E’ il 20 maggio 2007 e a Roma la Lazio ospita il Parma per una sfida valida per il trentasettesimo turno di campionato. Il risultato è fermo su uno 0-0 che va benissimo ad entrambe le squadre, visto che i biancocelesti si sono già assicurati una qualificazione alla successiva Champions League, mentre i ducali si riscoprono ad un solo punto dalla matematica salvezza. La partita ha quindi poco da dire, ma all’84’ gli oltre cinquantamila accorsi all’Olimpico per assistere all’ultima stagionale in casa degli uomini di Delio Rossi, si alzano in piedi per un momento importante.
A bordo campo infatti, Angelo Peruzzi indossa i guanti per fare il suo ultimo ingresso sul terreno di gioco da calciatore. Tommaso Berni, nel dargli il cambio, mostra una maglietta sulla quale campeggia la scritta ‘651 volte grazie’, questo mentre tutti gli altri giocatori applaudono in segno di omaggio e rispetto.
Quella che sta per chiudersi è la carriera di uno dei più forti portieri italiani di sempre e se da un lato la commozione è tanta, dall’altro la Lazio si riscopre alle prese con un problema non da poco.
Quello di Peruzzi è infatti un addio al quale nessuno era preparato. Ha annunciato il suo ritiro poche settimane prima, al termine di un derby contro la Roma, sorprendendo tanto i suoi dirigenti, quanto il suo tecnico Rossi che non avrà problemi nel rivelare a tutti il suo stupore.
“Come succede in tutte le case, il capofamiglia è sempre l’ultimo a sapere le cose. Io mi auguro che quello di oggi non sia stato il suo ultimo derby. Il suo ritiro rappresenterebbe una grande perdita non solo per la Lazio, ma per tutto il calcio italiano”.
Peruzzi non tornerà sui suoi passi. Non lo farà dopo il caloroso saluto dell’Olimpico e non lo farà nemmeno dopo gli ultimi tentativi di convincerlo a giocare almeno per un altro anno dello stesso Delio Rossi.
“Ho provato fino all’ultimo a fargli cambiare idea, ma non c’è stato nulla da fare. In giro altri Peruzzi non ce ne sono e sostituirlo adesso sarà difficile”.
La Lazio si riscopre quindi orfana di un portiere che nei sette anni precedenti è stato titolare inamovibile, che solo dodici mesi prima si è laureato campione del mondo con l’Italia e che tra l’altro da lì a poco sarebbe stato premiato come il miglior estremo difensore del campionato. La perdita è in sostanza di quelle enormi.
Il club scandaglia in lungo e largo il mercato alla ricerca di un degno erede e alla fine la scelta ricade su Juan Pablo Carrizo. E’ il portiere del River Plate, ha da poco fatto il suo esordio con la Nazionale maggiore argentina e di lui si raccontano cose mirabolanti.
In Sud America parlano di un potenziale fenomeno ed è effettivamente reduce da una stagione giocata ad ottimi livelli. Il suo nome è già nei taccuini di alcuni tra i migliori club europei, ma la Lazio decide di fare sul serio e di anticipare la folta concorrenza mettendo sul piatto qualcosa come 7,5 milioni di euro.
E’ il luglio 2007 quando il club biancoceleste annuncia quello che fino a quel momento è l’acquisto più oneroso della gestione Lotito, ma l’euforia lascia ben presto il posto alla preoccupazione. A causa di problemi burocratici legati al suo passaporto, il tesseramento non è possibile e quindi la definitiva fumata bianca va fatta slittare di un anno.
La Lazio, per la seconda volta nel giro di pochi mesi, si ritrova costretta a fare i conti con il ‘problema portiere’. Va insomma trovato un altro estremo difensore che risulti all’altezza delle ambizioni del club.
La società guarda ancora in Sud America è individua un altro importante talento, questa volta in Uruguay: Fernando Muslera.
Ha 21 anni, è cresciuto nei Montevideo Wanderers, è reduce da una breve parentesi al Nacional, e di fatto in Italia di lui si sa poco o nulla.
La società capitolina investe tre milioni di euro per metterlo a disposizione di Delio Rossi, il quale gli dà fin da subito fiducia. Lo schiera titolare nella terza giornata di campionato, ovvero in un Lazio-Empoli che va in scena all’Olimpico il 15 settembre 2007 e lo conferma contro Atalanta, Cagliari e Reggina. Muslera ripaga la fiducia facendo intravedere buone cose.
Il successivo 7 ottobre a Roma arriva il Milan per una partita che mette in palio punti pesanti, poiché che tanto i biancocelesti, quanto i rossoneri, sono stati protagonisti di un avvio di stagione tutt’altro che esaltate. A difesa della porta della Lazio Delio Rossi conferma il giovane uruguaiano, che però incappa in una di quelle serate che possono cambiare l’intero volto di carriera.
Al 16’ Ambrosini, nel tentativo trovare Kakà in area, lascia partire un cross dalla trequarti non troppo preciso che assume ben presto le sembianze di un tiro senza troppe pretese. La palla galleggia in aria verso la porta biancoceleste e sorprende Muslera che, non posizionato al meglio, si fa superare da quello che è diventato un beffardo pallonetto.
La Lazio pareggia con Mauri, ma al 33’ va ancora sotto quanto Kakà trasforma un calcio di rigore assegnato per un fallo dello stesso Muslera ai danni di Gilardino.
Nella ripresa, al 52’, è ancora il fuoriclasse brasiliano a calare il tris, mentre al 72’ a firmare il poker è Alberto Gilardino. In tutti e due i casi il pallone è passato tra le gambe del portiere uruguaiano. Al 79’, il numero 9 rossonero trova la doppietta personale e il goal che vale il clamoroso 1-5 finale. In quattro delle cinque reti subite dai capitolini le responsabilità di Muslera sono state evidenti.
“Quel giorno incontrai i migliori giocatori al mondo, la velocità di gioco era diversa rispetto a quella alla quale ero abituato. Per me era tutto nuovo e prendemmo quattro goal per colpa mia. Non volevo uscire dal campo, avevo paura di una notte di insulti”.
Il giorno dopo, i giornali più che esaltare la prestazione del Milan, metteranno in evidenza l’inadeguatezza dell’estremo difensore biancoceleste. Muslera si ritroverà sul banco degli imputati e di lì a poco privato del galloni da titolare.
Getty ImagesDelio Rossi infatti da quel momento in poi preferirà andare sul sicuro affidandosi al quarantatreenne Marco Ballotta.
Per rivedere Muslera in campionato bisognerà attendere il trentaduesimo turno e già in quello successivo incapperà in un nuovo errore clamoroso che vorrà dire immediato ritorno in panchina.
Quando nell’estate del 2008 la Lazio potrà finalmente accogliere Carrizo, nessuno avrà il minimo dubbio su chi sarà l’indiscusso numero 1. L’argentino approda infatti in Italia con le stimmate del predestinato, mentre l’uruguaiano si è già costruito una solida fama di ‘cacciatore di papere’.
Nel calcio però le cose non sempre vanno come dovrebbero e anche le più solide certezze sono spesso appese ad un sottilissimo filo. A Roma non impiegano moltissimo tempo per capire che in realtà il gioiello prelevato a suon di milioni dal River Plate non è esattamente una saracinesca. Alterna cose buone a errori che costano punti pesanti e così a gennaio, con una squadra impantanata a metà classifica ed un Carrizo finito inesorabilmente nel mirino della tifoseria, Delio Rossi decide di tornare a giocarsi la carta Muslera.
L’estremo difensore uruguaiano, dopo mesi vissuti in naftalina, inizierà incredibilmente a fornire prestazioni sempre più convincenti. Sarà decisivo nel suo primo derby da titolare, poi si esalterà nella lotteria dei rigori contro la Sampdoria in finale di Coppa Italia (il suo contributo era già stato fondamentale in semifinale contro la Juventus) neutralizzando le conclusioni di Cassano e Campagnaro e consegnando di fatto il trofeo alla sua squadra.
Solo pochi mesi prima era dato da tutti come sicuro partente, mentre al termine della stagione si parlerà di lui come di uno dei migliori giocatori dell’annata. Carrizo, si riscoprirà costretto a salutare e ad iniziare un giro di prestiti che lo porterà al Real Saragozza, poi di nuovo al River Plate e successivamente al Catania, prima dell’addio definitivo, mentre Muslera vincerà l’estate successiva una Supercoppa Italiana da grande protagonista contro l’Inter e si prenderà poi quei gradi da titolare che non lascerà più fino all’estate del 2011.
Quando ormai è infatti diventato un punto fermo della Lazio a rendere impossibile la sua permanenza nella capitale è il mancato accordo per il rinnovo del suo contratto. Le trattative si protraggono per mesi, ma senza dare gli esiti sperati e quindi Lotito, per non perdere il suo gioiello a parametro zero nel 2012, decide di cederlo e di guardare oltre.
Muslera ripartirà dal Galatasaray. Il suo addio si consumerà nell’ambito di uno scambio con Lorik Cana.
“Avevo diverse offerte, soprattutto dalla Spagna, ma ho scelto il Galatasaray perché è stato il club che più ha mi ha fatto capire di volermi. Andrò in Turchia per confermarmi e per vincere ancora”.
Quello che lascia la Lazio è un portiere che intanto è diventato titolare dell’Uruguay e che si è ‘fatto un nome’ anche a livello internazionale.
Proprio nel 2011 alzerà al cielo la Copa America dopo aver sfornato grandi prestazioni nel corso di tutto l’arco del torneo e negli anni successivi a Istanbul vincerà moltissimo consacrandosi come uno dei grandi della storia del club dei ‘Leoni’.
La Lazio sperava di trovare in Argentina il degno erede di Peruzzi, ma l’ha trovato in Uruguay. La storia però spesso si diverte mostrare il lato del suo volto più beffardo e in qualche modo questo è uno di quei casi.
Muslera, una delle leggende della Celeste (sono al momento ben 118 le presenze con la maglia della sua Nazionale), argentino lo è per davvero.
E’ infatti nato a Buenos Aires e tra l’altro in un giorno speciale per l’Albiceleste. E’ venuto al mondo pochi minuti dopo che Pedro Pablo Pasculli, prolifico attaccante con un importante passato anche nel Lecce, ha segnato un goal decisivo proprio contro l’Uruguay che varrà l’approdo dell’Argentina ai quarti di finale di Messico ’86.
“Senza sapere che i miei genitori erano uruguaiani - racconterà al sito ufficiale della FIFA - l’ostetrica disse a mia madre ‘Visto quanto sono stati stressanti sia il parto che la partita, immagino che chiamerai il bambino Pedro Pablo’”.
La cosa si rileverà fuori questione, ma Muslera deve effettivamente il suo nome ad un calciatore. Uruguaiano ovviamente.
“Avevano già deciso di chiamarmi Fernando, perché mia madre era una grande tifosa di Fernando Morena. In altre parole, ho preso il nome di un calciatore, solo che era di uno dall’altra parte del Rio de la Plata. Otto mesi dopo tornammo in Uruguay e con tutto il rispetto, anche se il mio passaporto dice che ho anche nazionalità argentina, io mi sento uruguaiano al cento per cento”.
Il più classico tra gli scherzi del destino. Il celeste ed il biancoceleste hanno sempre avuto un peso specifico importante nella vita di Muslera, peccato solo che l’avventura alla Lazio sia finita quando ormai era diventato uno tra i migliori portieri in circolazione.




