Pubblicità
Pubblicità
Virgil Van Dijk Liverpool 04102018Laurence Griffiths

Capitano, difensore: la nuova Olanda riparte da Van Dijk

Pubblicità

Dall’Olanda di Sneijder e Robben a quella di Virgil van Dijk. Segno dei tempi che cambiano. La fascia di capitano assegnata da Ronald Koeman al centrale del Liverpool suona come un’investitura. In ogni nuovo inizio c’è bisogno di forze fresche, e dalle macerie del presente il ct oranje ha scelto un difensore quale simbolo del nuovo corso. Può sembrare una provocazione in un paese storicamente associato, a livello calcistico, alla produzione di attaccanti, ali e numeri 10 di qualità sopraffina. Ma è necessario attenersi alla realtà e ai fatti. “Van Dijk si trova nell’età della piena maturità”, ha detto Koeman, “gioca titolare in un top club ed è fresco finalista di Champions League”. Traduzione: piaccia o meno, nessun giocatore olandese si trova oggi più in alto di lui. Realismo batte ideologia 1-0. Del resto, l’inadeguatezza al 4-3-3 di matrice olandese degli attuali protagonisti del calcio arancione è stata ampiamente mostrata dalle ultime gestioni Hiddink e Blind. Con Koeman si torna al 5-3-2 alla Van Gaal anno 2014, quello del terzo posto al Mondiale. Un’eternità, anche se sono passati meno di quattro anni.

Virgil Van Dijk Liverpool 04102018Getty Images

Perché proprio Van Dijk e non Georginio Wijnaldum, suo compagno di squadra al Liverpool, nonché reduce da una stagione di alto profilo, forse la sua migliore da quando è sbarcato in Inghilterra? La motivazione, ufficiosa, può essere descritta come “sindrome di Seedorf”. Clarence ovviamente, autore di una straordinaria e incredibilmente vincente carriera a livello di club, incapace però di mantenere lo stesso altissimo livello qualitativo di performance una volta indossata la maglia arancione. Fatte le debite proporzioni, per Wijnaldum si può applicare lo stesso discorso. Raramente è stato decisivo per l’Olanda, spesso si è rivelato tra i peggiori in campo. Abulico, poca personalità, un giocatore molto diverso dalla pedina tattica di capitale importanza per il Liverpool di Klopp. Uno sdoppiamento del quale Van Dijk non soffre.


Perchè Van Dijk e non Wijnaldum? Perchè il centrocampista raramente è stato decisivo per l’Olanda: abulico, poca personalità, un giocatore molto diverso dalla pedina tattica di capitale importanza per il Liverpool di Klopp


Scorrendo le interviste rilasciate dai vari addetti ai lavori che hanno lavorato con Van Dijk nel corso della sua carriera, si sviluppa una forte sensazione di già sentito. Insomma, sembra che tutti dicano la stessa cosa sul giocatore: grande forza fisica, calma olimpica, decisione, autostima. Tale era a 17 anni e così è rimasto oggi, non importa se si giochi in Eredivisie, nella Scottish Premier League o in Champions. “Gli errori? Fanno parte del calcio. Si sbaglia, si perde, fa male, poi si riparte”. Queste parole Van Dijk le ha pronunciate nel post-partita della finale di Champions persa contro il Real Madrid, parlando del compagno Karius. Ma sono le stesse che disse anni prima, dopo che una sua palla persa in uscita dalla difesa causò la sconfitta del Groningen contro il Psv Eindhoven in una partita del campionato olandese. Una nonchalance, anche attitudinale, oggi riconosciuta come punto di forza, ma che in passato è stata spesso valutata come potenziale debolezza.

La carriera di Van Dijk è sempre stata lineare: due-tre stagioni in un club, poi il trasferimento ad un livello superiore. Ma è stata una linearità da buon giocatore, non da top-player, proprio perché non considerato con la giusta attenzione. Bravo ma….meglio qualcun altro. Accadde così già negli anni delle giovanili, con nove stagioni trascorse nel vivaio del Willem II senza che mai gli fosse offerto un contratto. Così un giorno si presentarono a Tilburg due emissari del Groningen e lo portarono nel nord dell’Olanda per 12mila euro. “Nella sua carriera, un calciatore deve avere anche un pizzico di fortuna”, dice Grads Fühler, lo scout che fiutò l’affare. Essere visto nel momento giusto dalla persona giusta. Al Groningen hanno insegnato a Van Dijk a investire su sé stesso. “Sapeva di essere bravo e ciò gli bastava”, racconta l’ex compagno di squadra Kees Kwakman, “io dovevo allenarmi il doppio per raggiungere i suoi risultati, e quindi gli ripetevo: dove potresti arrivare se ti impegnassi con la stessa forza e intensità del sottoscritto?”.


La carriera di Van Dijk è sempre stata lineare: due-tre stagioni in un club, poi il trasferimento ad un livello superiore. Ma è stata una linearità da buon giocatore, non da top-player, perché mai considerato con la giusta attenzione.


Dopo un più che positivo triennio con i bianco-verdi, i tempi erano propizi per il salto in una big olandese, fedele a quel percorso di costruzione di carriera passo dopo passo che Van Dijk ha sempre programmato. Eppure il telefono rimaneva muto. Solo offerte dall’estero, anche economicamente vantaggiose, come quella del Krasnodar. Psv e Ajax non si fidavano, il Feyenoord (all’epoca allenato da Ronald Koeman) non aveva soldi. Alla fine la spuntò il Celtic: giocava per il titolo, disputava regolarmente la Champions, rappresentava un buon trampolino per la Premier. Perfetto per i piani di Van Dijk, a cui bastarono poche partite per far dire al tecnico dei Bhoys Neil Lennon. “Abbiamo comprato una Rolls Royce con i soldi di una Ford”.

Celtic's Virgil van Dijk

Un mese dopo il trasferimento di Van Dijk in Scozia, l’Ajax comprò dall’Utrecht Mike van den Hoorn. Il resto è storia. Il centrale classe 1991 di Breda non ha mai sofferto alcun passaggio allo stage superiore, né quando Koeman convinse, nell’estate 2015, il Southampton a sborsare 15 milioni di euro per quello che a suo dire era “un difensore da pacchetto completo”; né quando Klopp arrivò alla cifra record di 84.5 milioni per portarlo al Liverpool e farne il perno della propria difesa. Con i Reds l’olandese ha raggiunto il picco di rendimento nel doppio confronto con il Manchester City ai quarti di Champions.Van Dijk brings calm and collective spirit to Liverpool’s defence”, ha scritto il Guardian. Ancora una volta, fanno capolinea concetti quali tranquillità, decisione, impermeabilità alla pressione.


A Groningen nel 2012 fu sottoposto a un intervento urgente di appendicectomia. I medici dissero che, se non fosse stato un’atleta, il fisico non avrebbe retto. Due mesi dopo, era già in campo. 


Eppure l’attuale capitano dell’Olanda avrebbe potuto essere una tragedia calcistica. Ai tempi del Groningen, nel marzo 2012 lasciò l’allenamento per un dolore nella zona dello stomaco. Una visita al pronto soccorso nella notte non rivelò niente e fu rimandato a casa. I dolori però aumentarono, così la madre e il suo procuratore lo portarono a Groningen, in un altro ospedale, dove fu sottoposto a un intervento urgente di appendicectomia. I medici dissero che, se non fosse stato un’atleta, il fisico non avrebbe retto. Due mesi dopo, era già in campo. Sempre con la consueta consapevolezza che, nel calcio, gli sbagli si fanno. Poi si riparte.

Pubblicità