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Samuel Etoo InterGetty Images

Eto'o e il discorso prima di Bayern-Inter: "Senza coppa non torniamo"

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Quello di Samuel Eto’o è un nome che resterà per sempre legato a quello dell’Inter. La maglia nerazzurra l’ha indossata solo per due stagioni, ma in quell’arco di tempo ha fornito un rendimento determinante per la conquista di quelli che sono stati straordinari traguardi.

All’ombra del Duomo ha vinto uno Scudetto, due Coppe Italia, una Supercoppa Italiana, un Mondiale per Club e soprattutto quella Champions League che tutto il popolo di fede interista aspettava da decenni.

L’ex fuoriclasse camerunense, in un’intervista a ‘La Gazzetta dello Sport’, ha ricordato quel trionfo europeo di quasi dieci anni fa.

“Alzo la coppa verso il cielo e non ci sono solo le mie mani a tenerla: è un flash, ci vedo anche le mani di milioni di tifosi dell’inter, che la tirano su assieme a me”.

Eto’o ha svelato come è stato il suo primo contatto con il mondo Inter.

“Fu con quello che sarebbe diventato mio fratello Marco. La storia del suo sms si conosce: un certo Materazzi mi scrive “Se vieni tu all’Inter vinciamo tutto”, non ho quel numero in rubrica e chiedo ad Albertini: “E’ suo?”. Sì. Non mi era mai capitato nella mia carriera: quel messaggio è stato decisivo per la mia scelta. E ha fatto nascere una grande amicizia”.

Eto’o all’Inter ha conquistato tutti per la sua grande voglia di mettersi a disposizione. Tra le sue gare più famose, anche una giocata da terzino.

“Terzino puro solo a Barcellona, ma quella fu un’emergenza. E comunque ciò che pensai quella sera in realtà du il mio pensiero di tutto l’anno. Quando fu espulso Thiago Motta, Mourinho chiamò me e Zanetti e ci spiego come metterci in campo: non aveva neanche il tempo di riflettere su quanto avrei dovuto correre stando sulla fascia, mi dissi solo “Dai tutto e vedremo alla fine”. E alla fine eravamo in finale”.

Prima della finale di Madrid, Eto’o ha fatto un discorso alla squadra.

“Non fu lungo, mi limitai a dire: “Una finale non si gioca, si vince. O moriamo in campo e portiamo la coppa a Milano, o moriamo perché a Milano non ci torniamo. Quindi vediamo di tornarci, e di portare con noi la coppa””.

Contro il Bayern Eto’o non riuscì a trovare la via del goal, cosa che invece gli riuscì in altre due finali di Champions, ma la cosa che contava realmente in quel contesto era un’altra.

“Sul secondo gol di Diego Milito ero lì, ma quando segnò alzai le braccia come se li avessi fatto io: la cosa che doveva essere uguale alle altre due finali era portare a casa la coppa, non fare goal”.

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