Quella di Nicola Legrottaglie è stata una lunga carriera che l’ha portato a giocare ai livelli più alti. Difensore dotato di grande fisico, ma anche di un’ottima tecnica che gli conserva di uscire palla al piede e testa alta, è arrivato a vestire le maglie di club importanti come Juventus e Milan e a rappresentare l’Italia con la Nazionale maggiore in sedici occasioni.
Legrottaglie, in un’intervista rilasciata nel corso del podcast di DAZN ‘Croquetas’, ha svelato come è nato il suo soprannome ‘Il Duca’.
“Me l’hanno messo a Modena, per il mio modo di uscire palla al piede. Io sono cresciuto come centrocampista, fino ai vent’anni ho giocato da play davanti alla difesa. Il calcio poi si evoluto, è diventato più veloce e avendo le leve lunghe ho iniziato a fare più fatica. Ci fu un allenatore, Enrico Catuzzi, che alla Pistoiese, in Serie C, mi disse che se volevo arrivare in una grande squadra e in Nazionale dovevo spostarmi in difesa. Inizialmente ero contrario, volevo andare via, ma alla prima di campionato si fanno male tutti i difensori e mi chiedono di restare per un’ultima partita: da centrale fui il migliore in campo. Mi riportarono a centrocampo solo nelle ultime due partite dei playout perché intanto era arrivato Pioli che era a fine carriera e con un ginocchio malandato, ma portava esperienza e doveva giocare lui in difesa”.
Dopo essersi messo in luce con il Chievo, nel 2003 è arrivata la chiamata della Juventus.
“Approccio ottimo, vinciamo subito la Supercoppa, ma alla Juve ho capito qual è la pressione mediatica che c’è dietro una maglia come quella. Ogni errore mi pesava e non avendo una grande esperienza alle spalle il mondo ti casca addosso. Alla Juve non puoi sbagliare due partite, tutto diventa più complicato anche tra colleghi perché vogliono vincere sempre. La cosa mi ha pesato ed ho avuto problemi, oltre al fatto che ho fatto fatica a superare una pubalgia”.
Legrottaglie ha vinto un unico Scudetto in carriera: con il Milan giocando un’unica partita.
“Arrivo la domenica felicissimo perché sono milanista ‘comprato’ da mio padre con un paio di scarpe. Ci sono andato anche per far felice lui. Prima partita, vado in campo e sento i fischi perché venivo dalla Juve, ma poi si trasformano in applausi perché gioco benissimo. Dopo una ventina di minuti Kozak mi colpisce, mi rompe la fronte, resto paralizzato per te minuti. Ho avuto tanta paura, non mi muovevo più, non stato facile ripartire, ma ho vinto lo Scudetto anche se non è facile festeggiare se hai giocato poco”.
Gli ultimi anni di carriera li ha vissuti a Catania, dove ha giocato in una squadra piena di argentini.
“Dal punto di vista tecnico non ho mai visto uno come Barrientos. Non è andato in una grande squadra perché non aveva grande costanza e disciplina mentale e fisicamente soffriva, ma dal punto di vista tecnico è stato tra i più forti che ho mai visto. In allenamento era un qualcosa di incredibile, pensava una cosa e la faceva. Una cosa che ho visto fare a pochi. Poi c’era Bergessio che straordinario. Tecnicamente era meno dotato, ma aveva un carisma ed una disciplina pazzesca. Tutti gli allenatori lo amavano. Gli argentini erano incredibili: fuori dal campo amici e nessuno poteva toccarli, in campo arrivavano a picchiarsi. Dovevi andare a dividerli”.
Legrottaglie ha disegnato quella che sarebbe la sua squadra ideale di calcio a 5, composta esclusivamente da ex compagni di squadra o di Nazionale e, tra i ‘convocati’, figura anche l’ex portiere del Siena Fortin.
“Metto Barrientos a destra, Thiago Silva dietro, Totti davanti e in porta, tra quelli che ho avuto io, Fortin. Lui giocava in porta, ma aveva piedi da trequartista. Parliamo di calcio a cinque, mi metto anche io in difesa”.
