Si gioca, non si gioca, si gioca. Ci sarebbe da ridere, se solamente l’Italia non si trovasse nella sua crisi più grande post Dopoguerra. Un danno senza precedenti, fotografato dal decreto del Governo firmato nella notte dal premier Giuseppe Conte: Lombardia e altre 14 province chiuse. Non si entra, non si esce e non ci si può muovere internamente salvo che per inderogabili e indifferibili esigenze.
Panico. Prese d’assalto le stazioni di Milano, soprattutto Garibaldi, da dove partono i treni per il centro e il sud Italia. Panico, però, anche tra i confini calcistici. Con il presidente dell’Assocalciatori, Damiano Tommasi, a rincarare la dose con un tweet mattutino: “Fermare il calcio è l’atto più utile al Paese in questo momento. Le squadre da tifare stanno giocando nei nostri ospedali, nei luoghi d’emergenza”.
Un concetto chiaro, che trova terreno fertile nei pensieri del Ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, che attraverso una nota chiede alla FIGC di sospendere la Serie A con effetto immediato. Una presa di posizione quanto meno anacronistica, considerando le tempistiche dell’ultimo decreto.
Via, allora, al teatrino di Parma-SPAL: dal fischio di inizio programmato alle 12.30 a un ritardo di 30’, salvo poi partire alle 13.45. Protagonisti, a loro malgrado, ovviamente sbigottiti. Ogni riferimento allo sfogo del centravanti degli estensi, Sergio Floccari, è puramente voluto: “Così non è possibile giocare”.
Inizia, poi, il mio derby d’Italia. Tra giornalisti e fotografi, complessivamente, siamo in 50. Al momento del ritiro dell’accredito, al primo approccio con gli steward, ci viene chiesto di consegnare un’informativa compilata e siglata. Insomma, un documento con cui la Juventus si tutela al fine di preservare la salute del proprio personale, in considerazione del rischio epidemico derivante dal coronavirus.
Semaforo verde ai canonici controlli dello Stadium, nulla di inedito se non la rilevazione della temperatura corporea con uno scanner. Solito percorso atto ad accedere alla tribuna stampa, ma con dei consigli molto chiari da rispettare: tenere la distanza di un metro dalle altre persone, non stringere mani ed evitare abbracci o altre manifestazioni d’affetto ravvicinate, lavarsi le mani con acqua calda e sapone per 21 secondi.
Distanze di sicurezza rispettate anche nelle postazioni: sono seduto al 50, mentre il mio vicino Lorenzo Bettoni, collega de il “Corriere Torino” è al 47. Il tutto, muniti di cibo – come sempre – concesso dalla Juve.
Le compagini, dopo la fase di riscaldamento, entrano in campo spalleggiati da un modus operandi che non cambia: lettura delle formazioni e inni. Ad accompagnare i giocatori, questa volta, non ci sono i bimbi. E, tra di loro, i calciatori si salutano a debita lontananza. Fischio d’inizio.
Sembra una partita alla PlayStation, con la telecronaca di Antonio Conte. È proprio la voce del tecnico leccese a spiccare: su, giù, muoviti, alzati, pressa. Insomma, l’allenatore salentino guida i suoi uomini passaggio dopo passaggio, movimento dopo movimento. Non c’è pausa, non c’è tregua. Martello.
Meno costanti, ma altrettanto altisonanti, i richiami di Maurizio Sarri si concentrano sulla natura tecnica, accompagnati da una cadenza toscana particolarmente marcata.
La Juve, dalla sua, vanta anche il supporto dello staff tecnico che, alle spalle delle “riserve”, non fa mancare applausi e consigli personalizzati. Meno rumorosa e folta la panchina nerazzurra, più propensa a gustarsi lo svolgimento del big match in silenzio.
Szczesny e Handanovic richiamano continuamente i propri compagni. E, a turno, si sentono tutti i giocatori, in pieno clima (atipico) derby d’Italia. C’è il disappunto per un passaggio errato, ma anche un invito a velocizzare la manovra suggerendo – magari – un’imbucata.
Segnano Ramsey e Dybala. Esplode la panchina juventina, capitanata dai decibel di Pinsoglio. Una domenica strana e, sicuramente, triste per la crisi vissuta dal Paese. Resa meno amara, per i tifosi zebrati, da una performance di livello assoluto.
