Germania, Inghilterra, Spagna, Italia, Belgio, Turchia, Grecia, Serbia, Arabia Saudita e Ungheria. Dieci Paesi in tutto. Dieci tappe che hanno scandito un lungo viaggio suddiviso in dodici diverse squadre. Un su e giù seguendo le rotte del pianeta calcio, sempre senza fissa dimora.
Quella di Marko Marin è la storia di un giramondo del pallone. Di un calciatore che ha cercato in ogni angolo possibile quel pezzo di prato verde sul quale poter esprimere con continuità quelle che sono le straordinarie qualità tecniche che in tanti gli attribuiscono.
La sua carriera rappresenta una sorta di paradosso. I giocatori come lui infatti, ovvero quelli ai quali il destino ha regalato doti fuori dal comune, generalmente di squadre ne cambiano poche. Una, due, forse al massimo tre, giusto il tempo di arrivare in una big e di diventarne una bandiera.
Per lui le cose sono andate in maniera diversa, smentendo dunque tutti i pronostici di coloro che, in forse con troppa enfasi, da giovanissimo lo avevano soprannominato ‘Der deutsche Messi’. ‘Il Messi tedesco’.
Nato a Bosanska Gradiska da genitori serbi, Marin ad inizio carriera ha realmente fatto intravedere cose che gli sono valse i paragoni con i più grandi talenti della sua generazione. Trasferitosi con la sua famiglia in Germania quando aveva appena due anni, non ha dovuto impiegare troppo tempo per capire che il pallone era in un certo senso nel suo DNA.
Il padre Ranko è stato infatti un calciatore e per anni ha lavorato come osservatore ed anche i suoi tre fratelli hanno giocato. Marko era però un’altra cosa. Troppo evidente era la differenza con i compagni di squadra dell’SG 01 Höchst, e troppo netto era il divario con gli altri ragazzi della sua età per i quali risultava semplicemente imprendibile.
Minuto, veloce, favorito da quel baricentro basso che gli ha sempre permesso di cambiare passo e direzione con facilità disarmante, è entrato giovanissimo nel settore giovanile dell’Eintracht Francoforte, la squadra della sua città, e quando l’ha lasciato l’ha fatto avendo già attaccata addosso l’etichetta di nuova grande speranza del calcio tedesco.
“E’ stato brutto vedere Marko lasciare l’Eintracht - ha spiegato il padre Ranko - Per favore, spiegate che non si è trattato di una questione di soldi. E’ che sono rimasto deluso da loro e così abbiamo deciso che si doveva cambiare”.
Quando Marin lascia l’Eintracht dopo nove anni di crescita costante, alla sua porta sono in tanti a bussare e alla fine la scelta ricade sul Borussia Monchengladbach. Un anno nelle giovanili, poi qualche mese con la seconda squadra e infine, nel 2006 a diciotto anni non ancora compiuti, il salto tra i grandi ed il primo contratto da professionista. Si impone fin da subito come un titolare inamovibile della squadra e con le sue giocate ed i suoi assist contribuisce in maniera decisiva alla promozione in Bundesliga.
Il ragazzo c’è e lo dimostra ogni fine settimana e sebbene abbia poche partite importanti nelle gambe, Joachim Low lo inserisce nella lista dei preconvocati per Euro 2008. Agli Europei non ci andrà, ma intanto ha esordito con la Nazionale maggiore ed è entrato a far parte di quel gruppo che un paio di anni dopo rappresenterà la Germania a Sudafrica 2010.
Marin gioca un’altra sola stagione al Gladbach, la prima da protagonista in Bundesliga, poi compie il salto successivo. Ad attenderlo c’è questa volta il Werder Brema e sarà una volta approdato sulle rive della Weser che avrà la possibilità di confrontarsi con il suo ‘gemello’ Mesut Ozil.
GettyI due parlano la stessa lingua calcistica e in campo si trovano ad occhi chiusi. Vederli giocare insieme è uno spettacolo e se Ozil è quello della coppia che segna di più, Marko è quello che sforna assist in quantità industriale. Uno esalta l’altro e soprattutto insieme esaltano una squadra che si piazzerà al terzo posto in campionato, dopo aver a lungo insidiato il Bayern (che vincerà il torneo) e lo Schalke 04.
Due ragazzi così è impossibile non portarli ai Mondiali: ad Ozil viene assegnata la numero 8, a Marin la maglia numero 21.
Sono tra le stelle di una squadra molto giovane e condividono lo spogliatoio con talenti che poi si guadagneranno un posto di rilievo nella storia del calcio tedesco, ma tra tutti a destare più curiosità di tutti è proprio Marin. Viene inserito nella lista dei ‘gioielli’ da tenere maggiormente d’occhio nel corso del torneo, ma il campo poi racconterà cose diverse.
Mentre infatti molti dei suoi giovani compagni di squadra calamitano su di loro le luci della ribalta, a lui vengono riservati solo 29’ di gioco. Il suo sarà un Mondiale vissuto da comprimario e così, mentre per Ozil si spalancano le porte del Real Madrid, a Marin non resta che aspettare un treno che comunque è destinato a passare.
Il suo nome è infatti ormai sulla bocca di tutti. Viene accostato al Milan, all’Inter, al Manchester United e al Bayern, ma quando nel 2012 sarà ormai chiaro a tutti che il Werder e la Bundesliga gli vanno ormai stretti, sarà il Chelsea campione d’Europa ad anticipare tutti.
Il campioncino tedesco, a questo punto, ha compiuto il suo percorso. Ha mosso ogni passo così come da programma, si è messo alle spalle un gradino alla volta ed è finalmente arrivato lì dove il suo talento gli imponeva di dover arrivare: in una big del calcio mondiale.
GettyQuando approda in Inghilterra per giocare nel migliore campionato del mondo, lo fa preceduto dalla fama di ‘Messi tedesco’ e da lui ci si attende che in Premier faccia la differenza. Viene affidato alle mani di Roberto Di Matteo, tecnico al quale viene dato il compito di ritagliargli uno spazio in un reparto offensivo che già prevede Torres, Juan Mata, Oscar, Malouda e un altro talento che farà parlare molto di sé: tale Eden Hazard. Proprio quando ormai resta un unico metro a separarlo dalla consacrazione, le cose per Marin cambiano all’improvviso e nulla sarà mai più come prima.
Impressiona nel corso del ritiro con i Blues, regala magie e ad ogni singolo tocco sembra far sempre più suo un posto titolare inamovibile. Ha tutto per fare bene e anche la tifoseria ripone in lui una fiducia sconfinata, ma quello che nessuno può immaginare è che la maglia del Chelsea la indosserà sedici volte in tutto in partite ufficiali. Sei delle quali in campionato.
“Sono andato al Chelsea con la speranza di giocare e iniziai anche molto bene - ha raccontato a GOAL nel 2016 - In seguito ho avuto un grave infortunio e a quel punto è stato difficile ritrovare spazio in squadra. Forse non mi sono state date abbastanza occasioni per giocare e mostrare le mie qualità, ma al Chelsea ci sono sempre ottimi giocatori ed è complicato guadagnarsi una maglia”.
E’ mentre si trova a sfiorare il punto più alto della sua carriera che Marin sveste i panni di ‘Messi tedesco’, per vestire quelli di 'giramondo'. Il Chelsea non può concedersi il tempo di aspettarlo e inizia a mandarlo in giro per l’Europa nella speranza che qualcuno riesca a dargli la possibilità di rilanciarsi.
Marin riparte dal Siviglia e inizialmente fa anche molto bene, ma ancora una volta ad aspettarlo al varco c’è la sfortuna. Una serie di problemi fisici lo limitano fortemente e così anche l’avventura in terra iberica si conclude nel giro di pochi mesi. Giusto il tempo di aggiungere al curriculum una seconda Europa League, dopo quella già vinta un anno prima al Chelsea.
Tornato alla base viene subito girato alla Fiorentina, ma ad attenderlo in Italia ci sarà la parentesi forse più amara della sua stessa carriera. Sulla carta i presupposti sono buoni, visto che la Viola guidata da Montella, da un paio di anni si è assestata ad alti livelli e soprattutto propone un calcio molto offensivo, ma per Marin, sulle sponde dell’Arno, semplicemente non ci sarà posto.
GettyIl talento tedesco non viene mai schierato in campionato, ma nei rari minuti concessigli in Europa League lascia intravedere spunti interessanti. Segna anche contro Guingamp e Dinamo Minsk, ma per il suo allenatore non è evidentemente abbastanza.
“Perché Marin non gioca? - spiegherà Montella dopo una sconfitta patita contro il Parma - Perché io voglio vincere le partite, non perderle. Mando in campo chi sta meglio”.
In molti parlano di un ragazzo potenzialmente forte, ma che fatica a reggere certi ritmi e che soprattutto impiega più tempo dei compagni per recuperare da un impegno. E’ chiaro che con tali presupposti non si può andare avanti, e quando già a gennaio si consumerà l’inevitabile addio, sarà lo stesso Marin a dare la sua versione dei fatti.
“In questi ultimi anni ho sempre deciso da solo dove andare a giocare in prestito - svelerà a ‘Knack’ - L’ho fatto consultandomi ovviamente con il Chelsea. Quando sono arrivato alla Fiorentina, l’allenatore nemmeno era a conoscenza del mio trasferimento e quindi non ho potuto far altro che aspettare la mia occasione. Ho fatto bene in Europa League, ma la situazione purtroppo non è cambiata”.
Marin si trasferirà all’Anderlecht, dove non lascerà traccia del suo passaggio, ed un successivo prestito lo porterà al Trabzonspor dove farà parlare di sé soprattutto per una rissa in allenamento con il compagno di squadra Aykut Demir. La conclusione dell’avventura in Turchia, coinciderà anche con la fine del suo rapporto con il Chelsea.
“Credo che sia giunto il momento di andare oltre - ha raccontato a ‘Kicker’ - Quando sono arrivato al Chelsea sono partito in maniera fantastica, ma poi uno strappo muscolare mi ha tenuto fuori per tre mesi e da quel momento in poi tutto è cambiato. Non mi sono mai pentito di quella scelta, ho avuto modo di imparare tanto e sento che la mia carriera sta iniziando solo adesso. Ho vissuto a Londra, Siviglia, Firenze e Bruxelles, ho imparato nuove lingue e giocato in diversi campionati, ma adesso voglio mostrare il mio valore”.
Marin trova nell’Olympiacos un club pronto a rilanciarlo, ma anche la parentesi greca dura poco. Vince un campionato, ma Paulo Bento non lo considera un elemento chiave per la sua squadra.
Così, mentre in Germania si fanno largo i Gotze, i Reus, gli Schurrle e i Draxler, del ‘Messi tedesco’ si smette di parlare. Il calcio in questo è spietato e con la consueta rapidità si affretta quindi catalogarlo alla voce ‘rimpianti e meteore’.
Del Marin oggetto del desiderio di tutti i più importanti club europei ormai è rimasto poco. Il suo mondo è diventato la ‘periferia del pallone’, ma è proprio in questo contesto che riesce a regalarsi l’avventura che forse più di tutte conserva nel cuore: quella alla Stella Rossa.
“Io ho sempre tifato per la Stella Rossa e il fatto di poter giocare la Champions League con la squadra del mio cuore rende il tutto più speciale. Ricordo che quando ero un bambino in Germania, ai miei amici di scuola parlavo sempre della Stella Rossa, ma loro nemmeno sapevano cosa fosse”.
Getty ImagesIn Serbia Marin respira aria di casa, diventa subito un idolo della tifoseria e torna a mostrare quelle doti che sembravano sepolte sotto un cumulo di polvere. Vince il campionato imponendosi come uno dei migliori giocatori del toneo e si toglie delle soddisfazioni in Champions League. Il club crede in lui e gli affida anche la fascia di capitano ma, quando ormai il lungo peregrinare sembra averlo condotto alla meta, decide di cambiare ancora. Si trasferisce prima in Arabia Saudita, dove veste le maglie di Al-Ahli e Al-Ra'ed e poi, quando torna in Europa, lo fa per unirsi agli ungheresi del Ferencvaros.
“Ho avuto una carriera fantastica, ho giocato in grandi squadre e in grandi campionati. Ho vinto e sono arrivato al Chelsea, un club importantissimo. Probabilmente avrei potuto fare qualcosa di meglio, ma gli infortuni non mi hanno aiutato ed io forse non sono stato abbastanza paziente. Sono comunque contento di come sono andate le cose. Chissà cosa sarebbe successo se fossi rimasto più a lungo in Germania”.
A frenarlo sono stati forse l’impazienza e certamente gli infortuni, mentre il paragone con Messi certamente non l’ha aiutato.
Le imprese del Marin calciatore sembrano una cosa già lontanissima nel tempo eppure c’è stato un momento nel quale realmente sembrava aver tutto per consacrarsi ad altissimi livelli. Magari non è stato il ‘Messi tedesco’, ma non si gioca un Mondiale a ventuno anni e non si arriva in squadre come il Chelsea se non si ha un qualcosa di speciale.
“Messi è Messi ed è su un livello completamente diverso rispetto qualsiasi altro giocatore al mondo - ha ammesso a GOAL - Non ho mai pensato troppo a quel paragone, ma ovunque sia andato è successa sempre la stessa cosa: dopo la prima partita giocata bene hanno iniziato a parlare di me come del ‘nostro nuovo Messi’. E’ una bella cosa, me nessuno pensa realmente che possa esserci un confronto tra me e lui. E’ solo una questione di stile e di modo di giocare al calcio”.


