
Sognava di sfondare in Serie A come prima di lui avevano fatto tanti altri talenti sudamericani. Ma un terribile incidente avrebbe segnato per sempre la sua carriera da calciatore e, in generale la sua vita.
Julio Valentin González nasce ad Asunción, in Paraguay, il 26 agosto 1981. Inizia a giocare a calcio nelle Giovanili del Club Nacional prima e del Guaraní poi, con cui debutta a soli 19 anni in Prima squadra nel 2000. Centravanti molto alto e dalle lunghe leve (è alto un metro e 91 centimetri per 81 chilogrammi) il suo impatto con il calcio professionistico è devastante, visto che il ragazzo realizza subito 17 reti in 29 presenze e attira su di sé le attenzioni di un club italiano, il Vicenza.
Appena retrocessi in Serie B, i biancorossi provano a ricostruire una rosa valida per tornare negli anni seguenti nel massimo campionato e in attacco decidono di puntare sul giovane paraguayano. Il primo anno di Julio González in Italia è però complicato, il tecnico Andrea Mandorlini lo ritiene ancora acerbo per il calcio italiano e non lo fa scendere mai in campo. Julio gioca così con la Primavera e poi torna in Sudamerica per accrescere la sua esperienza.
Gioca allora in prestito con l' Huracán in Argentina, poi in patria con il Tucuary e di nuovo con il Club Nacional, prima di tornare al Vicenza nel mercato invernale della stagione 2004/05. Sotto la guida di Maurizio Viscidi e Gianfranco Bellotto è la riserva di Schwoch e Margiotta, ma riesce comunque a ritagliarsi il suo spazio e segna 3 reti in 23 presenze.
Il 2004 è comunque il suo anno d'oro visto che disputa la Copa America con il Paraguay, riuscendo anche a segnare un goal nella vittoria del Girone contro il Brasilie (2-1) e soprattutto si piazza al 2° posto con la Albirroja alle Olimpiadi di Atene, perdendo di misura la finale contro l'Argentina di Tevez, Saviola e Mascherano.
Nel 2005/06, tuttavia il nuovo tecnico biancorosso, Giancarlo Camolese, ne fa il suo terminale offensivo ideale e Julio González esplode in Serie B. Nei primi 6 mesi l'attaccante paraguayano va in goal 8 volte in 15 partite giocate, e sogna l'approdo in Serie A con la squadra biancorossa o con un top club. E infatti la Roma batte sul tempo le altre società e gli fa firmare un precontratto per la stagione successiva.
GettyIl sogno del centravanti paraguayano però svanisce drammaticamente sul più bello il 22 dicembre 2005. Julio accompagna all'aeroporto di Venezia il suo compagno di squadra Ruben Gerardo Grighini, che deve partire per il Sudamerica per trascorrere in famiglia il Natale. Ma lungo l'autostrada A4, fra gli svincoli di Grisignano (VI) e Padova Ovest, all'altezza del comune di Mestrino, verso le 5 del mattino l'auto su cui viaggiano i due calciatori, una Bmw X5, va a scontrarsi violentemente prima contro un camion Iveco Megirus condotto da un quarantaduenne di Monza, e successivamente contro un'autocisterna Volvo guidata da un trentunenne di Mantova, fermandosi infine sulla corsia di sorpasso, a ridosso del guard rail centrale.
Nello schianto è coinvolta anche una Fiat Stilo, che sopraggiungeva dietro ai primi tre mezzi. La Bmw nel tremendo impatto con l'autocisterna, si accartoccia come la brutta copia di un compito in classe e il braccio sinistro dell'attaccante resta incastrato fra il sedile di guida e lo sportello, oltre che schiacciato dal peso del proprio corpo, similmente a quanto accadrà qualche anno dopo al pilota polacco Robert Kubica in Formula Uno.
Ruben riesce in qualche modo a uscire dalla vettura, in stato di shock, chiede aiuto e riesce a far fermare un auto. Se i conducenti dei mezzi pesanti e della Stilo sono illesi, e Grighini è dolorante ma sembra potersela cavare, le condizioni dell'attaccante del Vicenza appaiono invece da subito molto serie. Quando arrivano i soccorsi, infatti, Julio González ha perso conoscenza e viene trasportato d'urgenza all'ospedale di Padova.
Grighini se la cava invece con la frattura del perone. Le 24 ore che seguono sono drammatiche e il filo che separa la vita e la morte è sottilissimo. L'attaccante paraguayano è sottoposto infatti ad una trentina di trasfusioni sanguigne, ma a un certo punto si rende necessario l'intervento chirurgico. González passa così 12 ore sotto i ferri, con tre equipe chirurgiche che gli riattaccano l'arto schiacciato e lo ricostruiscono. Poi, fortunatamente, i parametri vitali si stabilizzano e all'indomani dall'incidente il ventiquattrenne si risveglia dal coma.
Il suo pensiero va al compagno e amico Grighini.
"Ruben non è mica morto, vero?" , chiede.
Appreso che il suo amico è vivo e se l'è cavata, per Julio inizia un lungo percorso per cercare di tornare a star bene. Il Vicenza si stringe attorno al giocatore e tutti sperano in un epilogo con il lieto fine ma la sorte il 17 gennaio 2006 colpisce duramente per la seconda volta: un'arteria del braccio ricostruito si rompe e l'arto deve essere amputato. Il bollettino medico raggela tutti, ma non il diretto interessato, che nel momento più difficile della sua vita decide di combattere e lottare fino alla fine.
A González viene dunque amputato il braccio sinistro, ma l'attaccante non si abbatte. Lo aiutano la vicinanza delle persone a lui care e la forza della sua fede cristiana.
"Gli staremo vicinissimi e lo aiuteremo a trovare la forza e il coraggio, anche se oggi ci sentiamo la morte nel cuore. - assicura il presidente del Vicenza, Sergio Cassingena, a 'La Repubblica' - Siamo sotto choc, Julio è uno della nostra famiglia e gli vogliamo tanto bene".
In ospedale va ad incoraggiarlo anche Alex Zanardi, che gli porta la sua testimonianza.
"Non arrenderti, dimostra a tutti chi sei...".
Lentamente il fisico di Julio risponde alle sollecitazioni e il paraguayano può far ritorno a casa.
"Ho capito che cosa ho rischiato - dichiara - Essere vivo è già un dono di Dio, tornare a casa e poter parlare e giocare con i miei due bambini è un dono di Dio ".
Il resto lo fanno la determinazione e il suo amore per il calcio. Nell'estate 2006 Julio è di fatto pronto per riprendersi la scena. Lavora duramente in palestra e si sottopone a test atletici molto duri e danno tutti esito positivo. Ma il freddo responso del CONI lascia tutti sgomenti e delusi: il calciatore del Vicenza non è ritenuto idoneo all'attività sportiva agonistica.
Un vero paradosso, legato esclusivamente al fatto che il ragazzo non ha più il braccio sinistro e il regolamento vieta l'uso di protesi artificiali in campo. Un cavillo burocratico che nonostante i test fisici dimostrino che Julio González può tornare a fare il calciatore, non gli permette di tornare a giocare in Italia nel calcio professionistico. Il paraguayano però, che riceve anche il premio della 'Gazzetta dello Sport', 'Il bello del calcio', istituito per ricordare Giacinto Facchetti e i suoi valori morali, anche stavolta non si arrende. Dopo aver inizialmente intrapreso una battaglia a suon di carte bollate, nel luglio 2007 decide di lasciare l'Italia per coronare il sogno di tornare in campo.
Così saluta il Vicenza e accetta la proposta del Tucuary di Asunción, a casa sua, dove i regolamenti sono meno rigidi. Il sogno si realizza il 16 novembre del 2007, a meno di due anni dall’incidente. Julio González si dimostra più forte del destino e ritrova il campo nel derby con l'Olimpia Asunción, in cui gioca per un'ora senza alcuna protesi nel braccio mancante. E tutti si rendono conto della sua forza, fisica e d'animo.
"Ho provato una gioia immensa e tanta soddisfazione. - ha rivelato a 'Gianludimarzio.com' nel 2017 - Dopo qualche mese di allenamento tornare in campo, sentire quei suoni, l'odore del prato, quella adrenalina unica, è stata una cosa meravigliosa. Una gioia immensa mista all'orgoglio di avercela fatta, di essere tornato un professionista".
"Ho passato momenti molto difficili nella mia vita - sottolinea dopo la gara - ma non ho mai smesso di credere in Dio e ora mi dà un'altra volta l'allegria e la possibilità di fare quello che più mi piace: giocare a calcio [...]. La mia famiglia mi ha appoggiato in tutto ed io ho fatto tutto quello che era possibile per realizzare questo sogno".
Nel 2008 fa un'ulteriore esperienza con il Presidente Hayes ma poi decide di appendere definitivamente gli scarpini al chiodo in seguito ad un infortunio alla clavicola, e intraprende la carriera da allenatore, oltre a diventare responsabile del progetto sociale Inter Campus in Paraguay.
"Dopo aver provato nella Serie A paraguaiana e aver disputato un intero campionato di B, mi sono fermato quando mi sono rotto la clavicola. - ha spiegato a 'La Gazzetta dello Sport' - Il fatto di non avere il braccio mi lasciava senza protezione e ogni volta che cadevo mi facevo male alla spalla. Per ora mi occupo di bambini, seguo i ragazzi di Inter Campus qui in Paraguay e ho preso il patentino. Diciamo che l’idea è quella di ottenere da allenatore tutto quello che non ho potuto conquistare da calciatore".
" Il sogno rimane sempre quello di allenare in Italia - rivela nell'intervista del 2017 - di poter un giorno tornare e fare il corso a Coverciano per prendere il patentino. In Paraguay l'ho già fatto, ho anche allenato in serie B, e adesso la mia speranza è quella di fare lo stesso percorso in Italia. Partire dal settore giovanile e arrivare fino a dove Dio deciderà. Vorrei trasmettere quella voglia di vincere e di vivere che porto sempre dentro di me, quella forza che mi ha portato ad andare avanti. Intanto il progetto Inter Campus con i bambini procede bene, e sono già 300 quelli che possono allenarsi gratuitamente".
Senza mai dimenticare il travaglio del post incidente e chi ogni giorno lotta con la malattia o con il dolore.
"A chi si trova a superare grandi difficoltà dico di lottare sempre e comunque, qualsiasi cosa ci capiti perché la cosa più importante che abbiamo è la vita stessa. Io ringrazio Dio ogni giorno. Dopo quello che ho passato per l'incidente, dove ho rischiato di morire, vivo ogni istante, anche le piccole cose, molto intensamente. Benché la vita possa darci dei colpi e possa ferirci, noi siamo più forti".
