“Ohhhhh Artur Boruc,
The Holy Goalie,
He hates the huns!
He blessed himself at Ibrox and the Huns went off their nut”.
Per comprendere il significato di questi versi, che rappresentano solo un breve spezzone di un lunghissimo coro che ogni tifoso del Celtic conosce a memoria, bisogna prima di tutto calarsi in una realtà unica: quella dell’Old Firm.
Definirlo il derby di Glasgow è troppo semplicistico. Si tratta di un qualcosa che si spinge ben oltre il calcio e che va a toccare corde che con il pallone, almeno in teoria, hanno poco a che fare.
Quella che da sempre divide il Celtic Football Club ed il Rangers Football Club, è la più forte rivalità che si conosca in ambito sportivo. Una rivalità per la quale il solo risultato di una partita assume contorni quasi secondari e questo perché a condizionare il tutto ci sono dispute che vanno avanti da decenni e che sono incentrate su storia, politica e religione.
Non può esserci un tifoso dei Rangers in una famiglia di tifosi del Celtic e non ci può essere un tifoso del Celtic in una famiglia di tifosi dei Rangers. Non è una questione di fede calcistica, è una questione di fede e basta. Ogni tipo di fede.
Quando Celtic e Rangers scendono in campo, sul terreno di gioco e sugli spalti ci sono unionismo contro indipendentismo, ma anche cattolicesimo contro protestantesimo, e la questione non si ferma ai semplici cori da stadio.
Le due principali squadre di Glasgow rappresentano non solo il meglio che il calcio scozzese da sempre può offrire, ma anche due mondi paralleli destinati a scontrarsi e mai a ritrovarsi.
Tra coloro che sono riusciti a meritarsi un capitolo nella storia del più antico derby del mondo c’è anche Artur Boruc.
E’ nato a Siedlce, in Polonia, a migliaia di chilometri di distanza da Glasgow, ma è proprio in Scozia che è diventato un mito. Per i tifosi del Celtic almeno.
Se infatti per tutti gli appassionati è un ottimo portiere, che per un breve periodo della sua carriera è stato anche ritenuto tra i migliori al mondo, per i sostenitori dei ‘The Bhoys’ lui è molto di più: è ‘The Holy Goalie’. Il ‘Portiere Santo’.
Dietro a quello che è molto più di un semplice soprannome, non ci sono i miracoli intesi come parate, ma c’è la fede religiosa.
Se il Celtic è la squadra dei cattolici, quella dei Rangers a Glasgow rappresenta i protestanti e a Boruc è bastato un gesto, il segno della croce, per ritrovarsi catapultato al centro di una vicenda probabilmente più grande di lui.
E’ il 12 febbraio 2006 e ad Ibrox, lo stadio dei Rangers, sta per iniziare il secondo tempo dell’Old Firm. Boruc, mentre si dirige verso la sua porta per riprendere posto tra i pali si fa appunto il segno della croce e la cosa viene letta, dalle migliaia di tifosi di casa assiepati sugli spalti, come un vero e proprio gesto di sfida.
In realtà c’è chi giura che in precedenza, rivolgendo lo sguardo ai supporters dei Rangers abbia prima mostrato la ‘V’ di vittoria e poi fatto un gesto osceno. Le telecamere non catturano tutto ciò, ma per la gente di Ibrox e non solo, quella è una vera e propria provocazione. Gli animi si surriscaldano, la folla oltre che ad insultare il portiere avversario chiede l’intervento degli uomini della sicurezza e la situazione assume contorni tali che serviranno non meno di dieci minuti per riportare il tutto ad un’apparente normalità.
“Dietro di me ho sentito alzarsi una sorta di ruggito gigantesco. La polizia ci mise dieci minuti per riportare la calma. A me queste cose non fanno paura, io temo solo le malattie che mi hanno portato via i genitori quando ero molto giovane”.
“Ohhhh Artur Boruc,
Il Portiere Santo,
Odia gli unni!
Si benedì a Ibrox e gli unni andarono fuori di testa”.
Gli unni sono da sempre i tifosi dei Rangers per i rivali del Celtic.
GettyBoruc e compagni riusciranno ad imporsi per 1-0 nell’Old Firm e metteranno in cascina i punti che li lanceranno verso il quarantesimo titolo di Campioni di Scozia, ma dopo il triplice fischio finale a nessuno importerà nulla del risultato.
Quanto accaduto prima dell’inizio del secondo tempo diventa un caso nazionale e non solo. La polizia infatti infligge un ammonimento giudiziario al portiere polacco per i suoi gesti poiché rasentano una “Condotta che sembra voler incitare al disordine”.
Per i cattolici la cosa viene vista come un affronto, ma il Crown Office si affretta a spiegare che il problema non è stato il segno della croce. Boruc ha insomma provocato e lo ha fatto anche con altri gesti, ma il caso intanto si è ingrandito a dismisura. Arriva sul tavolo del primo ministro scozzese Jack McConnell, diventa fonte di dibattito tra i partiti politici e porta anche alle proteste della Chiesa cattolica romana in Scozia.
Quando qualche mese dopo, a dicembre, il Celtic torna ad Ibrox la scena si ripete. I tifosi dei Rangers insorgono di nuovo, ma questa volta per le forze dell’ordine non c’è stata alcuna provocazione.
Boruc intanto è diventato dall’altra parte di Glasgow ‘The Holy Goalie’, ‘il Portiere Santo’, e il segno della croce mentre si dirige verso la porta, sarà un qualcosa che lo accompagnerà per il resto della sua carriera e in ogni latitudine del mondo.
Nell’aprile del 2008 finisce di nuovo sotto inchiesta e in tale occasione per quanto fatto al termine di un Old Firm giocato e vinto in casa al Celtic Park. Questa volta indossa sulla sua maglia da gara una maglietta sulla quale campeggia l’immagine di Giovanni Paolo II e la scritta ‘Dio benedica il Papa’. La cosa si trasforma nuovamente in un caso che ora riguarda direttamente la FIFA, perché è tecnicamente vietato mostrare slogan di tipo “Politico, religioso e personale".
“Per me e per la Polonia Papa Wojtyla ha rappresentato una figura fondamentale. Ha aiutato il mio popolo ed il mondo intero ed è per questo motivo che decisi di indossare quella maglietta. E’ stato un Papa uomo, amato dai giovani e tra l’altro da ragazzo giocava da portiere”.
Quando nel 2010 Boruc lascerà il Celtic per trasferirsi alla Fiorentina, lo farà dopo essere diventato uno dei personaggi più amati in assoluto tra i tifosi del club biancoverde, oltre che uno dei più odiati dalla tifoseria dei Rangers. Quest’ultima, cosa su una delle due sponde di Glasgow, rappresenta una medaglia al merito ovviamente.
Per cinque anni era stato il pilastro di una squadra capace di vincere tre campionati, due Coppe di Lega ed una Coppa di Scozia, e tra l’altro si era anche guadagnato le attenzioni di alcuni tra i più importanti club del pianeta. Per lui per diverso tempo si parla anche di un possibile approdo al Milan, squadra contro la quale si esalta in ben quattro occasioni nel giro di un paio di anni in Champions League, ma quando farà il grande salto in Serie A, lo farà per vestirsi di viola.
La Fiorentina lo accoglie nel 2010 per affidargli il ruolo di vice-Frey, ma un infortunio del portiere transalpino gli consentirà di far suoi quei gradi da titolare che non lascerà più. Ne nascerà un’accesa rivalità e alla fine il club gigliato deciderà di puntare forte sul polacco, commettendo di fatto un errore che si rivelerà grave.
Nel corso delle due stagioni vissute in Italia, Boruc si rivelerà discontinuo, alternerà ottime prestazioni ad errori clamorosi (incredibile uno all’Olimpico contro la Roma) e non si rivelerà mai all’altezza del predecessore.
GettyVivrà la sua esperienza fiorentina senza mai preoccuparsi di risultare simpatico o di andare d’accordo con la tifoseria ed anzi, il 4 marzo del 2012, nel corso di una partita con il Cesena, avrà il coraggio, dopo qualche mormorio secondo lui di troppo da parte dei tifosi presenti sulle gradinate del Franchi, di voltarsi verso la Fiesole e applaudire in maniera ironica.
Un portiere santo… ma nemmeno troppo, che nei due anni vissuti in Italia di miracoli ne ha fatti pochi.
“Boruc mi è sempre stato sulle palle - svelerà Sebastien Frey a ‘Radio Bruno’ - Era un egoista e non aggiungo altro, sennò mi fate fare polemica”.
Chiusa la sua avventura in Italia, ripartirà dall’Inghilterra dove vestirà prima la maglia del Southampton e poi quella del Bournemouth.
Nel 2020, a quarant’anni, ha deciso di tornare in Polonia e al Legia, squadra della quale è tifoso e per la quale aveva già giocato prima di trasferirsi in Scozia.
Per i tifosi della compagine di Varsavia è un idolo assoluto, proprio come lo era stato per quelli del Celtic. Di anni nel frattempo ne sono passati tanti ma nessuno, soprattutto sulla sponda biancoverde di Glasgow, dimenticherà mai il leggendario ‘Holy Goalie’. Il ‘Portiere Santo’.




