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Jose Antonio Reyes GFX

José Antonio Reyes, la ‘Perla di Utrera’: i trionfi, il ‘sevillismo’ e la morte prematura

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“Non sono nato a Siviglia, ma morirò sivigliano e sevillista”.

Ivan Rakitic è nato a Rheinfelden, in Svizzera, ed ha nazionalità croata, ma come molti tra coloro che hanno vestito la maglia del Siviglia, ha assorbito il ‘sevillismo’ ed è a sua volta stato assorbito dal ‘sevillismo’.

Per chi ha ha cuore la squadra dei ‘Nervionenses’, il ‘sevillismo’ è più di una filosofia: è un modo di vivere. E’ tutto ciò che ha a che fare con il Siviglia ed è soprattutto identità. Un qualcosa di così sentito che spesso porta ad essere super critici e a vedere il bicchiere mezzo vuoto anche se trabocca, ma anche di così profondo dal riuscire a spingere la propria squadra fin dove da sola non sarebbe mai arrivata.

Sevillismo’ anteposto al ‘Beticismo’. Se sei di Siviglia devi tifare per il Siviglia o per il Betis, non ci sono alternative. Non è possibile avere a cuore contemporaneamente i ‘Rojiblancos’ e ‘Verdiblancos’ e fondamentalmente è giusto che sia così: è troppo grande la rivalità tra le due squadre e troppo diverso il modo in cui vengono vissute e concepite dalle rispettive tifoserie.

Eppure paradossalmente, uno dei più grandi idoli del ‘sevillismo’, doveva essere destinato, almeno nelle idee e nei desideri di suo padre, al ‘beticismo’. Sì perché uno dei grandi sogni di Francisco Reyes è sempre stato quello di vedere suo figlio José Antonio con la maglia biancoverde addosso.

Che il piccolo Reyes avesse qualità fuori dal comune, nella sua Utrera, l’hanno capito fin da quando era bambino. Quando partiva palla al piede non lo fermavi più e la maggior parte delle volte l’azione si concludeva con un goal accompagnato dallo sguardo attonito di ragazzini che si chiedevano come potesse Antoñito fare delle cose che per loro non erano nemmeno immaginabili.

José Antonio Reyes ha sempre avuto le stigmate del talento, ma ‘purtroppo’ per papà Francisco ad accorgersene prima di tutti saranno gli osservatori del Siviglia. Si unirà a quello che diventerà il club della sua vita ad appena dieci anni, immaginandosi ogni giorno, lungo i quaranta chilometri di strada che dividevano casa sua dal campo di allenamento, protagonista nei più importanti stadi del mondo.

La sua trafila nel settore giovanile è di quelle brevi, e non potrebbe essere altrimenti. E’ così forte che lo fanno giocare sempre con i ragazzi più grandi ed è di questo passo che già a sedici anni fa il suo esordio in Primera División. Lo fa nel gennaio del 2000 in una partita persa contro il Real Saragozza e poco importa se la sua squadra stia andando così male da essere già praticamente condannata alla retrocessione. Lui ormai un posto nella storia del suo Siviglia se l’è già guadagnato: mai un ragazzo così giovane aveva vestito la maglia rojiblanca in una partita ufficiale.

Jose Antonio Reyes SevillaGetty

Diventerà realmente protagonista in prima squadra solo una volta che i ‘Nervionenses’ saranno tornati nel massimo campionato e da lì in poi sarà spettacolo puro.

Mancino naturale, Reyes è rapido, tecnicamente dotatissimo e quando è in giornata è imprendibile. Viene schierato da ala destra e da quella posizione del campo si accentra per poter scatenare il suo mancino. E’ un talento straordinario, uno di quelli da portare subito in Nazionale e da aggregare ad un gruppo di giocatori dei quali si parla come di potenziali fenomeni: quel gruppo di campioni che verrà ricordato come la generazione d’oro del calcio spagnolo.

A Siviglia un gioiello come ‘La perla di Utrera’ non lo vedevano da tempo e a renderlo ancora più amato e idolo indiscusso del ‘sevillismo’ c’è un altro fattore non da poco: Reyes ama profondamente la sua squadra e punta a diventarne capitano prima e bandiera poi.

Nella vita però non tutto va secondo programma e nel gennaio del 2004 Reyes si trova a che fare i conti con questioni che con il cuore poco hanno a che fare. Il suo Siviglia sta vivendo una crisi economica senza precedenti e l’unico modo per rendere la situazione meno drammatica è cedere le proprie stelle.

Su Reyes si fionda l’Arsenal che mette sul tavolo qualcosa come venti milioni di euro per arricchire la collezione di campioni messa a disposizione di Arsene Wenger. La voglia di trasferirsi in Inghilterra è nulla, ma se andare via vuol dire salvare il Siviglia allora il discorso cambia. Quando gli annunceranno che l’accordo per il trasferimento è stato trovato, accoglierà la notizia con gli occhi gonfi di lacrime.

“Tra tutte le cose che ho fatto - ricorderà l’allora presidente del Siviglia José María del Nido- questa è stata la più triste in assoluto”.

Ad attendere Reyes c’è comunque una delle squadre più forti del mondo e nei pensieri di Wenger, il talento spagnolo ha tutto ciò che serve per raccogliere di lì a poco l’eredità del grande Dennis Bergkamp.

L’Arsenal di quegli anni, quello degli ‘Invicibili’, rappresenta un sogno per qualsiasi giocatore. Il gruppo dei ‘Gunners’ comprende campioni del calibro di Vieira, Pires, Henry, Campbell, Cole, Parlour e Wiltord… solo per citarne alcuni.

E’ il massimo a cui si può ambire, ma c’è un problema: Londra, soprattutto in gennaio, è molto diversa dall’Andalusia.

Reyes si trasferisce in Inghilterra con madre, padre, fratello e fidanzata al seguito, ma la cosa lo aiuta poco. Fatica ad adattarsi ad un nuovo mondo e sente terribilmente la mancanza di casa.

“Ricordo che al suo secondo allenamento trovò il campo pieno di neve - ha svelato il suo compagno di squadra Lauren - Era scioccato, mi guardò e mi disse ‘Ma cosa ci faccio qui?’”.

L’impatto è di quelli duri, ma Reyes ce la mette tutta per provare ad incidere. Quando viene gettato nella mischia dà quello che ha, e alla fine ci sarà anche del suo nel campionato vinto dall’Arsenal senza perdere una sola partita. Mai un giocatore spagnolo aveva trionfato prima in Premier League.

Proprio in Inghilterra inizia però a palesarsi un problema che accompagnerà Reyes per tutta la carriera: quando è in giornata può vincere le partite da solo, ma quando invece non lo è, diventa terribilmente arginabile.

Jose Antonio Reyes Arsenal Premier LeagueGetty Images

All’inizio della sua seconda stagione londinese, quella 2004/2005, mette in mostra tutto il meglio del suo vastissimo repertorio. Segna nelle prime sei partite, viene nominato miglior giocatore del mese di agosto della Premier League e nel solo mese di ottobre sforna quattro assist vincenti. Il Reyes triste e frastornato dei mesi precedenti è solo un ricordo sbiadito ma, proprio quando ormai sembra lanciato verso vette altissime, qualcosa si rompe.

Dalla Spagna rimbalza un video nel quale si vede Aragones avvicinarsi a Reyes nel corso di un allenamento della Nazionale e rivolgergli una frase di stampo razzista da riferire al compagno di club Thierry Henry. Scoppia un caso che in molti cercano di soffocare, ma intanto il danno è fatto.

A rendere più complicate le cose ci si mettono alcune prestazioni deludenti ed uno scherzo telefonico organizzato da ‘Cadena Cope’ nel quale racconta ad un finto Emilio Butragueño di non trovarsi bene in Inghilterra e all’Arsenal.

Le cose a Londra non vanno insomma come vorrebbe e il tutto si traduce in campo in un andamento altalenante. Nella stagione 2005-2006 è tuttavia ottimo protagonista in Champions League, ma dopo essere stato schierato sempre da titolare nel torneo, proprio in finale contro il Barcellona viene fatto accomodare in panchina. I cinque minuti di partita che gli verranno riservati non basteranno ai ‘Gunners’ per ribaltare la situazione: sul tetto d’Europa ci andranno i ‘Blaugrana’.

Ormai è chiaro che qualcosa si è rotto e sarà lo stesso giocatore a spingere per un ritorno in Spagna. Si trasferirà in prestito al Real Madrid, dove non si ritaglierà grandissimo spazio, ma risulterà comunque decisivo con una doppietta all’ultima giornata, per il sorpasso al fotofinish della squadra guidata da Capello ai danni del Barcellona.

Passerà poi all’Atletico Madrid, dove vivrà la stagione più complicata della sua carriera. I tifosi dei ‘Colchoneros’ non gli perdoneranno infatti di aver preferito un anno prima trasferirsi al Real e gli riserveranno ad ogni partita un trattamento speciale.

Quello che nessuno può immaginare è che di lì a poco diventerà un idolo assoluto anche del Vicente Calderon. Trasferitosi in prestito al Benfica, troverà in Quique Sanchez Flores un tecnico che poi lo rivorrà con forza a Madrid.

Nei successivi due anni e mezzo si guadagnerà il rispetto di tutti con prestazioni all’altezza delle aspettative e soprattutto grazie al tanto impegno che mostrerà in ogni partita.

Vincerà le sue prime due Europa League, una competizione con la quale conserverà un rapporto speciale, e risulterà anche decisivo in Supercoppa Europea segnando uno dei due goal che nel 2010 consentiranno all’Atletico di battere 2-0 l’Inter.

Quando ormai è riuscito ad entrare nel cuore di tutti a Madrid, a vincere sarà ancora una volta la voglia di tornare a casa. Nel frattempo lo spazio a disposizione si è ridotto e soprattutto il Siviglia ha palesato un interesse per il suo ritorno.

E’ ciò che aspettava da otto anni e rinuncerà a tanto denaro pur di poter apporre la firma su quel contratto che lo porterà ad essere nuovamente protagonista al Ramon Sanchez-Pizjuan.

Il Reyes che torna a Siviglia è diverso dal Reyes che l’aveva lasciata a malincuore. Il ragazzo di belle speranze ha fatto posto ad un giocatore che, alla soglia dei trent’anni, vuole coronare il sogno di diventare capitano e bandiera.

“Chi pensa che io sia venuto qui a svernare non ha capito nulla. Sono tornato al Siviglia per vincere, perché è quello che ho fatto in tutti i club nei quali sono stato”.

Vincerà tre Europa League consecutive (nessun giocatore ne ha vinte cinque complessivamente come lui), l’ultima delle quali con la fascia al braccio e da idolo assoluto. La velocità non è più quella di un tempo, ma la classe è rimasta intatta.

“José era apprezzatissimo nello spogliatoio - ha raccontato Vicente Iborra - Non era solo un grande giocatore dalla carriera incredibile, ma era soprattutto un compagno sempre pronto ad aiutarti e a darti tutto ciò di cui si può avere bisogno”.

Quando nel 2016 Reyes lascerà per la seconda volta il Siviglia, lo farà con il rimpianto di non aver chiuso la carriera dove avrebbe voluto, ma anche con l’orgoglio di chi ha dato tutto.

“La prima volta volta sono andato via in lacrime, ma ero anche felice perché sapevo che con la mia partenza avrei aiutato il club a riprendersi dal punto di vista economico - ha scritto in una toccante lettera di congedo - Sapevo che sarei tornato e così è stato.
Il mio desiderio era quello di restare in questa grande famiglia e di chiudere la carriera lì dove l’avevo iniziata, ma con mio grande dispiacere non ho altra scelta che andare via di nuovo.
Lo faccio nuovamente con le lacrime negli occhi e vorrei che mi ricordaste come uno che ha combattuto fino alla fine per questa maglia.
Per tutta la vita è stata questa la mia squadra e la porterò con me nel cuore ovunque andrò.
Grazie a tutti per il supporto che mi avete dato, senza di voi non sarei ciò che sono oggi. Sono orgoglioso di aver alzato al cielo un trofeo da capitano, è ciò che tanto desideravo”.

Reyes ripartirà dall’Espanyol, poi scenderà in Segunda Division per vestire il biancoverde (non quello del Betis come avrebbe voluto il padre) del Cordoba. Proverà poi un’esperienza in Cina, in seconda divisione con lo Xinjiang Tianshan Leopard e poi, sentendo ancora il bisogno di tornare a casa, si legherà nel febbraio del 2019 all’Extremadura.

Il desiderio di casa, quella sensazione che l’ha accompagnato per una carriera intera e che lo accompagnerà anche nel suo ultimo viaggio. Dopo un allenamento, sapendo che non avrebbe giocato la partita successiva, decide di far ritorno ad Utrera per seguire con i suoi cari la finale di Champions League che avrebbe visto protagoniste Tottenham e Liverpool.

Con lui ci sono i cugini Jonathan e Juan Manuel e quando ormai mancano soli pochi chilometri all'arrivo a casa, la Mercedes sulla quale viaggiano sbanda, esce di strada e prende fuoco.

José Antonio Reyes perde la vita a trentacinque anni insieme a suo cugino Jonathan, mentre Juan Manuel verrà trasportato in ospedale in gravi condizioni.

La notizia si abbatte sul mondo del calcio come il più forte dei pugni nello stomaco. Quello che doveva essere un giorno di festa si trasforma in un giorno di lutto e prima della finale di Champions League verrà rispettato un minuto di raccoglimento per un giocatore che, dopo essere riuscito a seminare tanti avversari, si è dovuto arrendere al più duro di tutti: il destino.

Jose Antonio ReyesGetty

La camera ardente verrà allestita al Ramon Sanchez-Pizjuan e a Reyes, nel morire, riuscirà la cosa forse più grande: unire ‘sevillismo’ e ‘beticismo’.

Tanti saranno infatti i tifosi del Betis che vorranno rendergli omaggio, a dimostrazione del fatto che fondamentalmente si è avversari… ma solo fino ad un certo punto.

“Ha saputo conquistare i tifosi del Betis perché non ha mai parlato male del Betis - ha spiegato il padre Francisco - Lui aveva amici tra i tifosi dell’una e dell’altra squadra e inoltre sapeva che io vedevo le partite del Betis”.

Nel momento in cui è venuto a mancare l’uomo José Antonio, è nato il mito Reyes. Ha conquistato il cuore dei tifosi del Siviglia seguendo quel motto che si era tatuato sul braccio: “Non importa quante volte cado, ma quante volte mi alzo”.

La ‘Perla di Utrera’ è caduta tante volte e altrettante si è rialzata. La cosa forse lo ha limitato non portandolo a diventare il fenomeno che sarebbe potuto essere, ma provate a chiedere ad un ‘sevillista’ chi era José Antonio Reyes… e ascoltate cosa vi risponderà.

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