Se Mick Jagger esaltava le folle cantando sul palco, Gianfranco Zigoni le mandava in estasi con le sue giocate sul campo da calcio. La palla era il suo microfono: quando era in giornata i difensori avversari giuravano di trovarsi di fronte un fuoriclasse più forte di Pelé: dribbling sublimi, tunnel, accelerazioni brucianti con un sinistro col quale le faceva fare quel che voleva.
Spesso però il carattere ribelle e bizzarro, la passione per l'alcol, le donne e le auto prendevano il sopravvento e il campione all'improvviso ripiombava sulla terra e faceva impazzire i suoi allenatori e dirigenti. Della rockstar aveva poi il look: i capelli lunghi fino alle spalle, che tagliò soltanto perché glielo chiesero gli Agnelli.
"Nella mia vita ho un unico rimpianto - dirà - essermi tagliato i capelli alla Juve: ma ero troppo giovane, non avevo la forza di ribellarmi".
Di fatto il suo talento era secondo soltanto alla sua autostima, come testimoniamo alcune sue celebri frasi.
"Metto fuori classifica io, Pelé e Maradona perché calcisticamente siamo tre extraterrestri".
In bianconero 'L'extraterrestre' vince un Campionato primavera, uno Scudetto e una Coppa delle Alpi, alla Roma un Trofeo anglo-italiano. Debutta anche in Nazionale, giocando bene, ma nel secondo tempo si rifiuta di correre per gli altri: e la maglia azzurra non la vedrà più.
Eterno innamorato del calcio nella sua versione più pura, chiude la carriera a 43 anni nel 1987, giocando 7 anni fra i Dilettanti dopo aver lasciato il calcio professionistico.
JUVENTUS E GENOA
Gianfranco Cesare Battista Zigoni, questo il suo nome completo, nasce a Oderzo, in provincia di Treviso, il 25 novembre del 1944. Fin da ragazzo mostra un grande talento nel giocare a pallone, oltre a un carattere ribelle ed anarchico, che lo porta ad amare la libertà a dispetto delle regole ferree, da lui percepite spesso come ingiuste.
'Zigo', come lo chiamano tutti, in campo la palla la fa cantare, e inizia a giocare con il Patronato Turroni, la squadra giovanile dell'Oratorio. Qui è notato dagli osservatori della Juventus, che lo mandano a fare esperienza al Pordenone, all'epoca società satellite dei bianconeri.
Approda alla Juventus nel 1961 e inizialmente fa la spola fra Prima squadra e squadra Primavera, con cui si laurea Campione d'Italia nel 1962/63. Una delle prime partite con la Prima squadra è un'amichevole contro il Real Madrid. Leggenda vuole che il difensore addetto a marcarlo fosse José Santamaria. Zigoni lo fa letteralmente impazzire con il suo campionario di finte e tunnel, fin quando il giocatore del Real non ne può più e bestemmia, salvo poi paragonarlo a Pelé.
"Povero Santa, lui era un grandissimo stopper, - ricorderà 'Zigo' - uno dei migliori del mondo, ma quel giorno lo feci impazzire, tanto che a fine partita chiese a Sivori chi fosse quel ragazzino che giocava meglio del 'negro'. Il 'negro' (termine che in spagnolo significa 'nero', ndr), seppi dopo, era Pelé".
In partite ufficiali però inizialmente l'ala sinistra veneta trova poco spazio: in 3 anni colleziona appena 4 presenze e un goal, che arriva il 26 maggio 1963 contro la SPAL. Vince anche la Coppa delle Alpi nel 1963 senza mai scendere in campo. Seguono due anni al Genoa, dove Zigoni gioca in prestito per due stagioni, la prima in Serie A, la seconda in Serie B, e colleziona 58 presenze e ben 16 goal. Alcune sue prestazioni fanno stropicciare gli occhi ai tifosi, come quando segna una tripletta al Milan.
"Ragazzi - disse Trapattoni quando se lo trovò di fronte - Zigoni è meglio di O Rei".
GoalFuori dal campo gli piace fare serata, e ha la passione per le armi, comune a molti negli anni Sessanta e Settanta. Un giorno però un episodio a caccia gli fa cambiare idea.
"Da bambino giravo armato di fionda, - racconterà - più cresciuto tenevo sotto controllo il territorio con la carabina. Finché un giorno, a caccia, colpii un merlo, che cadde vicino a un laghetto. Mi avvicinai per raccoglierlo e incrociai il suo sguardo. Lui era ferito, ma vivo, e i suoi occhi mi dicevano: 'Brutto bastardo che non sei altro'. Mi sentii un mostro. Lo strozzai per non farlo soffrire, gettai la carabina e mi ferii volontariamente alla fronte con il filo di ferro di un vitigno. Sanguinavo. Il giorno successivo vendetti i fucili".
Tornato alla Juventus, diventa un titolare e gioca con una certa regolarità. Nel 1966/67 dà un contributo importante alla conquista del 13° Scudetto dei bianconeri con 23 presenze e 8 goal. Il suo rapporto con l'allenatore paraguayano Heriberto Herrera è turbolento: HH cerca di metterlo in riga, vanamente. Un giorno ne nasce addirittura una scaramuccia quando il tecnico prova a buttarlo giù dal letto prima delle 10 del mattino. E afferrato Herrera e chiamata la squadra, lo lascia penzolare nel vuoto per alcuni minuti.
"Cominciò lui, - ricorderà - perché mi diede a freddo un pugno sullo stomaco. A quel punto non ci vidi più: meritava una lezione".
In un'altra occasione un difensore della Lazio lo trova in giornata e per fermarlo non ha altro di meglio che strappargli i pantaloncini. Tanto che il giocatore bianconero lascia il campo in mutande.
"Con le regole di oggi, se qualcuno cercasse di fermare uno come Zigo si beccherebbe il cartellino rosso dopo cinque minuti. - ha affermato di recente - Dicono che una volta si giocava al rallentatore? Balle. Questi di oggi corrono, perché non sanno fare altro. Si chiamano 'calciatori' perché calciano tutto quello che gli capita sotto tiro. Noi eravamo 'giocatori', perché ci piaceva giocare".
L'avventura alla Juventus di Zigoni, che l'anno dopo lo Scudetto fa il suo esordio anche in Coppa dei Campioni, si conclude nel 1970, con un bilancio complessivo di 119 gare e 33 reti. Le partite avrebbero potuto essere molte di più, se non fosse per quel 'vizio' di protestare con gli arbitri che pagherà sempre a caro prezzo sul piano disciplinare.
"Ho accumulato più giornate di squalifica che goal perché non sottostavo ai soprusi degli arbitri. - dichiarerà - Dicono: bisogna credere alla buona fede di quei signori. Ma per favore, ho visto furti inimmaginabili e ho pagato conti salatissimi. Una volta mi diedero sei giornate di squalifica e trenta milioni di multa perché dissi a un guardalinee di infilarsi la bandierina proprio là. Trenta milioni degli anni Settanta: all’epoca con quei soldi compravi due appartamenti. Il prezzo della mia libertà di opinione".
L'ESPERIENZA IN NAZIONALE
Nel 1967 le sue brillanti prestazioni con la Juventus gli fanno chiamare la chiamata nella Nazionale italiana da parte del Ct. Ferruccio Valcareggi. 'Zigo' in azzurro disputa un'unica gara, ma resta a suo modo memorabile. Si gioca il 25 giugno del 1967 a Bucarest per le Qualificazioni ad Euro '68, e il bianconero parte naturalmente titolare.
"Giocai il primo tempo divinamente, - dirà - D'altronde ero il più forte... Faceva un caldo terribile. Nel secondo tempo Rivera andò a cercarsi l’ombra sotto la tribuna, e gli altri fecero più o meno lo stesso. E pensai: 'Perché io dovrei essere l’unico a correre?'. Esordiente sì, ma cretino no".
La sera prima Juliano l'aveva sorpreso a sorseggiare del whisky.
" 'Sei matto?', mi disse. Ed io: 'No, non sono matto, sono Zigo...' ".
Quella resterà l'unica apparizione in Azzurro. Precedentemente, però, aveva giocato in Nazionale Juniores con Boninsegna, che una volta si vide lanciare una palla da biliardo che per poco non lo centrò in un occhio.
"Era appena arrivato in Nazionale- ricorderà 'Zigo' -e voleva fare tutto lui: battere le rimesse laterali, le punizioni, i calci d’angolo e allo stesso tempo andare a colpire di testa. Gli ho fatto capire chi comandava".
WikipediaALLA ROMA CON HERRERA
Lasciata la Juventus, nel 1970 Zigoni si trasferisce alla Roma, dove resta per due stagioni ed è allenato dall'altro Herrera, Helenio. Si innamora della città e dei tifosi giallorossi, debitamente da loro ricambiato.
"Il momento più bello della giornata - spiegherà - era quando mi svegliavo al mattino e vedevo Roma”.
In giallorosso mette insieme 12 goal totali in 58 presenze, e contribuisce con il goal del 3-1 al Blackpool il 24 giugno 1972 alla conquista del Trofeo anglo-italiano.
Ma nella sua memoria resterà per sempre scolpito l'incontro con Pelé, quello vero, in un'amichevole giocata contro il Santos.
"Mi dico: 'Oeh, giustizia sarà fatta, oggi il mondo capirà che Zigo-goal è più forte di Pelé'. Ero convinto della cosa, mi sentivo più bravo di Edson Arantes e di tutti i suoi cognomi. Poi lo vedo dal vivo e mi prende un colpo. Madonna, che giocatore. Ho una botta di depressione, di malinconia, penso che a fine partita annuncerò in mondovisione il mio ritiro dal calcio. Mi preparo la dichiarazione in terza persona: 'Zigoni lascia l’attività, non sopporta che sul pianeta ci sia qualcuno più forte di lui'. A un certo punto il Santos beneficia di un rigore, Pelé va sul dischetto e Ginulfi, il nostro portiere, para. Allora è umano, penso, e così resto giocatore".
GLI ANNI AL VERONA E AL BRESCIA
Dopo due anni nella capitale passa al Verona, altra piazza con cui costruirà un legame molto forte. Con gli scaligeri gioca infatti ben 6 stagioni, diventando l'idolo della tifoseria per le sue giocate e le sempre più numerose bizzarrie.
Nel 1973 è scatenato nella sfida del Bentegodi che vede i gialloblù, già retrocessi in B, battere il Milan e privarlo dello Scudetto. Serve anche un assist per il goal di Luppi. Nasce il mito della 'Fatal Verona'. Il 1° febbraio del 1976, invece, i veneti ospitano la Fiorentina. 'Zigo' la sera prima ha fatto l'alba, è comunque carico per partire dall'inizio ma il suo allenatore, Valcareggi, capisce che non è il caso e gli dice che lo porterà in panchina.
Zigoni però non la prende bene e decide di protestare a modo suo, in maniera eclatante. Dice ai suoi compagni che andrà in panchina con indosso una pelliccia di ermellino biancae un cappello da cowboy. Quelli scommettono che non lo farà, e invece eccolo in panchina con quel look anomalo, guadagnarsi il boato dei suoi tifosi nonostante l'imbarazzo di Valcareggi.
"La pelliccia era il regalo di un'amante. - rivelerà a 'L'Arena' - Tieni, mi aveva detto, come te non c'è nessuno... Il nome? Era una veronese, ma i nomi non si fanno. Il cappello invece, l'avevo comprato a New York, durante una tournée con la Juve".
Amante anche delle belle auto e delle Porsche, era solito distruggerle. Una volta però, uscito fuori strada per evitare un camion, inscena la sua morte.
"Stavo tornando a casa dopo l’allenamento, ma andavo piano. Dietro di me e ‘erano Maddè e Costa, il medico del Verona. Scesero dalle loro auto e corsero a prestarmi soccorso. Appoggiai la testa sul volante e finsi di essere morto: quando si avvicinarono di corsa al finestrino, sorrisi e gli feci l’occhiolino. Per poco non schiattarono lì sul posto".
Nei suoi 6 anni veronesi mette insieme 34 goal in 162 presenze, ed entra nella storia del club. Manca nel computo il goal pazzesco segnato nel derby amichevole contro il Vicenza: all'improvviso 'Zigo' prende palla, salta in dribbling quattro avversari e infila il portiere all'incrocio dei pali. Una vera prodezza, dopo la quale però decide che può tornarsene autonomamente negli spogliatoi. E i suoi tifosi, senza di lui, lo imitano abbandonando il loro posto allo Stadio.
Con la maglia gialloblù ha ottenuto una promozione in A nel 1975 e conquistato la finale di Coppa Italia nel 1976. A 34 anni, nel 1978, passa quindi nel Brescia di Gigi Simoni, dove spende le ultime magie come professionista. È rimasto famoso, durante la militanza con le Rondinelle, il suo rifiuto di affrontare il Verona, una delle squadre del suo cuore. Nella seconda stagione ottiene con la squadra la promozione in Serie A.
WikipediaIN CAMPO FINO A 43 ANNI CON I DILETTANTI
Ma Zigoni non smette, nonostante l'età e gli innegabili vizi, e continua per 7 anni fra i Dilettanti, vicino a casa sua: veste le maglie dell'Opitergina in Serie D e del Piavon, che porta dalla Terza alla Seconda Categoria. Si ritira a 43 anni suonati nel 1987: l'ultima partita la gioca contro il Musile di Piave, e gli rifila un poker. Mai banale, come in tutta la sua carriera e nella sua vita.
Appesi gli scarpini al chiodo, ha allenato per diversi anni formazioni giovanili del trevigiano. In seguito ha gestito la Scuola Calcio del Basalghelle assieme a Faloppa, anche lui ex calciatore professionista, con cui ha condiviso le esperienze fra i dilettanti.
Dei 4 figli avuti uno di loro, Gianmarco, è diventato calciatore professionista come il padre, e ha esordito in Serie A con la maglia del Milan. Quando guarda al suo passato, 'Zigo' non ha rimpianti.
"Sono stato fortunato. Mi sono divertito un sacco. Rifarei tutto, non rimpiango niente. Ho giocato a calcio per vent’anni e dappertutto mi hanno voluto bene. Sto bene con me stesso, e questa è la cosa più importante".
La Roma e il Verona rimangono le sue squadre del cuore.
"Vorrei morire con la maglia della Roma e con la sciarpa del Verona. - ha detto - Sono due squadre alle quali ho dato meno di quello che ho ricevuto. Non voglio essere seppellito, voglio andare in cielo per aiutarle entrambe. Da lassù”.
Già quando giocava, sognava che il Verona gli dedicasse lo stadio:
"Sognavo di morire sul campo, con la maglia del Verona addosso. - rivelerà -M’immaginavo i titoloni dei giornali e la raccolta di firme per cambiare il nome allo stadio: non più Bentegodi, ma Gianfranco Zigoni. La radio avrebbe gracchiato: 'Scusa Ameri, interveniamo dallo Zigoni di Verona…'. Ero pazzo furioso".
E se lo dice lui, c'è da credergli.
