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Claudio MarchisioGetty Images

Marchisio e la necessità di riprendere: "Il rischio zero in uno sport di contatto non può esistere"

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Quella che sta affrontando il mondo del calcio è una situazione senza precedenti. La pandemia ha letteralmente stravolto le cose e lascerà dietro di se una lunga scia di problemi. La possibilità che la stagione non venga portata a termine complicherebbe ulteriormente le cose ed è per questo che in queste settimane si sta lavorando al fine di riuscire a trovare un modo per chiudere in sicurezza dil campionato.

Claudio Marchisio, in un’intervista rilasciata a Tuttosport, ha spiegato come vede la situazione attuale.

“In questo momento il calcio è nelle grinfie di questa situazione come qualsiasi altra attività, come qualsiasi persona. Ma se si parla di calcio bisognerebbe però sapere che si tratta di una delle prime dieci industrie del Paese, con un indotto molto importante e un movimento di massa che coinvolge milioni di persone di qualsiasi età. Il calcio non è solo l’élite di giocatore milionari che finiscono sulle copertine e sono i re dei social network”.

Il mondo del calcio crea un indotto enorme, un indotto che consente a molte persone di vivere.

“Andando a fondo troviamo prima i giocatori di Serie B e di Serie C, che già hanno un altro tipo di trattamento economico, poi abbiamo i giovani tra i 19 e 20 anni che vorrebbero entrare nel mondo dei professionisti, ma non è detto che possano farlo. E scendendo abbiamo chi lavora con il calcio, chi svolge mansioni molto meno visibili di quelle dei calciatori, ma che grazie ai calciatori e al movimento che creano, può portare a casa uno stipendio per mantenere la propria famiglia. Mi riferisco ai magazzinieri, ai fisioterapisti, agli addetti alla sicurezza, a tutti i giornalisti e operatori dei media che portano il calcio nelle case degli appassionati, al personale che permette alle società, grandi e piccole, di funzionare, finanche agli steward che spesso sono universitari che con quei pochi soldi riescono però a coprire qualche spesa o padri e madri di famiglia che così riescono a far quadrare i conti a fine mese. Il calcio è una macchina enorme, trainata dai giocatori più visibili e pagati, ma dentro la quale ci sono quasi duecentomila persone che vivono di pallone”.

Secondo l’ex centrocampista della Juventus, il calcio deve quindi ripartire per evitare gravissime ripercussioni.

“Io mi auguro che si ritorni a giocare. Me lo auguro perché voglio pensare in modo ottimista e perché amo il calcio e sinceramente mi manca. Ora leggo che il problema sarebbe il rischio di contagio e non vorrei che si aspettasse il rischio di contagio zero. Perché il rischio zero in uno sport di contatto non può esistere. Bisogna cercare di strutturare tutto al meglio perché il rischio sia minore possibile, se ci si aspetta che sia zero allora non si riaprirà mai. E come il calcio non riaprirebbero mille altre attività che avrebbero lo stesso diritto del calcio di riaprire”.

Le possibilità che la stagione si chiuda qui restano comunque elevate.

“La decisione sarebbe da rispettare, ma allora lo Stato dovrebbe prendersi delle responsabilità, perché in questo momento servono decisioni concrete per mandare avanti l’economia del Paese, economia di cui il calcio fa parte insieme ad altre tante aziende e settori fermi in questo momento. Mi spaventano le tante parole e i pochi fatti di quei decreti e mi preoccupo da imprenditore, io ho tre ristoranti. Le società di calcio fallirebbero senza la ripartenza, provocando la perdita del lavoro non solo dei giocatori, ma soprattutto dei lavoratori che contribuiscono al funzionamento della macchina. Il tasso di disoccupazione diventerebbe insopportabile. Guardate cosa sta succedendo negli Stati Uniti dove già 33 milioni di persone hanno fatto richiesta di sussidio. Tornando al calcio mi chiedo come faranno con le serie minori, perché tante squadre di dilettanti stanno chiudendo, la Serie C non riprende e non so come faranno con le classifiche e la Serie B”.

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