocare? Se nelle partitelle c’era disparità, soprattutto l’allenatore Maroso mi utilizzava ed io riempivo il vuoto. Me la cavavo discretamente bene, ero un 10 mancino, il mio grande idolo era Gianni Rivera”.

Nella sua squadra del cuore ci sono anche tanti giocatori con i quali ha lavorato.

“Possiamo fare un 4-4-2. In porta sicuramente Buffon, non si discute. A destra mi ha impressionato Lichtsteiner, come libero Luca Pellegrini, l’altro centrale è Chiellini, a sinistra dico Maldera. A centrocampo Pirlo che ha rappresentato molto per me. Rientra nella categoria dei leader silenziosi, ovvero è uno di quelli che con lo sguardo ti racconta tante cose. Vidal è un altro giocatore che mi ha dato moltissimo. Come 10 direi Del Piero, ma anche Recoba che è arrivato in un Venezia spacciato e gli ha dato la forza per risalire e salvarsi. Forse nella mia storia è stato l’elemento più importante per il raggiungimento del risultato finale. In attacco Anastasi, anche per un motivo emozionale. Lui arrivò al Varese quando facevo il raccattapalle e poi diventò l’emblema della Juve. Metto anche Lodetti e sempre a centrocampo anche Suarez”.

Il goal più importante della sua carriera è stato segnato da Sanchez nell’ultima Supercoppa Italiana.

“Sicuramente quello di Alexis Sanchez. Lì se fai goal vinci. Mi era già capitato di vincere delle finali, ma non così. Se penso al mio modesto palmares, dico che ha lasciato il segno più forte”.

Da anni si parla del possibile inserimento di Del Piero nell’organigramma della Juve.

“Quello dei grandi ex giocatori ho notato nel mondo che rappresenta il bello e il problematico. I grandi giocatori sono icone e leggende, ma non fanno mai parte dei club. Rappresentano la storia e credo che come tale debba essere considerato Del Piero”.

Marotta ha individuato in Pogba il suo colpo migliore.

“Se consideriamo l’andata e il ritorno e quindi come è arrivato e come è andato, sicuramente Pogba. E’ arrivato a zero e l’abbiamo rivenduto allo stesso club per 110 milioni. E’ una cosa inusuale, figlia anche del grande coraggio dei dirigenti del Manchester United. E’ stata una cosa abbastanza unica nel mondo del calcio”.

La sua prima operazione importante risale invece ai tempi del Varese.

“Nella stagione 1979-1980 ho preso un giovane portiere che arrivava dalla Pattese e che si chiamava Michelangelo Rampulla ed esordì in prima squadra in Serie B contro il Milan quando aveva 17 anni. E’ stata la mia prima trattativa”.

La trattativa già complicata quando aveva solo venticinque anni.

“Devo tornare indietro di quarant’anni. Era il 1982 e avevo venticinque anni. Avevamo un giocatore molto forte che si chiamava Mastalli e lo venduti in contemporanea a due società che erano di proprietà di personaggi difficili e carismatici come Sibilia e Massimino. Firmai due contratti con Avellino e Catania e mi trovai in difficoltà a gestire la cosa. Poi Sibilia, vedendo che aveva a anche fare con un ragazzo, mi perdonò e il giocatore andò al Catania”.

Marotta ha svelato quale è stato il presidente più competente dal punto di vista calcistico con il quale ha lavorato.

“Sicuramente Zamparini. Lui entrava molto nelle vicende calcistiche. Quando arrivai alla Sampdoria nel 2001, lui stava rivelando il Genoa e questo per noi voleva dire avere una grande concorrenza e che uno dei tre posti per andare in Serie A poteva già essere occupato da lui. Lo incentivai quindi a scegliere il Palermo”.

Nel suo futuro ci sarà ancora lo sport.

“Ho ricevuto tanto ed ho dato tanto. Soprattutto nella prima fase della mia vita mi è stato dato tanto e adesso è giusto che anche io dia qualcosa agli altri. Ho sempre dei sogni, bisogna avere la capacità di crearsene sempre di nuovi. Penso di essere vicino ad aver dato tutto a livello dirigenziale, quindi la prossima esperienza che mi piacerebbe fare, ma ci vuole ancora un po’ di tempo, è in ambito politico-sportivo. Voglio dare un contributo per la crescita del nostro movimento sportivo e soprattutto quello calcistico. Secondo me in Italia lo sport è ancora poco apprezzato e considerato”.

Infine le caratteristiche che un grande dirigente deve avere.

“La prima è l’umiltà. Io ho trascorso metà della mia vita ad ascoltare. Se oggi parlo troppo è perché sento di poter trasmettere. All’inizio ero un ragazzo che voleva imparare e che stava zitto sia per rispetto, sia per rubare i segreti. Un’altra caratteristica è la virtù: se pretendi qualcosa, devi dare qualcosa. Serve poi la fiducia che deve esserci con i collaboratori e, se vuoi vincere, anche il coraggio”.
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