E’ il 25 giugno 1988 e a Monaco di Baviera sono da poco passate le 17:00 quando Ruud Gullit solleva al cielo il trofeo assegnato alla Nazionale campione d’Europa. L’Olanda ha da poco battuto all’Olympiastadion quella stessa Unione Sovietica con la quale aveva perso nel match d’esordio nel torneo solo un paio di settimane prima e nel farlo, ha in un certo senso posto fine ad una maledizione.
Il calcio olandese, dopo aver per anni sfornato alcuni dei migliori giocatori della storia, finalmente è riuscito a mettere in bacheca un titolo. Una nuova generazione di fenomeni è riuscita a spingersi là dove i Krol, i Neeskens, i Resenbrink e soprattutto sua maestà Cruijff, non sono riusciti ad arrivare. L’ha fatto guidata da quel maestro di nome Rinus Michels che, dopo aver rivoluzionato il gioco del calcio, aver vinto moltissimo e aver sfiorato un titolo di campione del mondo nel 1974, finalmente può festeggiare quel trionfo ottenuto alla guida della ‘sua’ Olanda, inseguito per una vita intera.
Quando si pensa all’Olanda del 1988, il pensiero corre veloce a Ruud Gullit e Marco Van Basten. E’ normale che sia così, visto che all’epoca i due fuoriclasse del Milan erano giustamente considerati tra i più forti giocatori del pianeta. Gullit era la potenza allo stato puro, il campione che quando partiva con le sue treccine al vento diventava imprendibile per chiunque. Van Basten era invece il finalizzatore, il centravanti capace di trasformare ogni pallone in oro, di vincere la classifica dei cannonieri di quel torneo e di segnare, proprio in finale, uno dei più bei goal dell’intera storia del calcio. Tra l’altro contro un portiere fenomenale: la ‘Cortina d’acciaio’ Rinat Dasaev.
GettyQuella Nazionale era però anche molto altro. Poteva infatti contare su campioni in ogni zona del campo. A difendere la porta era il fortissimo Van Breukelen, c’erano poi i fratelli Koeman (Erwin era bravo, ma Ronald era un campionissimo), c’era Rijkaard (che poco tempo dopo sarebbe passato al Milan) e tra gli altri figuravano anche Winter (che in Italia vestirà le maglie di Lazio ed Inter), Wouters e Kieft (bomber implacabile in Olanda con trascorsi anche al Pisa e al Torino). Tutti campioni assoluti, ma se qualcuno solo qualche anno prima avesse chiesto agli appassionati olandesi quale tra tutti i giocatori di quella generazione fosse il più forte in assoluto, in moltissimi avrebbero probabilmente fatto un unico nome: Gerald Vanenburg.
Anche lui era stato selezionato da Michels per la spedizione in Germania Ovest e aveva preso parte a tutte le partite del torneo. Sempre da titolare. Sempre lì a destra.
Era un’ala vecchio stampo, di quelle che quando ti puntano non ti lasciano scampo. Veloce, tecnico, abile nel crossare e dotato di un ottimo fiuto per il goal, quando si presenta a Euro ’88, lo fa al massimo della sua forma.
Ha ventiquattro anni, è uno dei giocatori più forti al mondo ed è l’uomo di punta di un PSV reduce da una stagione nella quale ha vinto campionato, Coppa d’Olanda e Coppa dei Campioni. Oggi qualcuno parlerebbe di ‘Triplete’.
Ad Eindhoven è un idolo assoluto, ma è nato e cresciuto nell’Ajax. Ha esordito con i Lancieri quando aveva appena diciassette anni e all’epoca, era il 1981, gli erano bastati pochi mesi per guadagnarsi un’etichetta pesante: la risposta olandese a Diego Armando Maradona.
Per i tifosi dell’Ajax era l’erede naturale di Cruyff, anzi secondo alcuni aveva anche un qualcosa in più. La storia poi racconterà una versione diversa delle cose, ma sul fatto che Vanenburg fosse comunque un campione, non ci sono dubbi.
A porre fine alla sua avventura ad Amsterdam sarà, ironia della sorte, proprio Cruyff. Diventato allenatore dei Lancieri, il ‘Profeta del goal’ riconoscerà all’esterno, che intanto si era guadagnato il soprannome di Geraldinho (effettivamente giocava più come un brasiliano che come un olandese) qualità fuori dal comune, ma tra i due non scoccherà la scintilla.
Secondo Cruyff infatti Vanenburg difetta in leadership e poco importa se ovvia a questa carenza servendo assist in quantità industriale a Van Basten e a Kieft.
L’esterno di Utrecht ha così trovato ad Eindhoven il suo angolo di mondo nel quale consacrarsi a livelli assoluti e vincere tutto ciò che si può desiderare e così, dopo aver trionfato anche con la sua Nazionale, a venticinque anni non gli resta che un’ultima sfida: mettersi alla prova in Serie A.
GettyAlla fine degli anni ottanta, il campionato italiano è, sia dal punto di vista tecnico che da quello economico, il massimo a cui si possa aspirare. Tutti i più grandi campioni sognano di sbarcare nel Belpaese, attratti da contratti faraonici e la possibilità di confrontarsi con i migliori.
Vanenburg la possibilità di giocare in Serie A se l’è guadagnata sul campo e, dopo essere stato anche accostato alla Juventus, nel 1989 finisce nel mirino della Roma.
Il club giallorosso, chiuso il terzo ciclo Liedholm, vorrebbe affidare la panchina ad Ottavio Bianchi che è reduce dai trionfi alla guida del Napoli. Il suo approdo in giallorosso viene dato per fatto, ma la società partenopea decide di non liberare il suo allenatore: si vira allora su Gigi Radice.
Dopo gli errori commessi l’estate precedente con gli acquisti dei brasiliani Renato ed Andrade, la volontà dei dirigenti è quella di andare sul sicuro e si decide allora di puntare su uno tra i più forti stranieri non ancora approdati in Italia: Vanenburg appunto.
Nelle idee del presidente Dino Viola, la stella del PSV deve essere la risposta giallorossa ai tedeschi dell’Inter, agli olandesi del Milan, a Maradona del Napoli e ad Alejnikov e Zavarov della Juventus.
Al direttore sportivo Emiliano Mascetti viene dato il compito di chiudere in tempi brevi, anche se l’operazione è sulla carta di quelle costosissime. Il PSV pretende infatti quasi otto miliardi di lire per il cartellino del suo esterno, ma per la Roma la cosa non rappresenta un ostacolo insormontabile.
Le parti trovano un accordo e il 22 luglio del 1989 Vanenburg appone la firma su un contratto che verrà registrato in FIGC qualche giorno dopo.
L’operazione è di fatto chiusa e ‘La Gazzetta dello Sport’ annuncia a caratteri cubitali in prima pagina la grande notizia: “Vanenburg è della Roma”.
A conferire poi al tutto un senso di ufficialità, saranno le parole rilasciate dal presidente Viola direttamente dal ritiro giallorosso di Pinzolo.
“I soldi da oggi sono a disposizione del PSV. Una succursale del Banco di Santo Spirito di Roma ha avuto l’autorizzazione ad inviare la documentazione ad una banca olandese. Abbiamo operato in tempi record e questo perché il giocatore è veramente forte. Nella nostra lista c’erano anche Silas, Winter e Detari, ma Vanenburg era il giocatore dei nostri desideri. Abbiamo preso un grosso calciatore e con lui andiamo a costruire un centrocampo simile a quello della Nazionale e adatto alle qualità di Giannini”.
L’entusiasmo è alle stelle e la Roma è pronta ad accogliere un grande campione ma, incredibilmente, Vanenburg non vestirà mai la maglia giallorossa.
Qualche ora più tardi infatti, alla porta della camera dell’hotel nella quale alloggia Emiliano Mascetti ad Eindhoven, busserà Kees Ploegsma, ovvero il direttore generale del PSV. Con poche e semplici parole spiegherà che la trattativa è saltata.
Il club olandese ha infatti da poco ceduto Ronald Koeman al Barcellona e tra i tifosi c’è aria di rivolta. Cedere due campioni nel giro di pochi giorni è un qualcosa di non più contemplabile e a restare sarà proprio Vanenburg.
Per la Roma si tratta di una beffa colossale, ma l’accordo con il giocatore c’è ed è accompagnato da un contratto con tanto di firma. Si punta quindi sulla volontà del ragazzo, al quale però il PSV fa un’offera irrinunciabile: un contratto di otto anni da sette miliardi complessivi, piùun vitalizio di cinquanta milioni di lire fino al raggiungimento del sessantesimo anno di età. Vanenburg volta le spalle ai giallorossi e stringe la mano ai suoi dirigenti.
“Per quanto mi riguarda - spiegherà Mascetti - Vanenburg ha firmato un contratto con la Roma. Poi, per sua stessa ammissione, ha subito tante pressioni che l’hanno portato a cambiare idea”.
La Roma si sente sedotta e abbandonata, per qualcuno è stata anzi sfruttata. Grazie all’interesse dei giallorossi infatti, Vanenburg è riuscito a strappare un rinnovo miliardario.
Quello che è certo è che Dino Viola non prende bene la notizia e annuncia battaglia.
“Noi non molleremo. Il giocatore è nostro, nonostante questo contratto con il PSV. A me risulta che siano state fatte pressioni sul ragazzo e che gli sia anche arrivata una telefonata strana dall’Italia”.
La Roma, spalleggia dalla FIGC, decide di ricorrere alla UEFA. In casa giallorossa sono convinti di essere sul giusto su tutta la linea, ma in quegli anni non c’è ancora troppa chiarezza sulle regole e il tutto viene risolto con una multa ai danni del giocatore: quattro milioni di lire in tutto si dirà allora, una cifra irrisoria tra l’altro pagata dal PSV.
La Roma deciderà di non muoversi più sul mercato e quindi metterà a disposizione di Radice solo due stranieri (se ne potevano tesserare tre): il confermatissimo Rudi Völler ed il nuovo arrivato Thomas Berthold.
“A noi interessava prendere solo un campione - annuncerà Mascetti - Tolto Vanenburg, in giro ci sono solo buoni giocatori”.
Mesi dopo, nel febbraio del 1990, Venenburg prima di un’amichevole a Rotterdam contro l’Italia, darà finalmente la sua versione dei fatti.
“In fondo al mio cuore ho sempre avuto il PSV e con la Roma non avrei giocato le coppe europee”.
Gerald Vanenburg resterà al PSV fino al 1993. Si trasferirà poi in Giappone, allo Jubilo Iwata, e tornato in Europa vestirà le maglie di Utrecht, Cannes e Monaco 1860 prima di chiudere la sua carriera nel 2000.
GettyE’ stato uno dei giocatori più forti della sua generazione, ma non si è mai confrontato con la migliore Serie A di sempre e la cosa rappresenta ancora oggi un rimpianto anche per lui.
“Fu una vicenda drammatica - ha raccontato molti anni dopo al sito ufficiale dell’Ajax - E’ stato terribile, venne coinvolta anche la UEFA, ma mi venne inflitta solo una multa. Se avessi giocato in Italia avrei potuto provare a raggiungere lo status di Ruud Gullit e Marco Van Basten, ma la cosa peggiore è stata però che ho deluso quelle persone fantastiche. Io generalmente non mi comporto con la gente in questo modo. Roma è una splendida città e la Roma è un bel club. Non è andata come doveva andare, ma una persona commette degli errori nel corso della sua vita. A volte fai una scelta e poi pensi ‘Non avrei dovuto farlo’. Ecco, questo è stato uno di quei casi”.
Sarebbe stato bello vedere Vanenburg protagonista di quella Serie A. Sarebbe stato un campione tra i campioni e con ogni probabilità avrebbe garantito spettacolo.
La Roma accoglierà il suo primo giocatore olandese solo molti anni più tardi, nel 2011. Si tratterà di Maarten Stekelenburg… Vanenburg era un’altra cosa.


