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Lionello ManfredoniaGetty

Manfredonia: il contestato passaggio alla Roma, la tragedia sfiorata e il ritiro

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Nell'estate del 1987 impazza il calciomercato in Serie A. I club del massimo campionato italiano fanno a gara per assicurarsi i più forti giocatori del Mondo. Al Milan arrivano Gullit e Van Basten, il Napoli prende Careca, l'Inter il giovane Vincenzo Scifo, la Juventus il gallese Ian Rush, dopo il ritiro di Platini. 

Fra le società più attive c'è anche la Roma di Dino Viola, che con l'addio di Pruzzo porta nella capitale dal Werder Brema il centravanti Rudi Völler. Ma oltre all'acquisto del tedesco, pagato 5 miliardi e mezzo di Lire, arriva un affare a sorpresa: dalla Juventus, infatti, i giallorossi prelevano il centrocampista-libero Lionello Manfredonia.

La somma versata alla Vecchia Signora è di 3 miliardi e il suo sbarco dall'altra parte del Tevere finisce per costituire il caso dell'estate. Non tanto per la cifra con cui viene pagato il suo cartellino, quanto per i trascorsi del giocatore con gli accerrimi rivali della Lazio e il suo coinvolgimento nello scandalo del calcioscommesse.

Nato a Roma, nel quartiere Parioli, il 27 novembre del 1956, Manfredonia cresce infatti calcisticamente con la Lazio, con cui debutta in Serie A a 19 anni da libero. In quel ruolo cresce e si afferma in biancoceleste, approdando nel 1977 anche nella Nazionale maggiore di Enzo Bearzot, dopo aver indossato anche la divisa azzurra dell'Under 21. 

Ma da quel momento i fatti per lui volgeranno in breve tempo in senso pesantemente negativo: dopo 4 presenze con l'Italia, litiga con il Ct. e non vede più la Nazionale dopo aver fatto parte della rosa azzurra ai Mondiali del 1978.

Nel 1980 per la combine di Milan-Lazio è coinvolto assieme all'amico fraterno Bruno Giordano, a Wilson e Cacciatori nello scandalo cosiddetto del Totonero. I quattro giocatori biancocelesti vengono arrestati subito dopo la fine della partita Pescara-Lazio del 23 marzo e condotti a Regina Coeli con l'accusa di truffa.

Manfredonia è squalificato per 3 anni e 6 mesi, la sua carriera di fatto compromessa. Riprende a giocare nell'autunno del 1982, dopo oltre 2 anni di assenza dai campi, per il condono deciso dalla FIGC dopo la vittoria dell'Italia ai Mondiali di Spagna 1982. Avanzato nel ruolo di mediano, ritrova progressivamente la condiziona e con Giordano riporta la Lazio in Serie A nel 1983.

Dopo altre 2 stagioni in Serie A con la maglia biancoceleste, quando la squadra retrocede in Serie B nel 1985, Manfredonia passa alla Juventus e con Giovanni Trapattoni in panchina vince la Coppa Intercontinentale e lo Scudetto.

Al termine di un'altra stagione deludente per i bianconeri sotto il profilo dei risultati, in cui sotto la guida di Rino Marchesi il centrocampista romano arriva però a segnare 9 reti fra campionato e Coppa Italia (suo primato in carriera), ecco la proposta della Roma e la decisione di far ritorno a casa sua, ma con l'altra maglia, quella della Lupa.

Se lo zoccolo duro della squadra, formato da Bruno Conti, Sebino Nela e Giuseppe Giannini, accoglie positivamente il nuovo arrivato, i tifosi giallorossi, in particolare gli ultras, non gli perdonano il suo passato. Ne nasce così una dura contestazione.

Succede addirittura che il CUCS (Commando Ultrà Curva Sud) si spacchi in due, e nasca il G.A.M.,ovvero il Gruppo Anti-Manfredonia, chiaramente contrario all'arrivo del giocatore, che non manca di rivendicare la sua opposizione all'acquisto di un'ex bandiera della Lazio con striscioni talvolta pesanti e indecorosi.

Il culmine della tensione si verifica durante la gara contro il Genoa, in Coppa Italia a settembre, quando le due fazioni del vecchio CUCS, pro e contro Manfredonia, si scontrano: un tifoso, Marco Biagiotti, con l'unica colpa di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, viene accoltellato. La tensione in curva durerà ancora per qualche mese.

Intanto Manfredonia, in una situazione complessiva certamente non semplice, chiude il primo anno di Roma con 28 presenze e 3 goal in campionato e 2 goal in 7 presenze in Coppa Italia. La Lupa, sotto la sapiente guida di Nils Liedholm, chiude con un brillante 3° posto finale il proprio campionato. Meno brillante, anche a livello personale, la stagione 1988/89, con 42 presenze totali fra Serie A, Coppa UEFA e Coppa Italia e un solo goal con un bel colpo di testa il 30 aprile contro il Como.

La Roma perde lo spareggio UEFA con la Fiorentina, punita dall'ex Pruzzo, e si prepara a un 1989/90 di ricostruzione. In panchina approda Gigi Radice, e i giallorossi lottano per un piazzamento che consenta il ritorno in Europa nella stagione successiva.

I giallorossi sono protagonisti di un ottimo girone di andata e il 30 dicembre 1989 arrivano a giocarsi il 2° posto al giro di boa in una contesa a tre con Inter e Sampdoria. La Lupa è impegnata al Dall'Ara contro il Bologna, i nerazzurri in casa con l'Udinese, i blucerchiati sempre in casa con la Cremonese.

A Bologna, quella domenica pomeriggio, fa un freddo polare e la temperatura è sotto lo zero. Radice schiera Cervone, Berthold, Nela, Di Mauro, Manfredonia, Comi, Desideri, Bruno Conti, Völler, Giannini e Rizzitelli. Manfredonia agisce da centrale difensivo accanto al libero Comi, e ha il compito di marcare proprio il suo amico di una vita, Bruno Giordano, centravanti dei felsinei.

Al 6' di gioco, però, accade qualcosa che lascia tutti senza fiato e fa temere il peggio. Manfredonia anticipa di testa Giordano, ma la palla scivola sulla sinistra. Il difensore rincorre il suo avversario, quest'ultimo lo salta e Desideri chiude in calcio d'angolo. Ma proprio in quel momento Manfredonia, a palla lontana, mentre sta riportandosi al centro dell'area di rigore, senza che nessuno lo tocchi, si accascia per terra.

Saranno gli ultimi istanti di carriera del calciatore romano. Seguono attimi di paura molto concitati. Manfredonia perde subito i sensi e ha la bocca chiusa e gli occhi spalancati. Il suo amico Giordano è fra i primi a prestargli soccorso.Il massaggiatore della Roma, Giorgio Rossi, gli apre le mascelle serrate grazie a un particolare tipo di forbici, dette di Hemark, con una specie di picchio che può creare un varco e aprire la bocca. A quel punto il dottor Ernesto Alicicco, medico dei giallorossi, gli pratica prima il massaggio cardiaco, poi la respirazione bocca a bocca.

Il cuore riprende a battere, ma la situazione resta critica. In tre minuti l'unità di rianimazione dello Stadio, denominata 'Bologna soccorso', adagia Manfredonia su una barella e dopo averlo avvolto in una coperta, parte in tutta fretta verso l'Ospedale maggiore di Bologna. Sono le 14.42.

In campo la gara prosegue, con Radice che inserisce al suo posto Stefano Pellegrini. Il Bologna va in vantaggio al 51' con un autogoal di Nela, in zona Cesarini Völler pareggia e fissa il risultato sull'1-1. La squadra capitolina al giro di boa è 3ª a pari merito con la Sampdoria, che ha pareggiato a sua volta a Marassi, con l'Inter, vittoriosa 2-0 sull'Udinese, che la spunta nella volata per la 2ª posizione. La vera partita si gioca però al nosocomio di Bologna, dove Manfredonia è in precario equilibrio fra la vita e la morte.

Durante il tragitto per l'Ospedale maggiore, infatti, il cuore di Lionello si ferma di nuovo. Giunti finalmente all'Ospedale maggiore, il dottor Franco Naccarella utilizza il defibrillatore, e riesce a farlo ripartire soltanto alla quinta scarica elettrica. Manfredonia è in coma, e gli vengono praticate a tempo di record cure anti-infarto (che è così scongiurato, ma lo si saprà solo più tardi).

Subito al suo capezzale accorre la sua seconda moglie, Carolina, dopo la partita si precipitano anche il suo grande amico Bruno Giordano e ad altri due giocatori del Bologna legati al calciatore romano, Antonio Cabrini con la moglie Consuelo e Massimo Bonini, questi ultimi due compagni di squadra ai tempi della Juventus.

Dopo ben 42 ore di coma, alle 8 del mattino del 1° gennaio 1990, Lionello Manfredonia si risveglia, è lucido e sta bene. I medici sono riusciti nel miracolo, potrà condurre una vita normale anche se la carriera da calciatore può considerarsi di fatto terminata. 

"Essendo andato in coma tre giorni ho dimenticato quello che era successo subito prima e subito dopo l'accaduto. Ricordo solo il treno che da Roma ci portava a Bologna", dichiarerà Mandredonia.

Venti giorni dopo, la coronarografia escluderà che l'arresto cardiaco sia stato determinato da infarto, e si ipotizza che il malore di Manfredonia sia stato causato dal freddo pungente o da una situazione di stress, oppure, ancora, da problemi di tipo elettrico.

"L'esame - spiega a 'La Repubblica' il primario dell'Ospedale maggiore di Bologna, Daniele Bracchetti - esclude che si sia trattato di infarto. Non ci sono cicatrici nel cuore, le arterie coronariche sono indenni, non ci sono lesioni, non c'è stenosi. Perciò d'infarto non si parli più, si è fatta molta confusione intorno a questa parola. Io quel giorno riscontrai soltanto dei segni evidenti di infarto: l'arresto cardiaco avvenuto per fibrillazione ventricolare, con conseguente insufficiente apporto di sangue al cuore del calciatore. Una specie di infarto, insomma. Un principio di infarto, ma non è la stessa cosa. E poi l'aritmia, il quadro elettrocardiografico generale".

"Ma la medicina è fatta anche di osservazioni continue sul malato e dunque sugli sviluppi della patologia. - prosegue il medico - Così il giorno dopo, il quadro era già regredito, i sintomi erano rientrati. Più difficile ora è risalire alle cause di ciò che è successo, darne un'interpretazione plausibile.Forse c'è stato uno spasmo, forse i fattori causali son stati diversi. Ci dirà di più lo studio elettrofisiologico che condurremo sul giocatore tra qualche tempo: servirà per stabilire se c'è disordine nell' attività elettrica del cuore di Manfredonia. Se questo esame darà ancora esito negativo, entriamo nell' imponderabile. Lo stress, la corsa, il freddo, chissà. Difficilmente si troverà una spiegazione definitiva. Il caso è troppo singolare. Manfredonia è un uomo sano".

Manfredonia non avrà più problemi cardiaci, ma non metterà più piede in campo. La sua carriera si chiude a 33 anni, Non si saprà mai esattamente cosa abbia provocato l'arresto cardiaco del calciatore.

"Non ho mai approfondito lo stop, - dirà Lionello a 'Il Giornale' nel 2012 - neanche a posteriori. Mi parlarono di arresto cardiaco, senza infarto. Poi di sincope vagale, non c'è mai certezza, anche di fronte alla diagnosi... Mi hanno revocato l'idoneità sportiva, la carriera era già agli sgoccioli, a 33 anni, poi non ho mai presentato ricorso. Feci tanti esami, in quell'ospedale del ricovero, ma il cuore era a posto". 

Appesi gli scarpini al chiodo, ricevuto finalmente dai tifosi giallorossi il giusto tributo dopo le aspre contestazioni, diventa dirigente.

"Avevo un contratto ancora di due anni con la Roma. - spiega al 'Corriere dello Sport' - Ci mettemmo d'accordo con il presidente Dino Viola, mi ha messo a capo del Settore giovanile, e da lì ho cominciato a fare il Direttore sportivo partendo da Cosenza".

Lavorerà anche con il Cagliari, il Vicenza e l'Ascoli, prima di diventare nel 2004 agente FIFA. Negli ultimi anni è stato responsabile del Settore giovanile del Brescia dal luglio 2015 all'agosto 2017 e successivamente di quello del Lanerossi Vicenza. Senza più i colpi di scena di una carriera da calciatore che nel suo caso somiglia tanto alla trama di un film, chiusosi, fortunatamente, con il lieto fine.

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