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Gianni De Biasi AlbaniaGetty

Gianni De Biasi e la favola Albania: una ‘Cenerentola’ a Euro 2016

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Sarmede è a circa mezzora di macchina da Treviso ed è un comune di poco più di tremila abitanti, non lontano dalla foresta del Cansiglio, il cuore verde del Veneto che, adagiato in collina, osserva il mondo circostante con gli occhi incantati di un bambino.

Sulle pareti di molte delle sue case e anche degli edifici pubblici sono dipinte le immagini di scene di vita contadina, di poesie e storie di vario genere, oltre che delle più famose leggende locali.

E’ insomma un posto particolare, che ha trovato in Stepan Zavrel, un cecoslovacco che nel 1982 si è trasferito nella frazione di Rugolo, una figura capace di contagiare le persone del posto con la sua magia. Era uno scrittore, pittore e illustratore che, dopo essere partito da Praga, aveva portato la sua arte in giro ovunque, prima di trovare in quell’angolo di mondo il suo piccolo paradiso nel quale attrarre altri artisti.

Illustrava libri per bambini ed era anche molto famoso e fu proprio da una sua intuizione che nacque la ‘Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’Infanzia’, un evento che oggi è tradizione e che ha fatto di Sarmede il ‘Paese delle Fiabe’.

Chi viene da quelle parti deve insomma avere una certa confidenza con le favole e lo sa bene anche Gianni De Biasi che da Sarmede è partito per scrivere la sua di favola. Non l’ha fatto utilizzando carta, penna o colori, bensì uno strumento che ha imparato a conoscere fin da bambino: il pallone.

E’ stato un buon giocatore che è arrivato anche ad un soffio dall’esordire con la maglia dell’Inter, ma è da allenatore che si è tolto le soddisfazioni più importanti. E’ partito dal basso, dalla panchina delle giovanili del Bassano, e da lì ha iniziato un lungo cammino che l’ha portato ad attraversare tutte le categorie fino alla Serie A e a costruirsi una solida fama di tecnico affidabile. E’ uno di quelli ai quali mettere in mano una squadra potenzialmente da promozione, o magari al quale affidare il compito di condurre in un porto sicuro gruppi risucchiati dal vortice di stagioni complicate.

Un allenatore di quelli bravi, che in molti definiscono di ‘provincia’. Un tecnico che il risultato l’ha più delle volte portato a casa, ma che non si è mai guadagnato la chiamata di una big. Un pragmatico, uno che pensa al risultato e che non si offende se gli viene dato del contropiedista e questo anche perché nel contropiede si può scorgere qualcosa di divertente.

De Biasi la sua favola l’ha ambientata nel più improbabile dei luoghi, ovvero l’Albania, ed i protagonisti delle vicende raccontante dalla sua storia non sono principi, cavalieri, regine o fate, bensì uomini di calcio chiamati Berisha, Hyasaj, Cana, Xhaka, Lila, Vila, Ujkani e Kukeli. Solo per citarne alcuni.

Il 2011 volge ormai al termine quando lo chiama Armand Duka, il presidente della Federazione calcistica albanese per proporgli un progetto. La FSHF è alla ricerca di un allenatore che prenda il posto dell’esonerato Josip Kuze e che plasmi una Nazionale chiamata a togliersi delle soddisfazioni.

De Biasi, che è reduce da una breve e deludente parentesi all’Udinese, che non allena da oltre un anno e che ha trascorso gli ultimi mesi non su un campo di allenamento, ma dietro ad un microfono per il commento tecnico delle partite di Europa League, non ci pensa su due volte e prende il primo volo per Tirana.

“Molti colleghi mi chiesero se ero sicuro della decisione di allenare l’Albania - spiegherà alla ‘BIRN’ - Alcuni mi hanno consigliato di prendermi più tempo per valutare la situazione, ma io ho deciso in fretta. Per me è stata come una specie di avventura”.

Quello nel quale approda De Biasi è un Paese senza grande tradizione calcistica. La sua rappresentativa, quella delle ‘Shqiponjat’, ovvero le ‘Aquile’, non ha mai preso parte ad un grande torneo internazionale e all’orizzonte non si intravedono possibilità che facciano pensare a exploit.

Il tecnico italiano in realtà è conscio del fatto che una nuova generazione di calciatori sta venendo su bene, quello che si deve fare è ’semplicemente’ individuarli, raggiungerli in ogni angolo d’Europa e convincerli a vestire la maglia dell’Albania.

La Federazione gli concede carta bianca e per lui i primi mesi sono soprattutto di ricerca.

“Una faticaccia - svelerà al ‘Corriere della Sera’ - Ho fatto almeno 70 viaggi in giro per l’Europa col mio vice Paolo Tramezzani, cercando chi avesse un padre o un nonno albanese. Berisha giocava al Polo Nord. Non avevamo archivi, abbiamo usato pure Wikipedia”.

L’aver setacciato tutta l’Europa porta i suoi frutti e anche se giocatori come Januzaj non si degnano nemmeno di rispondere ad una mail (“Ho scritto a lui e ai suoi parenti in inglese, francese, albanese e italiano…”), in tanti accettano la sfida.

La rosa della Nazionale delle ‘Aquile’ diventa un mix di ragazzi albanesi, altri nati e cresciuti in Svizzera che poi vengono naturalizzati e altri ancora che hanno già maturato esperienze altrove e che nemmeno pensavano di poter essere chiamati a rappresentare l’Albania.

“Molti dei miei ragazzi sono nati all'estero - racconterà a ‘Repubblica’ - Vengono da realtà differenti, vogliono rifarsi una vita. I genitori si sono trasferiti, e non per fare gli architetti o i petrolieri, sono andati via per guadagnarsi la vita con lavori umili. Per loro il calcio è riscatto. Ma c'è chi sceglie di giocare in altre nazionali, dai loro papà mi sento dire: sì, l'Albania, ma tu cosa mi offri? La mia considerazione e la maglia del tuo Paese, questo offro. Altro non ho”.

Quello creato è un gruppo insomma eterogeneo, ma la cosa non rappresenta un problema, anzi semmai è un punto di forza. Alla voglia di riscatto, non solo calcistica ma anche sociale, si uniscono nuove conoscenze tattiche, fantasia e modi diversi di percepire il mondo del pallone. L’Albania insomma, per anni ’sorella povera’ delle grandi Nazionali dell’Est, scopre nuovi orizzonti che raccontano di un qualcosa di completamente nuovo.

Gianni De Biasi AlbaniaGetty

L’esordio sulla panchina dei ‘Kuq e zinjtë’ (i ‘Rossoneri') avviene il 29 febbraio del 2012 a Tbilisi in amichevole contro la Georgia e le cose non vanno benissimo: sconfitta per 2-1.

Da lì in poi però ci sono alcuni mesi a disposizione per sistemare le cose e già nelle due gare successive contro Qatar e Iran arrivano le prime piccole soddisfazioni: due vittorie ancora in amichevole. Le gare che contano davvero, quelle ufficiali, sono quelle che mettono in palio una qualificazione ai Mondiali del 2014 e sebbene la squadra non riuscirà ad andare oltre ad un quinto posto nel proprio girone, saranno proprio quelli i test che serviranno ad oleare al meglio i meccanismi e ad affrontare con maggior spigliatezza il cammino che conduce a Euro 2016.

Sì perché De Biasi ha impiegato pochissimo tempo a capire che la sua Albania non è frenata solo da aspetti puramente tecnici. La sua squadra non è ambiziosa e non sembra volersi spingere oltre. Il fatto di aver vissuto per anni nella ‘periferia del calcio’, ha creato una sorta di blocco che alla lunga si rivela essere l’avversario più ostico da battere.

Quando la squadra si scioglie, in tanti iniziano a scorgere qualcosa di promettente, ma mentre in molti si inizia a fare largo un sogno, ci pensa un sorteggio, quello delle qualificazioni ai Campionati Europei, a riportare tutti sulla terra.

“Un girone dell'horror. Farei a cambio con chiunque. Non bastava il Portogallo, a ottobre ci aspettano la Danimarca e la Serbia, peraltro 15 anni dopo la guerra in Kosovo”.

Le possibilità di qualificarsi per Euro 2016 sono oggettivamente poche, ma il 7 settembre 2014 accade qualcosa di imprevedibile che cambia in qualche modo gli scenari: nel primo match del cammino di qualificazione, l’Albania si impone per 1-0 sul campo del Portogallo (che poi quegli Europei li vincerà) grazie ad una sforbiciata di Bekim Balaj (al suo primo goal in Nazionale).

I primi tre punti sono messi in cascina e subito dopo arriva anche quello ottenuto contro la Danimarca. Il 14 ottobre 2014 si vola poi a Belgrado per affrontare la Serbia e la partita si trasforma in un incubo. Il calcio lascia spazio a vecchi rancori e a cose che con lo sport nulla hanno a che fare, a dimostrazione del fatto che sotto la cenere lasciata dalla Guerra dei Balcani c’è ancora un fuoco che arde. A vincere è la violenza, ma all’Albania viene assegnata una vittoria a tavolino di quelle pesantissime e che in qualche modo regala una gioia.

“Noi, 35 persone, contro 27mila spettatori. Dentro lo stadio aspettavano una scintilla, una qualunque, per esplodere”.

I ‘Kuq e zinjtë’ chiudono il 2014 da imbattuti in gare ufficiali e forti della sensazione che il vento possa spingerli lontano.

Nel marzo del 2015, con la squadra terza nella classifica del suo girone, il tecnico riceve direttamente in ritiro dalle mani del presidente della Repubblica Bujar Nishani il ‘decreto presidenziale per la cittadinanza albanese’. E’ il riconoscimento più grande che si possa ricevere, è quello che racconta di un uomo adottato da una Nazione intera. Il giorno dopo la sua squadra otterrà una vittoria contro l’Armenia che vale platino.

I punti in cascina sono ormai abbastanza per sognare in grande ed il successivo pareggio ottenuto in Danimarca spingerà la squadra lì, ad un metro dall’impensabile. Quando ormai non si attende altro che quell’ultimo successo che può voler dire Europei, qualcosa però incredibilmente si inceppa. La squadra avverte ‘il peso della storia’ e si blocca sul traguardo. Perde in casa contro il Portogallo e la Serbia, ma quando nella partita decisiva, quella in casa dell’Armenia, il risultato a disposizione sarà uno solo, l’Aquila tornerà a mostrare gli artigli: a Yerevan si vince 3-0 e il secondo posto nel Gruppo I diventa matematico. L’Albania vola a Euro 2016.

Il giorno dopo, all’aeroporto ‘Madre Teresa’ di Tirana, ci sarà una folla festante ad accogliere i nuovi eroi di un Paese che, anche dal punto di vista calcistico, può finalmente affacciarsi in Europa.

De Biasi, occhiali scuri e voce ormai andata da qualche ora, abbraccia il premier Edi Rama e gli racconta della sua gioia. Sono in migliaia ad urlare il suo nome e quello dei suoi ragazzi e a lui, che per primo ha creduto in quella scommessa, viene anche conferita la medaglia d’Onore della Nazione, una delle più importanti onorificenze che si possano riceve in Albania.

“Siamo riusciti a rendere felici tutti gli albanesi, è la più grande soddisfazione della mia carriera. Siamo stati spinti da un popolo intero. E’ meraviglioso”.

Il percorso dell’Albania a Euro 2016 si fermerà già alla fase a gironi, ma ormai la storia è fatta. Le ‘Aquile’ perdono contro Svizzera e Francia, ma alla loro prima partecipazione ad un grande torneo si tolgono la soddisfazione di cogliere la loro prima vittoria: quella per 1-0 contro la Romania.

Gianni De Biasi AlbaniaGetty

De Biasi si guadagna sul campo un posto negli annali del calcio albanese e la ovvia riconferma per le qualificazioni ai Mondiali del 2018, ma il13 giugno 2017 annuncia ufficialmente le sue dimissioni.

“Ho pensato e meditato a lungo - scriverà in una lunga lettera di congedo - e desidero comunicarvi che da oggi non sarò più il c.t. della nostra Nazionale. Mi fermo qui perché voglio pensare al bene e alla crescita della Squadra. Credo di aver esaurito il mio compito, che mi ha consentito di tirare fuori da questi ragazzi quelle qualità che nel recente passato ci hanno consentito di vivere il Sogno Europeo!”.

De Biasi avrebbe potuto chiudere qualche mese prima la sua avventura alla guida dell’Albania, se solo la FIGC avesse deciso di puntare con forza su di lui. Per settimane infatti è stato dato come grande favorito nella corsa che portava alla panchina della Nazionale Azzurra che era stata di Antonio Conte, ma la Federazione deciderà di virare su altre opzioni.

“Sì, oggi potevo essere al suo posto - racconterà a ‘La Gazzetta dello Sport’ prima di un Italia-Albania - O perlomeno questo avevo sperato, e molto, dopo aver incontrato un dirigente Figc: pensavo di essere il primo, poi improvvisamente è cambiato qualcosa e Ventura mi ha sorpassato”.

Sarebbe stato il lieto fine perfetto, ma anche nelle favole non tutto va come si vorrebbe. Resterà il tecnico che ha condotto per la prima volta la ‘CenerentolaAlbania al ballo delle ‘Grandi d’Europa’… e questo non potrà toglierglielo mai nessuno.

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